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Atlante della storia umana

Età assialeCittà-stato e imperi

Confucio e Laozi

Etica del dovere, della famiglia e del merito da un lato, adesione al corso naturale delle cose dall'altro:

esatto

1.200 a.C.Età assiale200 a.C.

In breve

Etica del dovere, della famiglia e del merito da un lato, adesione al corso naturale delle cose dall’altro: le due polarità del pensiero cinese. Confucio (Kong Qiu, tradizionalmente 551-479 a.C.), nato nello stato di Lu, propose che il buon governo dipendesse dalla virtù dei governanti e dal merito personale dei funzionari, non dalla sola nascita, e che i riti e la pietà filiale tenessero insieme la società. Laozi, autore tradizionale del Daodejing, insegnò invece la diffidenza verso le regole elaborate e l’adesione al corso spontaneo delle cose, il Dao. Entrambe le dottrine nacquero dalla stessa crisi, quella dell’autorità Zhou svuotata e degli stati cinesi in guerra permanente. Le loro parole ci arrivano filtrate da altri — i Dialoghi di Confucio furono messi per iscritto dai discepoli dopo la sua morte — e la stessa esistenza storica di Laozi come persona singola resta un dibattito aperto.

Contesto

Nel 771 a.C. la capitale occidentale della dinastia Zhou era caduta sotto un attacco di alleati delle steppe e di un principe vassallo ribelle, e la corte si era spostata a oriente, a Luoyang. Da allora il re Zhou conservava un prestigio rituale — restava, in teoria, il detentore del mandato del cielo — ma non aveva più né esercito né entrate proprie: il potere reale era passato a poche decine di stati vassalli, in guerra fra loro quasi senza interruzione per l’egemonia. Il periodo prende il nome dagli Annali delle Primavere e degli Autunni (Chunqiu), la cronaca di Lu che copre gli anni dal 722 al 481 a.C. circa.

Questa guerra endemica cambiò il tipo di stato che serviva per sopravvivere. Gli eserciti crebbero, da piccole aristocrazie su carro da guerra a fanterie di massa reclutate fra i contadini, e servivano ufficiali capaci di amministrare terre e rifornimenti, non solo di combattere: il vecchio sistema Zhou, in cui le cariche si trasmettevano per lignaggio, non produceva abbastanza uomini simili. Nacque una domanda concreta di funzionari competenti reclutabili anche fuori dall’alta nobiltà: gli shi, la piccola nobiltà di servizio a cui la famiglia di Confucio apparteneva, decaduta ma ancora istruita nei riti e nella scrittura, divennero il bacino da cui gli stati pescavano consiglieri e comandanti. È in questo vuoto di autorità e in questa domanda di competenza che fiorirono, quasi simultaneamente, molte scuole rivali sulla natura del buon governo — le “cento scuole”: non solo Confucio e Laozi, ma anche il moismo e il legismo, che avrebbe fornito a Qin gli strumenti per riunificare la Cina con la forza. La crisi politica non fu lo sfondo di questo fiorire intellettuale: ne fu la causa diretta, perché ogni scuola rispondeva alla stessa domanda pratica, come tenere insieme uno stato quando l’ordine ereditato era crollato.

Svolgimento

Confucio nacque, secondo la cronologia tradizionale, nel 551 a.C. a Zou, presso Qufu, nello stato di Lu, da una famiglia di shi impoverita. Ricoprì incarichi amministrativi minori a Lu, poi passò circa quattordici anni a viaggiare fra gli stati vicini offrendo consulenza politica: la sua ricetta — governare con la virtù (de) e i riti (li) più che con la forza — interessava pochi sovrani in guerra permanente. Tornato a Lu in tarda età, insegnò a un gruppo di discepoli, tradizionalmente settantadue allievi stretti, e morì nel 479 a.C. Il suo insegnamento ruotava attorno al ren, la “benevolenza” coltivabile con lo studio, e al junzi, l’“uomo esemplare” definito dalla virtù, non dalla nascita — idea rivoluzionaria in una società organizzata per lignaggi, da cui la proposta che le cariche pubbliche spettassero al merito: principio che secoli dopo, sotto gli Han, avrebbe originato gli esami imperiali per il reclutamento dei funzionari, in vigore fino al 1905. Confucio non scrisse questi insegnamenti: furono i discepoli, e i discepoli dei discepoli, a raccoglierli in brevi dialoghi nel Lunyu, messo insieme nei decenni successivi alla sua morte.

Di Laozi la tradizione racconta molto meno di preciso. Sarebbe stato Li Er, detto Lao Dan, archivista alla corte Zhou di Luoyang e, secondo racconti tardi e probabilmente leggendari, un contemporaneo più anziano di Confucio, incontrato una volta senza restarne convinto. Prima di lasciare la Cina verso occidente al passo di Hangu, avrebbe dettato un testo di circa cinquemila caratteri, il Daodejing (“Il libro della via e della virtù”): l’adesione al Dao, la “via” impersonale che regge il corso naturale delle cose, e il wuwei, il “non agire” contro la spontaneità della natura — non l’inazione, ma l’astensione da ogni intervento forzato. Ne discendeva una diffidenza esplicita verso le leggi elaborate e i riti codificati che erano invece il cuore della proposta confuciana: dove Confucio vedeva nei riti la struttura che tiene insieme una comunità, il Daodejing vi vedeva il segno che la via naturale era già stata smarrita.

Conseguenze

Nell’immediato, né l’una né l’altra dottrina prevalse: gli stati in guerra premiavano soluzioni più dure, e fu il legismo, con leggi uniformi e un sistema di premi e punizioni, a fornire a Qin gli strumenti con cui unificò la Cina nel 221 a.C. — perseguitando, secondo le fonti, i seguaci di Confucio.

Nel lungo periodo l’esito si rovesciò. Dalla metà del II secolo a.C. la dinastia Han adottò il confucianesimo come dottrina di stato e vi fondò, nei secoli successivi, il sistema di esami che selezionava i funzionari sulla conoscenza dei classici piuttosto che sulla nascita: l’idea del merito di Confucio, applicata su scala imperiale per quasi due millenni. Il pensiero attribuito a Laozi restò invece riferimento per chi si ritirava dalla vita pubblica, e dal II secolo d.C. fornì il nucleo dottrinale a un taoismo religioso organizzato. Nella pratica dei letterati cinesi le due tradizioni convissero come registri complementari — uno per il servizio dello stato, uno per la vita privata — più che come partiti in guerra perenne.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La biografia di Confucio poggia su basi relativamente solide, ma non dirette. Il Lunyu non fu scritto da lui: è una raccolta di detti messa insieme da generazioni di discepoli nei decenni, forse nei secoli, dopo la sua morte, e filtrata dagli interessi di chi trascriveva. La biografia più estesa, nello Shiji di Sima Qian, fu compilata circa quattro secoli dopo i fatti e mescola cronaca e agiografia. Restano, comunque, un nome, una famiglia, uno stato d’origine e una sequenza di eventi su cui le fonti concordano abbastanza da parlare di persona storicamente esistita.

Su Laozi la questione è diversa di natura, non solo di grado. Già Sima Qian non era certo di chi fosse, ed elencava più candidati senza sciogliere il dubbio: l’incertezza non è moderna. La filologia novecentesca ha aggiunto ragioni per dubitare che il Daodejing sia opera di un solo autore vissuto nel VI secolo a.C.: stile e lessico suggeriscono a molti studiosi una compilazione di più mani su un arco lungo, forse conclusasi solo nel periodo degli Stati Combattenti. Due ritrovamenti lo confermano: i manoscritti su seta di Mawangdui (tomba Han del 168 a.C. circa, scoperta nel 1973) e le strisce di bambù di Guodian (tomba poco più antica, scoperta nel 1993) tramandano versioni più brevi e in ordine diverso, prova che il testo si è formato per accrescimento, non da un dettato unico. A.C. Graham e altri ne concludono che “Laozi” — “il vecchio maestro” — designi in parte una figura di sintesi letteraria a cui una tradizione compilata da più mani attribuì un’autorità unica, più che una persona storica accertabile. Questo atlante non sceglie fra queste letture: la dichiara questione aperta, distinguendola dalla relativa solidità biografica di Confucio.

Non fu un caso che Confucio e Laozi comparissero nello stesso arco di tempo. Fu la stessa condizione materiale — l’autorità Zhou svuotata, la guerra fra stati come regime permanente, il bisogno urgente di funzionari capaci indipendentemente dal lignaggio — a produrre in pochi decenni non due ma molte scuole rivali sul buon governo: le due che l’esito storico successivo ha reso più visibili, non le uniche che quella crisi generò.

Approfondimenti

  • Annping Chin, The Authentic Confucius (2007) — separa con cura gli strati del Lunyu: utile per capire quanto del “Confucio” che conosciamo sia opera dei suoi trascrittori.
  • A.C. Graham, Disputers of the Tao (1989) — la ricostruzione più autorevole delle “cento scuole” e del dibattito sulla datazione del Daodejing.
  • Robert G. Henricks, Lao Tzu’s Tao Te Ching (2000) — i manoscritti di Guodian a confronto col testo tramandato: la lettura opposta a chi tratta il Daodejing come un blocco unico.
  • Shiji di Sima Qian, in traduzione — la fonte antica su entrambe le figure, da leggere sapendo che è una compilazione di corte scritta secoli dopo i fatti che racconta.

Riferimenti

  • Annping Chin, The Authentic Confucius: A Life of Thought and Politics, 2007, Scribner
  • A.C. Graham, Disputers of the Tao: Philosophical Argument in Ancient China, 1989, Open Court
  • Robert G. Henricks, Lao Tzu's Tao Te Ching: A Translation of the Startling New Documents Found at Guodian, 2000, Columbia University Press
  • Sima Qian, Shiji (Memorie di uno storico)

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