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Atlante della storia umana

Età assialeLa svolta assiale

Le guerre persiane

Maratona, Termopili, Salamina:

esatto

1.200 a.C.Età assiale200 a.C.

In breve

Fra il 492 e il 479 a.C. l’impero achemenide condusse due spedizioni contro alcune città-stato greche, in particolare Atene e Sparta, per punire il loro sostegno alla rivolta ionica. La prima, voluta da Dario I, finì a Maratona nel 490 a.C. con la vittoria ateniese. La seconda, guidata da Serse I con forze più ampie, produsse nel 480 a.C. la resistenza dei trecento spartani di Leonida alle Termopili e, quasi negli stessi giorni, la vittoria navale greca a Salamina, ottenuta da Temistocle attirando la flotta persiana in uno stretto. Il conflitto contava, per i Greci coinvolti, come questione di sopravvivenza; per Persepoli fu un fronte periferico ai margini occidentali di un impero concentrato altrove.

Contesto

Alla fine del VI secolo a.C. le città greche della costa dell’Asia Minore, l’Ionia, erano sudditi persiani dalla conquista lidia di Ciro il Grande. Nel 499 a.C. si ribellarono, guidate da Mileto, nella rivolta ionica. Atene ed Eretria inviarono navi in appoggio ai ribelli e parteciparono, nel 498 a.C., all’incendio di Sardi, capitale della satrapia locale. La rivolta fu soffocata entro il 493 a.C., ma Dario I non dimenticò l’intervento delle due città greche: secondo Erodoto, ordinò a un servo di ripetergli ogni giorno a tavola «Signore, ricordati degli Ateniesi».

Il mondo greco era frammentato in centinaia di polei autonome, spesso in guerra fra loro, senza un potere centrale paragonabile a quello persiano. La Grecia continentale è montuosa, con poche pianure coltivabili e un accesso quasi ovunque al mare: la marina, non la cavalleria, era la risorsa che una potenza limitata come Atene poteva sviluppare, mentre l’oplita — il fante pesante in falange, formazione serrata di scudi e lance — restava l’arma di terra delle città. Per l’impero achemenide, esteso dall’Egeo all’Indo e con satrapie ricche come l’Egitto e la Babilonia, la costa greca era un lembo occidentale marginale: la spedizione contro Atene ed Eretria fu punizione limitata, non conquista sistematica.

Svolgimento

Nel 492 a.C. una prima flotta persiana guidata dal generale Mardonio sottomise la Tracia e la Macedonia, ma naufragò al largo del monte Athos. Due anni dopo Dario allestì una seconda spedizione, più piccola e mirata: nel 490 a.C. le navi persiane, comandate da Data e Artaferne, distrussero Eretria e sbarcarono nella baia di Maratona, in Attica, a poche decine di chilometri da Atene. Gli Ateniesi, guidati dallo stratego Milziade e appoggiati solo da un piccolo contingente di Platea, scesero in campo aperto contro un esercito che le fonti descrivono come nettamente superiore. La falange ateniese sfondò le ali persiane e travolse il centro: i Persiani si reimbarcarono in fretta, lasciando sul campo, secondo Erodoto, 6400 caduti contro 192 Ateniesi. Dario progettava una nuova spedizione quando morì nel 486 a.C., lasciando il compito al figlio Serse I.

Serse preparò per anni una forza più consistente, con un ponte di barche sull’Ellesponto e un canale scavato attraverso il monte Athos per evitare il naufragio del 492. Nella primavera del 480 a.C. l’esercito persiano marciò lungo la costa della Tracia e della Tessaglia, affiancato dalla flotta. Una coalizione greca, guidata da Sparta per le forze di terra e da Atene per quelle navali, decise di bloccare l’avanzata al passo delle Termopili, uno stretto corridoio fra montagne e mare dove il numero persiano contava meno. Il re spartano Leonida vi si oppose con circa 7000 opliti alleati, fra cui trecento Spartiati scelti, resistendo per tre giorni. Un abitante locale, Efialte, mostrò ai Persiani un sentiero che aggirava il passo; Leonida, avvertito, congedò la maggior parte dell’esercito e restò a coprire la ritirata con gli Spartani, i Tespiesi e un contingente tebano, morendo con loro. La battaglia fu una sconfitta tattica, ma il ritardo imposto ai Persiani permise l’evacuazione dell’Attica.

Negli stessi giorni la flotta greca affrontò quella persiana al largo dell’Artemisio, con esito incerto, e si ritirò poi verso lo stretto fra l’isola di Salamina e la costa attica. Atene fu occupata e incendiata, ma la popolazione era già stata evacuata sull’isola e nel Peloponneso, su decisione dello stratego Temistocle, che secondo il racconto tramandato fece anche credere a Serse che la flotta greca fosse in rotta, inducendolo a farla intrappolare nello stretto: lì la superiorità numerica persiana divenne uno svantaggio, perché le navi non potevano manovrare né sostenersi a vicenda. Nella battaglia che seguì, nel settembre del 480 a.C., le triremi greche, più manovrabili in spazi stretti, distrussero gran parte della flotta persiana. Serse si ritirò in Asia con buona parte dell’esercito, lasciando in Grecia un contingente al comando di Mardonio, sconfitto l’anno seguente a Platea dalle forze di terra greche riunite, mentre la stessa estate una flotta greca distruggeva i resti della marina persiana a Micale, sulla costa ionica. Con Platea e Micale si chiuse la fase difensiva del conflitto.

Conseguenze

Nel breve periodo, le due invasioni fallirono: l’impero achemenide non riuscì a sottomettere la Grecia continentale, e il fronte occidentale tornò sostanzialmente alla situazione precedente. Per Atene la conseguenza immediata fu la formazione, nel 478 a.C., della lega delio-attica, alleanza navale antipersiana con sede nel tesoro dell’isola di Delo, che Atene guidò e trasformò progressivamente in un proprio impero marittimo.

Nel lungo periodo, il ruolo decisivo della flotta a Salamina rafforzò politicamente i ceti che remavano sulle triremi — cittadini poveri senza terra, esclusi dall’oplitismo — e questo contribuì al consolidamento della democrazia radicale ateniese nei decenni successivi. Le risorse della lega finanziarono anche i grandi cantieri pubblici dell’Atene di Pericle. Sul piano culturale, la vittoria contro un impero enormemente più vasto divenne elemento fondativo dell’identità greca, e in particolare ateniese: un episodio di pochi anni fu trasformato in racconto fondativo attraversato fino a oggi.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Questa è, più di ogni altra voce di questo atlante, una storia raccontata da una sola parte. La fonte pressoché esclusiva delle guerre persiane è Erodoto di Alicarnasso, che scrisse le sue Storie alcuni decenni dopo i fatti, raccogliendo soprattutto tradizioni orali greche, di città che avevano tutto l’interesse a magnificare la propria resistenza. Non possediamo, per queste campagne, quasi nessuna fonte persiana diretta e comparabile: le iscrizioni regali achemenidi menzionano la Ionia e la Grecia solo di sfuggita, fra le tante regioni di un impero concentrato su Mesopotamia, Iran ed Egitto. Conosciamo quindi queste guerre quasi solo dal lato di chi vinse, o sopravvisse, per raccontarle.

I numeri che Erodoto attribuisce alle forze persiane — cifre che nel testo arrivano a più di due milioni di combattenti per la spedizione di Serse — sono considerati oggi largamente impossibili dal punto di vista logistico: nessun esercito antico avrebbe potuto rifornire d’acqua e cibo una massa simile lungo una marcia di mesi. Storici moderni come Peter Green hanno ridimensionato queste stime a poche decine di migliaia di combattenti per parte, ordine di grandezza compatibile con la capacità di movimento e approvvigionamento delle armate dell’epoca. Anche le cifre delle perdite, come i 6400 caduti persiani a Maratona contro 192 Ateniesi, vanno lette come proporzioni simboliche più che come censimenti.

Restano incerti anche alcuni dettagli tattici: il punto esatto dello sbarco a Maratona, l’entità reale del contingente alle Termopili al netto degli alleati congedati, il numero preciso delle navi a Salamina. L’archeologia offre riscontri parziali — il tumulo dei caduti ateniesi a Maratona, la colonna serpentina dedicata a Delfi dalle città vincitrici, oggi a Istanbul — ma nessuno di questi resti verifica le cifre di Erodoto in modo indipendente.

Va infine sottolineato un punto storiografico più ampio, discusso anche nella voce sull’impero achemenide: la centralità di queste guerre nella memoria storica occidentale, spesso letta come scontro fra la libertà greca e il «dispotismo orientale», è un’interpretazione che risale già a Erodoto stesso ed è stata ripresa più volte in epoca moderna, dal nazionalismo ottocentesco alla cultura popolare contemporanea. Ma è un effetto della prospettiva delle fonti sopravvissute, quasi tutte greche, non della scala reale dell’evento: per l’impero achemenide, concentrato su un territorio che andava dall’Egeo all’Indo, la campagna contro le città greche fu una spedizione periferica, non il confronto esistenziale che la tradizione greca, e poi occidentale, ne ha fatto.

Approfondimenti

  • Erodoto, Storie — la fonte quasi unica su questi eventi: da leggere sapendo che è un racconto greco, scritto per un pubblico greco, decenni dopo i fatti.
  • Peter Green, The Greco-Persian Wars (1996) — la ricostruzione militare di riferimento, con la discussione più solida sul ridimensionamento dei numeri persiani.
  • Tom Holland, Persian Fire (2005) — un racconto narrativo accessibile, utile per il contesto ma da leggere insieme a una lettura più critica delle fonti.

Riferimenti

  • Erodoto, Storie
  • Peter Green, The Greco-Persian Wars, 1996, University of California Press
  • Tom Holland, Persian Fire, 2005, Little, Brown

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.