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Atlante della storia umana

Età assialeEllenismo e unificazioni

L'impero Maurya

Chandragupta unifica gran parte del subcontinente;

circa

1.200 a.C.Età assiale200 a.C.

In breve

Fra circa il 321 e il 185 a.C. l’impero Maurya unificò per la prima volta gran parte del subcontinente indiano sotto un unico stato, con capitale a Pataliputra, presso l’odierna Patna. Lo fondò Chandragupta Maurya, che rovesciò il regno di Magadha; raggiunse la sua massima estensione ed espressione sotto il nipote Ashoka (circa 268-232 a.C.), che dopo una guerra sanguinosa contro il regno di Kalinga si convertì al buddhismo e fece incidere su rocce e colonne, in più lingue e scritture, editti che promuovevano tolleranza religiosa e non violenza. Sono fra le prime testimonianze epigrafiche di un sovrano che si rivolge ai propri sudditi su temi etici anziché solo dinastici o militari. L’impero si disgregò rapidamente dopo la morte di Ashoka.

Contesto

Nella seconda metà del IV secolo a.C. la pianura del Gange era divisa fra regni e repubbliche, e il più potente era Magadha, con capitale a Pataliputra: una posizione ricca d’acqua, alla confluenza del Gange con altri fiumi navigabili, che sosteneva un’agricoltura intensiva di riso e un commercio fluviale capace di finanziare eserciti permanenti. Poco più a nord-ovest, fra il 327 e il 325 a.C., la spedizione di Alessandro Magno aveva attraversato il Punjab e l’Indo, scontrandosi con il sovrano Poro e ritirandosi poi senza spingersi oltre l’Ifasi: non conquistò l’India, ma lasciò dietro di sé satrapie instabili e un vuoto di potere nel nord-ovest che la nuova dinastia avrebbe sfruttato.

Chandragupta Maurya, di origini oscure secondo le fonti disponibili, rovesciò il sovrano di Magadha della dinastia Nanda intorno al 321 a.C., secondo la tradizione con l’assistenza del consigliere Kautilya (detto anche Chanakya). A Kautilya viene tradizionalmente attribuito l’Arthashastra, un trattato di scienza politica ed economica dello stato di straordinaria concretezza — spionaggio, tassazione, gestione delle scorte, diritto commerciale — ma la sua datazione e paternità restano dibattute, come si dirà più avanti. Da questa base Chandragupta estese il proprio controllo verso ovest, approfittando del ritiro macedone, fino a scontrarsi e poi ad accordarsi, intorno al 305 a.C., con Seleuco I Nicatore, l’erede di Alessandro in Asia: Seleuco cedette territori a ovest dell’Indo in cambio, secondo le fonti greche, di cinquecento elefanti da guerra.

Svolgimento

Sotto Chandragupta (321-297 a.C. circa) e il figlio Bindusara (297-268 a.C. circa) l’impero si estese su gran parte del subcontinente, con l’eccezione dell’estremo sud. La corte manteneva rapporti diplomatici con i regni ellenistici: l’ambasciatore seleucide Megastene risiedette a Pataliputra e ne lasciò una descrizione, gli Indika, oggi perduta ma citata da autori greci successivi.

L’apogeo arrivò con Ashoka, salito al trono intorno al 268 a.C. Circa nel 261 a.C. mosse guerra al regno indipendente di Kalinga, sulla costa orientale, e lo sottomise dopo un massacro che le sue stesse iscrizioni quantificano: centocinquantamila deportati, centomila uccisi in combattimento, e molti altri morti per le conseguenze della guerra. È lo stesso Ashoka a scriverlo, e a scrivere di provarne rimorso: nel tredicesimo editto maggiore su roccia racconta la vittoria e insieme la definisce fonte di angoscia, un episodio più unico che raro nell’epigrafia di un sovrano antico che documenta pubblicamente il pentimento per una guerra vinta.

Da quel momento Ashoka si avvicinò al buddhismo e promosse una politica di governo fondata sul concetto di dhamma: un’etica di rettitudine, moderazione, tolleranza verso le altre fedi e riduzione della violenza, anche verso gli animali, che non coincideva esattamente con la dottrina buddhista in senso stretto ma ne condivideva l’impianto. Fece incidere questo programma su rocce e su colonne monolitiche erette lungo le vie di comunicazione dell’impero, dall’Afghanistan al Deccan: gli editti sono scritti in prakrit con scrittura brahmi nella maggior parte del territorio, in kharosthi nel nord-ovest, e in greco e aramaico nelle regioni di confine con il mondo ellenistico e persiano, a Kandahar. Questa scelta linguistica mostra un impero cosmopolita, in dialogo diretto con le popolazioni e le culture scritte che lo circondavano, non isolato dal resto dell’Eurasia. Secondo la tradizione buddhista, Ashoka inviò anche missioni religiose fuori dai confini indiani, fra cui una nello Sri Lanka guidata dal figlio o dal fratello Mahinda, e forse altre verso regni ellenistici a ovest, nominati negli stessi editti come destinatari di messaggeri.

Conseguenze

Nell’immediato, il regno di Ashoka portò decenni di pace interna su un territorio che copriva gran parte del subcontinente, con un’amministrazione che tassava, costruiva strade e pozzi, e faceva piantare alberi da frutto lungo le vie, come raccontano gli stessi editti. Il buddhismo, già diffuso da un paio di secoli, trovò nel patrocinio imperiale e nelle missioni un moltiplicatore che ne accelerò la diffusione verso Sri Lanka e, nei secoli successivi, verso l’Asia centrale e orientale.

A lungo termine l’effetto fu duplice e in parte contraddittorio. Da un lato l’impero Maurya rimase per secoli il modello di riferimento di uno stato unificato del subcontinente, citato da dinastie successive come precedente da eguagliare. Dall’altro l’unificazione non durò: dopo la morte di Ashoka, intorno al 232 a.C., una successione di sovrani deboli e la vastità stessa del territorio portarono a una rapida disgregazione, e nel 185 a.C. circa l’ultimo sovrano Maurya fu rovesciato da un proprio comandante, l’inizio della dinastia Shunga. Sarebbe un errore leggere questa fine come il fallimento del progetto di Ashoka: la dhamma non era pensata per sostituire l’esercito o l’amministrazione fiscale, e la frammentazione ebbe cause proprie, di successione e di controllo del territorio, non un giudizio sulla sua politica religiosa.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Gli editti di Ashoka sono un caso raro e prezioso nella storiografia dell’India antica: iscrizioni originali, incise su roccia o su colonna, che si datano da sole attraverso riferimenti a sovrani ellenistici contemporanei nominati nel testo, come Antioco II di Siria. Non sono un racconto scritto secoli dopo da uno storico con un proprio interesse, ma la voce diretta del sovrano, databile con precisione insolita per la regione e per l’epoca. Su questa base la cronologia del regno di Ashoka, la guerra di Kalinga e il programma della dhamma poggiano su fondamenta solide.

Non è così per l’Arthashastra. Il testo si presenta come opera di Kautilya, il consigliere di Chandragupta, e alcuni studiosi lo collocano effettivamente nel periodo Maurya, come un trattato composto da un unico autore alla corte del fondatore dell’impero. Altri, sulla base dello stile, del lessico e di incongruenze interne, lo leggono come una compilazione più tarda, opera di più mani nel corso di diversi secoli, che ha assorbito il nome di Kautilya come autorità di riferimento. La questione resta aperta, e questa scheda non prende posizione: usa l’attribuzione tradizionale per comodità narrativa, segnalando che la sua storicità come opera di un singolo consigliere del IV secolo a.C. è dibattuta.

Più in generale, l’India antica ha una cronologia meno fine di quella dell’Egitto o della Mesopotamia, e non per un ritardo nella civiltà materiale: il clima monsonico del subcontinente non conserva bene i materiali organici, papiro e pergamena compresi, e la tradizione epigrafica locale, prima di Ashoka, non produceva iscrizioni datate con la sistematicità dei calendari regnali egizi o delle liste reali mesopotamiche. Per questo gli editti di Ashoka sono un’eccezione tanto più significativa: per un breve periodo, l’India antica offre allo storico esattamente il tipo di fonte — diretta, datata, in prima persona — che altrove nella regione manca quasi sempre.

Approfondimenti

  • Romila Thapar, Ashoka and the Decline of the Mauryas (1997) — lo studio di riferimento sul regno di Ashoka e sui limiti delle fonti disponibili.
  • Romila Thapar, The Mauryas Revisited (1987) — riconsidera l’intero periodo Maurya alla luce delle fonti epigrafiche, utile per capire quanto della narrazione tradizionale regga.
  • Gli editti di Ashoka, in traduzione — la fonte primaria: brevi, diretti, e l’unico punto in cui un sovrano Maurya parla senza mediazioni.
  • Kautilya, Arthashastra — la lettura opposta rispetto a quella di Ashoka: uno stato pensato in termini di sicurezza e controllo, utile per capire di cosa si discute quando si valuta la dhamma.

Riferimenti

  • Gli editti di Ashoka
  • Kautilya, Arthashastra
  • Romila Thapar, Ashoka and the Decline of the Mauryas, 1997, Oxford University Press
  • Romila Thapar, The Mauryas Revisited, 1987, K.P. Bagchi

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.