In breve
Fra il 911 e il 609 a.C. l’impero neoassiro, radicato nella Mesopotamia settentrionale, costruì il più vasto stato che il Vicino Oriente antico avesse mai conosciuto, esteso in certi momenti dall’Egitto all’Iran occidentale. Lo fece con un esercito professionale permanente, con macchine d’assedio capaci di abbattere le mura di qualunque città fortificata, e con deportazioni di massa sistematiche che ridisegnarono la demografia della regione — fra cui, nel 722 a.C., quella del regno di Israele. Governò il territorio con una rete di strade e stazioni di posta che rese possibile amministrare da un’unica capitale distanze prima ingovernabili. Collassò in tre anni, fra il 612 e il 609 a.C., sotto la pressione combinata di Babilonesi e Medi.
Contesto
Il nucleo assiro occupava la valle superiore del Tigri, in Mesopotamia settentrionale, intorno alle città di Assur, Ninive e Arbela. A differenza della Mesopotamia meridionale, che dipendeva dall’irrigazione artificiale, questa regione riceveva piogge sufficienti a un’agricoltura di cereali senza canali: una base demografica solida, capace di alimentare eserciti numerosi, era già lì prima di qualsiasi impero.
Un primo regno assiro, il medio-assiro, aveva già dominato la regione fra il XIV e l’XI secolo a.C., ma era crollato insieme a gran parte degli stati del Mediterraneo orientale nella crisi che chiude l’età del bronzo, intorno al 1200 a.C. Nei due secoli successivi Assur si ridusse a potenza locale, mentre popolazioni aramaiche si insediavano lungo l’Eufrate e la Siria si frammentava in piccoli regni. La ripresa cominciò con Adad-nirari II, che dal 911 a.C. — la data convenzionale d’apertura del periodo neoassiro — riconquistò i territori perduti: il ferro, ormai diffuso per armi e utensili, e il cammello come animale da soma per le rotte attraverso il deserto arabico erano fattori materiali nuovi rispetto al mondo del bronzo crollato. Attorno restavano poche potenze capaci di resistenza duratura: Urartu sugli altipiani armeni, Babilonia a sud, l’Elam oltre i monti Zagros, e una costellazione di piccoli regni aramaici e levantini che raramente si coalizzavano.
Svolgimento
Ashurnasirpal II (883-859 a.C.) spostò la capitale a Kalhu, l’odierna Nimrud, dove fece coprire il palazzo di rilievi che raffiguravano le sue campagne, comprese le punizioni ai ribelli — impalamenti, scuoiamenti, teste mozzate accatastate — mostrate senza ambiguità come monito per chi avesse considerato la rivolta. Shalmaneser III (859-824 a.C.) proseguì verso ovest: nell’853 a.C. affrontò a Qarqar, in Siria, una coalizione levantina che includeva Israele, guidato da Achab.
Dopo una stagnazione interna, Tiglat-pileser III (745-727 a.C.) riorganizzò lo stato. Creò un esercito permanente di professione, il kisir sharruti, che non dipendeva più dalla leva stagionale dei contadini liberi solo dopo il raccolto, con reparti di cavalleria più agili sui terreni collinari dei carri da guerra. Rese le deportazioni di massa una politica sistematica di governo, non solo una punizione: intere popolazioni conquistate venivano trasferite altrove, per spezzare le identità locali capaci di rivolta e ridistribuire manodopera specializzata — artigiani, agricoltori, costruttori — dove serviva.
Questa politica raggiunse uno dei suoi episodi più noti nel 722 a.C., quando cadde Samaria, capitale del regno di Israele: l’assedio era cominciato sotto Shalmaneser V e la conquista fu rivendicata da Sargon II (722-705 a.C.), che dichiarò nelle sue iscrizioni di aver deportato 27.290 abitanti. Da quella dispersione nacque l’espressione, di origine biblica e poi molto rielaborata, delle «dieci tribù perdute» d’Israele. Sargon fondò una nuova capitale, Dur-Sharrukin (l’odierna Khorsabad), ma morì in battaglia nel 705 a.C. e la città fu abbandonata quasi subito.
Sennacherib (705-681 a.C.) spostò la capitale a Ninive, ampliata fino a farne la città più grande del suo tempo, con mura di oltre dodici chilometri e giardini irrigati da un acquedotto in pietra. Nel 701 a.C. marciò contro il regno di Giuda: i rilievi del suo palazzo raccontano l’assedio di Lachish, con la rampa d’assalto, gli arieti e le gallerie di scavo; Gerusalemme pagò un tributo pesante ma non fu presa, un dettaglio su cui le fonti bibliche insistono più delle iscrizioni assire. Nel 689 a.C. rase al suolo Babilonia in risposta a una rivolta — distruzione che il successore Esarhaddon (681-669 a.C.) giudicò eccessiva e riparò, ricostruendo la città e conquistando l’Egitto nel 671 a.C.
Sotto Assurbanipal (669-631 a.C.) l’impero toccò la massima estensione, con il saccheggio della capitale elamita di Susa nel 646 a.C., ma dovette affrontare anche una guerra civile contro il fratello, re di Babilonia, fra il 652 e il 648 a.C. A Ninive fece raccogliere una biblioteca di decine di migliaia di tavolette cuneiformi, copiate o requisite da templi e scuole di scribi di tutta la Mesopotamia: fra queste, la copia più completa giunta a noi dell’Epopea di Gilgamesh.
Dopo la sua morte l’impero si sfaldò con rapidità sorprendente. Nabopolassar si proclamò re di Babilonia nel 626 a.C. e si alleò con i Medi di Ciassare: Assur cadde nel 614 a.C., Ninive nel 612 a.C., incendiata al punto che i suoi resti scomparvero dalla memoria per due millenni; l’ultima resistenza assira fu sconfitta a Harran nel 609 a.C., nonostante il soccorso tardivo di un contingente egiziano.
Conseguenze
Nel breve periodo, le deportazioni ridisegnarono la mappa etnica del Vicino Oriente: la fine del regno di Israele e la dispersione di comunità intere in Mesopotamia e Siria furono un precedente diretto per la deportazione babilonese di Giuda, l’esilio che seguì la conquista di Gerusalemme del 587 a.C.
Nel lungo periodo, l’impero lasciò in eredità tecniche di governo più che confini: la rete stradale con stazioni di cambio per i messaggeri a cavallo, che permetteva di percorrere in pochi giorni distanze che un viaggiatore comune copriva in settimane, fu il modello diretto del sistema di poste che l’impero achemenide avrebbe perfezionato lungo la sua «via reale». Senza quella infrastruttura, governare da un’unica capitale un territorio che toccava l’Egitto da un lato e l’Iran occidentale dall’altro sarebbe stato materialmente impossibile.
La distruzione di Ninive nel 612 a.C., paradossalmente, conservò la biblioteca di Assurbanipal: sepolte sotto le macerie dell’incendio, le tavolette d’argilla — che il fuoco indurisce invece di distruggere — sono arrivate fino agli scavi ottocenteschi, e oggi sono conservate al British Museum.
Nel frattempo altrove
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
- 1.046 a.C.Gli Zhou e il mandato del cielo — Asia orientale
- 900 a.C.Chavín de Huántar — Americhe
- 900 a.C.La cultura Nok — Africa
- 814 a.C.Cartagine — Africa
- 800 a.C.Omero e la polis — Europa
- 600 a.C.Le Upanishad — Asia meridionale
Come lo sappiamo
Le fonti principali sono gli annali reali, iscrizioni fatte incidere per ordine dei sovrani sulle pareti dei palazzi e su cilindri e prismi d’argilla. Sono propaganda di corte nel senso più letterale: celebrano le vittorie del re e mostrano le crudeltà inflitte ai vinti proprio perché fossero un deterrente per chi le avrebbe lette o viste raffigurate — i rilievi con impalamenti e teste mozzate erano pensati per cortigiani e ambasciatori stranieri, non per essere un resoconto neutro. Questo rende difficile stabilire la scala reale delle deportazioni e delle violenze: i 27.290 deportati da Samaria dichiarati da Sargon II, o le cifre di nemici uccisi che alcuni annali riportano a decine di migliaia, sono numeri prodotti per impressionare, e la storiografia li tratta come ordini di grandezza plausibili più che come censimenti affidabili.
Il racconto assiro va incrociato con altre fonti, ciascuna a sua volta di parte: la Bibbia ebraica, che narra l’assedio di Gerusalemme e la caduta di Samaria con un’agenda teologica propria; le Cronache babilonesi, scritte dai vincitori del crollo finale; e l’archeologia degli strati di distruzione, a Ninive, Nimrud, Assur e Lachish, che conferma la violenza degli assedi senza però poterne quantificare le vittime.
La biblioteca di Assurbanipal merita un discorso a parte. Fu costituita copiando o requisendo testi da templi e scuole di scribi di tutta la Mesopotamia, con l’intento di raccogliere il sapere necessario a un re per governare: non una biblioteca enciclopedica nel senso moderno, ma una collezione orientata alle funzioni della regalità. È grazie a questa raccolta, scoperta negli scavi britannici del XIX secolo, che possiamo ricostruire la trasmissione della letteratura mesopotamica più antica: la versione più completa dell’Epopea di Gilgamesh, opera che circolava già in forme sumeriche un millennio e mezzo prima, ci è arrivata soprattutto attraverso tavolette copiate per ordine di un re del VII secolo a.C. Resta dibattuto quanto quella selezione rifletta l’intera cultura scritta mesopotamica o solo gli interessi della corte di Ninive.
Approfondimenti
- Karen Radner, Ancient Assyria: A Very Short Introduction (2015) — sintesi breve e aggiornata, scritta da una delle massime specialiste del periodo.
- Eckart Frahm (a cura di), A Companion to Assyria (2017) — volume collettivo che copre amministrazione, esercito, religione e fonti in capitoli separati, utile per approfondire un aspetto alla volta.
- Andrew George, The Epic of Gilgamesh (1999) — la traduzione della fonte primaria arrivata a noi grazie alla biblioteca di Ninive, con un’introduzione che discute la storia del testo e delle sue tavolette.