In breve
Fra il IV e il I secolo a.C., nelle terre basse del Petén guatemalteco, dello Yucatán e del Belize, alcune città maya costruirono piattaforme cerimoniali di una scala riconosciuta appieno solo negli ultimi anni. A El Mirador sorse La Danta, un complesso piramidale il cui volume totale rientra fra i più grandi mai eretti nella Mesoamerica antica, costruito quando quella civiltà era considerata, fino a pochi decenni fa, ancora agli inizi del proprio sviluppo. In questa fase presero forma un calendario di Conto Lungo e una scrittura logografica ancora incompleta, i due strumenti che i maya del periodo classico avrebbero portato a maturità. Conta perché sposta indietro di secoli l’emergere della complessità politica mesoamericana, e perché la sua riscoperta recente — dovuta al rilievo lidar — mostra quanto le stime archeologiche possano cambiare con una tecnologia nuova.
Contesto
Le terre basse maya erano una piattaforma calcarea coperta da foresta tropicale, senza fiumi estesi nella parte centrale del Petén e con una stagione secca marcata. Il vincolo principale non era il cibo — il mais, coltivato con rotazione dei campi fin dal secondo millennio a.C., rendeva bene in quel suolo — ma l’acqua: la sua raccolta richiedeva bacini artificiali (aguadas), canali e cisterne rivestite di intonaco impermeabile. Un secondo fattore materiale, a lungo sottovalutato, era la disponibilità locale di calcare, facile da trasformare in intonaco per calcinazione, e di legname per alimentare le fornaci: alcuni ricercatori collegano la deforestazione di questo periodo anche al consumo di combustibile dei cantieri, non solo all’espansione dei campi.
Prima del Preclassico tardo, la regione ospitava villaggi agricoli modesti, con architettura in materiale deperibile. Il modello di un’architettura monumentale in pietra veniva dagli olmechi, sulla costa del golfo del Messico, con centri come La Venta, distanti centinaia di chilometri e anteriori di alcuni secoli: da lì arrivarono elementi condivisi in tutta la Mesoamerica, come il gioco della palla e un calendario rituale di 260 giorni. Ma le terre basse maya non furono una periferia passiva: fra il IV e il I secolo a.C. svilupparono una scala costruttiva senza equivalenti noti, nella stessa epoca, nel resto della regione.
Svolgimento
El Mirador, nel bacino omonimo del Petén settentrionale, cominciò a crescere come centro maggiore intorno al IV secolo a.C., ereditando un ruolo che nei secoli precedenti era stato di Nakbé, poco distante, dove le prime piattaforme monumentali risalgono già al IX-VII secolo a.C. Il complesso oggi noto come La Danta fu eretto per fasi successive fra circa il 300 e il 100 a.C.: una piattaforma di base di circa sei ettari, sormontata da tre livelli di templi, per un’altezza complessiva di circa 72 metri sul piano della foresta. Calcolato per volume totale di materiale — pietra, terra, intonaco — rientra fra le costruzioni più voluminose dell’antichità mesoamericana, paragonabile o superiore ad alcune fra le piramidi più note del periodo classico, erette secoli più tardi.
Attorno a El Mirador crebbero altri centri dello stesso bacino, come Tintal e Wakná, collegati da un sistema di strade rialzate in terra battuta e pietrisco, i sacbeob («strade bianche»), larghe fino a quaranta metri in alcuni tratti, che attraversavano zone paludose stagionali (bajos) indipendentemente dalla pioggia. Costruire quelle strade e quelle piattaforme senza animali da tiro né la ruota per il trasporto di carichi pesanti — due tecnologie assenti in tutta la Mesoamerica precolombiana — richiedeva mobilitare, alimentare e coordinare per anni migliaia di lavoratori, che trasportavano materiale a spalla e in ceste lungo rampe di terra costruite apposta e poi smontate. Non era un limite che rendesse l’impresa più modesta: era un vincolo reale, affrontato con un’organizzazione del lavoro su larga scala, che presupponeva un potere capace di requisire e nutrire quella manodopera per anni — la vera misura della complessità raggiunta, più della dimensione dei monumenti.
In questi stessi secoli presero forma due strumenti destinati a diventare il tratto distintivo della civiltà maya. Il calendario di Conto Lungo, che contava i giorni trascorsi da un’origine convenzionale con cicli combinati di venti e diciotto unità, ebbe le sue prime attestazioni sicure poco dopo la fine del periodo qui trattato, ma la notazione posizionale che lo componeva si era formata prima, nell’uso condiviso da più popoli mesoamericani. La scrittura, attestata a El Mirador su intonaco, ceramica e frammenti di pietra, era già un sistema misto di logogrammi e segni fonetici riconoscibile nella sua logica, ma ancora incompleto: molti segni ricorrenti restano privi di lettura sicura, e una scrittura piena sarebbe stata un risultato del periodo classico successivo.
Conseguenze
Nel breve periodo, El Mirador conobbe fra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. un declino ancora poco compreso, forse legato a un dissesto ambientale locale: la deforestazione connessa alla produzione di intonaco può avere eroso i suoli e compromesso la gestione dell’acqua. Alcune piattaforme minori furono abbandonate, anche se il sito conservò un’occupazione ridotta nei secoli successivi.
Nel lungo periodo, questa fase fornì l’infrastruttura concettuale e materiale del periodo classico maya: le triadi templari, la pianificazione urbana e i primi passi di calendario e scrittura furono ripresi e portati a compimento dalle città-stato del III-X secolo, come Tikal e Calakmul, che ereditarono un repertorio già sostanzialmente maya. L’apice tradizionalmente riconosciuto — il periodo classico — risulta così l’erede di una fase precedente più lunga e sviluppata di quanto la storiografia avesse per lungo tempo ammesso.
Nel frattempo altrove
- 500 a.C.I Garamanti — Africa
- 334 a.C.Alessandro Magno — Europa
- 300 a.C.Alessandria — Europa
- 300 a.C.L'impero Maurya — Asia meridionale
- 256 a.C.Dujiangyan — Asia orientale
- 138 a.C.L'impero partico — Medio Oriente
- 300 d.C.Verso il Pacifico orientale — Oceania
Come lo sappiamo
Fino agli anni Duemila, la ricostruzione della scala del Preclassico maya si basava quasi solo su scavi a terra, necessariamente lenti sotto una foresta pluviale continua: si stimava che le terre basse ospitassero poche decine di migliaia di abitanti prima del periodo classico, e che El Mirador fosse un caso isolato. Il rilievo aereo lidar, impiegato nel bacino del Mirador dagli anni 2010 e reso pubblico in una sintesi ampia nel 2018 da un gruppo guidato da Marcello Canuto, ha rivelato in poche settimane di volo ciò che decenni di scavo non avevano potuto mappare: reti di sacbeob per centinaia di chilometri, terrazzamenti, bacini idrici e migliaia di piattaforme nascoste sotto la vegetazione. È un esempio diretto di come una tecnologia nuova possa rovesciare un consenso storiografico consolidato nel giro di pochi anni: prima del lidar, la scala del Preclassico era sottostimata non per un errore di metodo, ma per un limite materiale della prospezione a terra.
Le stime di popolazione derivate da questi rilievi restano oggetto di dibattito attivo fra gli archeologi. La lettura più alta, che moltiplica ogni struttura visibile per un numero medio di abitanti, porta a cifre di alcuni milioni di persone per le terre basse maya, e propone un quadro di intensa occupazione già nel tardo Preclassico; altri ricercatori sono più cauti, e obiettano che non tutte le piattaforme erano abitazioni contemporanee fra loro. La discussione non riguarda se il Preclassico fosse più popoloso di quanto si pensasse — su questo la comunità converge — ma di quanto.
Sul fronte della scrittura, la lettura dei testi preclassici resta parziale. La comparsa dei glifi non fu un’invenzione avvenuta in un momento preciso, ma un processo graduale di due o tre secoli, in cui simboli usati per marcare l’appartenenza o il computo del tempo si arricchirono di valore fonetico, fino a comporre — già nel periodo classico — un sistema misto di logogrammi e sillabogrammi funzionante. La decifrazione moderna non fu il lavoro di una sola persona né l’esito di un singolo momento di scoperta: l’intuizione di Yuri Knorozov negli anni Cinquanta che la scrittura contenesse una componente fonetica, il riconoscimento di Tatiana Proskouriakoff che le iscrizioni narrassero storia dinastica, e i contributi di più epigrafisti si sommarono nell’arco di oltre trent’anni. Per i testi preclassici, più rari e frammentari, il lavoro di lettura resta indietro rispetto a quello sui testi classici.
Resta infine aperta la cronologia della fase finale di El Mirador: le ipotesi di dissesto ambientale legato alla deforestazione non spiegano da sole perché alcuni centri vicini sopravvissero meglio di altri.
Approfondimenti
- Richard D. Hansen, in Stephen D. Houston (a cura di), Function and Meaning in Classic Maya Architecture (1998) — il capitolo di Hansen su El Mirador, dentro il volume che per primo trattò sistematicamente la continuità fra architettura preclassica e classica.
- Marcello A. Canuto e altri, «Ancient Lowland Maya Complexity as Revealed by Airborne Laser Scanning of Northern Guatemala», Science (2018) — l’articolo che rese pubblici i risultati del rilievo lidar sul Petén, con le mappe che hanno cambiato le stime di popolazione.
- Michael D. Coe, Breaking the Maya Code (1992) — la storia della decifrazione della scrittura maya, utile anche per capire perché i testi preclassici restino più difficili da leggere di quelli classici.