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Atlante della storia umana

Età assialeCittà-stato e imperi

Omero e la polis

Iliade e Odissea vengono fissate per iscritto mentre nasce la città-stato greca, comunità di cittadini armati

circa

1.200 a.C.Età assiale200 a.C.

In breve

Verso l’VIII secolo a.C., nel mondo greco dell’Egeo, due processi corsero in parallelo senza incontrarsi del tutto. Da un lato l’Iliade e l’Odissea, frutto di secoli di composizione e trasmissione orale ad opera di aedi professionisti, presero la forma scritta arrivata fino a noi. Dall’altro nacque la polis, la città-stato retta da una comunità di cittadini che, se possedevano terra e mezzi, si armavano come opliti e combattevano in falange. Contava perché i due mondi che ne uscirono si contraddicevano: i poemi celebravano l’eroe che cerca gloria individuale, la falange chiedeva disciplina collettiva e rinuncia a distinguersi dalla fila.

Contesto

Fra il crollo dei palazzi micenei, verso il 1200 a.C., e la ripresa dell’VIII secolo, la Grecia attraversò secoli in cui la scrittura sillabica lineare B scomparve insieme all’amministrazione palaziale che la usava, la popolazione si ridusse e gli insediamenti si frammentarono. Di quei secoli, chiamati convenzionalmente “medioevo ellenico”, restano pochissime fonti scritte: le date si misurano a secoli, non ad anni, non per un giudizio sulla loro importanza ma perché la scrittura mancava.

In quel vuoto di documenti sopravvisse una tradizione orale di canto epico, portata di villaggio in villaggio da aedi professionisti che intrattenevano corti e banchetti con racconti di un’età eroica già percepita come lontana: quella della guerra di Troia e dei re acheo. Gli aedi non ripetevano a memoria un testo fisso, ma ricostruivano il racconto a ogni esecuzione con un repertorio di formule metriche — epiteti, frasi fatte, scene tipiche — che permetteva di improvvisare in versi senza perdere il filo: una tecnica compositiva, non uno stile arcaico scelto per effetto.

Nello stesso arco di tempo la popolazione greca crebbe di nuovo e i villaggi dispersi si aggregarono in centri più grandi. Verso la metà dell’VIII secolo tornò la scrittura, questa volta alfabetica: i Greci adattarono l’alfabeto consonantico fenicio aggiungendo segni per le vocali, il che rese possibile annotare testi lunghi in lingua greca, compresi i poemi epici. La crescita demografica ebbe anche un risvolto militare: più uomini liberi possedevano un appezzamento di terra sufficiente a mantenere una famiglia e a comprare l’equipaggiamento pesante — scudo, corazza, elmo, lancia — che il nuovo modo di combattere richiedeva.

Svolgimento

La datazione della messa per iscritto dell’Iliade e dell’Odissea resta convenzionale: la maggior parte degli studiosi la colloca fra il 750 e il 650 a.C., con l’Iliade ritenuta anteriore all’Odissea. Non fu un atto isolato di trascrizione, ma l’esito di un processo lungo in cui una tradizione orale, composta e ricomposta per generazioni, si fissò infine in una versione trascritta grazie al nuovo alfabeto. I poemi conservano tracce vistose di questa origine: formule ricorrenti come “Achille dal piede veloce” o “l’aurora dalle dita di rosa” servivano a riempire metricamente il verso e a dare tempo al cantore di pianificare la battuta successiva, non a impressionare un pubblico di lettori.

Parallelamente, e in modo indipendente dai poemi, si trasformò il modo di fare guerra. Fino a quel momento i racconti eroici — gli stessi poemi omerici, in parte — descrivevano campioni che si sfidavano in duelli davanti agli schieramenti, cercando la gloria personale. Nell’VIII secolo si diffuse invece la falange oplitica: file compatte di fanti pesantemente armati che avanzavano spalla contro spalla, gli scudi a coprire in parte anche il vicino, la lancia protesa in una barriera continua. La tattica funzionava solo se ogni oplita teneva la posizione: chi rompeva la fila per inseguire la gloria individuale apriva un varco che poteva far crollare l’intero schieramento. Il valore richiesto non era il coraggio spettacolare del campione, ma la tenuta disciplinata della massa.

Questa forma di guerra presupponeva una base sociale precisa: cittadini-soldati che si procuravano l’armamento a proprie spese, cioè una classe di piccoli e medi proprietari terrieri abbastanza numerosa da riempire le file. Non erano né i grandi signori dei palazzi micenei crollati secoli prima né sudditi di una corte come nelle monarchie orientali coeve: erano coltivatori che, quando serviva, si armavano e marciavano insieme. Attorno a questo nucleo si organizzò la polis, comunità politica raccolta intorno a un centro urbano, un culto comune e un’assemblea che includeva, in gradi diversi da luogo a luogo, chi poteva permettersi lo scudo e la lancia. Non fu un evento datato: Sparta e Atene raggiunsero forme diverse di questa organizzazione in tempi diversi, e il termine stesso “polis” copre una gamma di assetti politici, dall’oligarchia ristretta a forme più larghe di partecipazione, non un modello unico.

Conseguenze

Nel breve periodo, la fissazione scritta permise ai poemi una diffusione più stabile: recitati nei concorsi e nelle feste pubbliche di tutto il mondo greco, diventarono un patrimonio comune riconosciuto da comunità divise per dialetto e regime politico. Nel lungo periodo restarono il fondamento dell’educazione greca, fonte di modelli morali e di lingua, nonostante l’ethos che raccontavano — la gloria individuale del guerriero — fosse sempre più lontano dalla pratica della polis successiva. Il contrasto non si risolse mai del tutto: gli stessi Greci che si allenavano in falange continuavano a leggere e ammirare Achille, e la tensione fra l’eroe solitario e il cittadino-soldato percorre buona parte della letteratura greca successiva, dalla tragedia alla filosofia politica.

Sul piano politico, la polis oplitica pose le basi materiali per le sperimentazioni istituzionali che seguirono — timocrazie, oligarchie, e in alcuni casi forme di partecipazione allargata — perché un corpo di cittadini che si armava da sé poteva anche rivendicare voce nelle decisioni della comunità. Non fu però l’unica forma politica del mondo antico né un punto d’arrivo necessario: accanto alle poleis greche continuarono a esistere, e spesso a prosperare più a lungo, monarchie territoriali e imperi centralizzati in Egitto, Mesopotamia e Asia. La polis fu una soluzione fra le tante ai problemi di organizzare e difendere una comunità, non un modello superiore destinato a prevalere.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il cuore del problema è la “questione omerica”, dibattuta almeno dal Settecento: chi fu, se fu qualcuno, “Omero”? Una linea di pensiero, che risale ad Aristotele e che nell’Ottocento trovò nuova forza con Friedrich August Wolf, sostiene che i due poemi siano il prodotto di un singolo genio compositivo capace di dare forma unitaria a materiali di tradizione. Un’altra linea, gli “analisti”, vi legge invece la giunzione di più mani e più fasi di trasmissione, senza un autore singolo nel senso moderno. Nessuna delle due posizioni si è imposta in modo definitivo, e la scheda non prende partito su chi o quanti fossero.

La svolta metodologica che permise di capire come funzionasse questa poesia, indipendentemente da chi l’avesse composta, arrivò nel Novecento da Milman Parry e Albert Lord. Studiando negli anni Trenta i cantori orali ancora attivi nei Balcani, che componevano poemi lunghissimi in performance improvvisata senza testo scritto, Parry e poi Lord mostrarono che le formule ripetitive omeriche — gli epiteti fissi, i versi-tipo per certe scene — erano gli strumenti mnemonici tipici della poesia orale-formulare, non uno stile letterario scelto per effetto arcaizzante. Lord raccolse questa dimostrazione in The Singer of Tales (1960), che resta il riferimento sul funzionamento della composizione orale, senza risolvere se dietro il testo fissato per iscritto ci fosse un solo compositore finale o una tradizione collettiva senza nome.

Sul fronte militare le fonti sono più indirette. Le rappresentazioni vascolari a partire dalla metà dell’VIII secolo mostrano progressivamente scudi rotondi, elmi e schieramenti compatti, ma quando la falange sia divenuta la tattica dominante — un cambiamento rapido nel VII secolo o un’evoluzione più lenta lungo due secoli — resta discusso fra gli storici della guerra antica, fra cui Victor Davis Hanson, che ne ha proposto la lettura più influente. Resta discusso anche quanto le scene di battaglia omeriche, che mescolano duelli individuali e scontri di massa, riflettano pratiche militari più antiche o già l’orizzonte oplitico dei loro ultimi compositori: i due processi che dà loro il titolo a questa voce si intrecciano anche nelle fonti che li documentano.

Approfondimenti

  • Albert B. Lord, The Singer of Tales (1960) — la dimostrazione, condotta sul campo con cantori balcanici viventi, di come funzioni la composizione orale-formulare: base di ogni discussione sulla questione omerica.
  • Moses I. Finley, The World of Odysseus (1954) — legge la società dei poemi come fonte storica per l’VIII secolo, non per l’età micenea che dicono di narrare: utile per capire cosa i poemi possono dire sulla propria epoca di composizione.
  • Victor Davis Hanson, The Western Way of War (1989) — la lettura più influente della falange come sistema fondato sulla disciplina collettiva, e un punto di partenza per capire quanto sia oggi discussa.
  • Anthony Snodgrass, Archaic Greece: The Age of Experiment (1980) — collega equipaggiamento militare, archeologia degli insediamenti e nascita della polis, senza far discendere l’una dall’altra in modo meccanico.

Riferimenti

  • Albert B. Lord, The Singer of Tales, 1960, Harvard University Press
  • Victor Davis Hanson, The Western Way of War, 1989, Knopf
  • Moses I. Finley, The World of Odysseus, 1954, Viking Press
  • Anthony Snodgrass, Archaic Greece: The Age of Experiment, 1980, J.M. Dent

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