In breve
Nella pianura del Gange, a partire dalla seconda metà del VI secolo a.C. per la cronologia convenzionale usata in questa scheda, Siddhartha Gautama, figlio di un capo del clan Shakya, lasciò la vita di palazzo per cercare una risposta alla sofferenza umana. Dopo anni di ascesi elaborò una dottrina imperniata sulle Quattro Nobili Verità e sulla negazione di un’anima permanente, l’anatta, in aperta discontinuità con la speculazione vedica da cui pure proveniva. Predicò per decenni fra Magadha e Kosala rivolgendosi esplicitamente a persone di ogni casta, e fondò una comunità monastica, il sangha, con regole scritte di vita comune. Conta perché è una delle risposte che l’età assiale dà, quasi negli stessi decenni, alla domanda sulla sofferenza — insieme a quelle nate in Cina, in Grecia e fra i profeti ebraici — e perché il buddhismo è oggi una delle religioni più diffuse dell’Asia.
Contesto
Nel corso del I millennio a.C. la pianura del Gange attraversò la “seconda urbanizzazione” del subcontinente indiano. La diffusione del ferro permise di disboscare l’entroterra e di arare suoli più pesanti di quelli lavorabili col bronzo, e i raccolti crebbero. Nacquero città fortificate, mercati stabili, una monetazione locale in argento punzonato, e nuove figure sociali: mercanti, banchieri, artigiani organizzati per mestiere — un ceto numeroso ed escluso dai vertici del sistema vedico, che riservava ai brahmani un primato di nascita non condiviso da uomini spesso più ricchi di molti guerrieri. Politicamente la regione era divisa fra monarchie in espansione come Magadha e Kosala, con eserciti permanenti, e repubbliche di clan, le gana-sangha, governate da assemblee di capifamiglia — fra queste, quella degli Shakya, nel Terai ai piedi dell’Himalaya, dove Siddhartha nacque, figlio di uno dei suoi capi.
La religione dominante fra le élite era quella vedico-brahmanica, imperniata sul sacrificio officiato da sacerdoti brahmani e su un ordine sociale a quattro varna — sacerdoti, guerrieri, mercanti-agricoltori, servi. Da tempo circolavano però le Upanishad, testi speculativi che avevano spostato l’attenzione dal rito alla conoscenza: il rapporto fra atman, l’anima individuale permanente, e brahman, il principio ultimo dell’universo, e la ricerca di liberazione dal ciclo delle rinascite. Intorno a questa domanda si erano moltiplicati gruppi di asceti erranti, gli shramana, che rifiutavano l’autorità brahmanica e i suoi sacrifici costosi: Siddhartha nacque e si formò dentro questo fermento, non contro un vuoto — e in una società urbana in cui una dottrina senza casta trovava già un pubblico pronto.
Svolgimento
La cronologia tradizionale, adottata per convenzione in questa scheda, colloca la nascita di Siddhartha Gautama nel 563 a.C. a Lumbini, nel Terai nepalese, figlio di Suddhodana, uno dei capi del clan Shakya, e di Maya, morta pochi giorni dopo il parto. Crebbe a Kapilavastu, sposò Yashodhara ed ebbe un figlio, Rahula. Secondo la tradizione, intorno ai ventinove anni lasciò la casa paterna dopo aver incontrato, fuori dal palazzo, un vecchio, un malato, un cadavere e un asceta errante — i “quattro incontri” che gli rivelarono l’universalità della sofferenza (dukkha). Seguì per qualche tempo due maestri di meditazione, poi praticò un’ascesi estrema, il digiuno fino quasi a morire di fame, senza trovare risposta, e abbandonò allora sia gli agi del palazzo sia l’ascetismo estremo per quella che chiamò una “via di mezzo”.
Seduto sotto un albero di ficus a Bodh Gaya, raggiunse, secondo la tradizione, l’illuminazione intorno al 528 a.C.: la comprensione delle Quattro Nobili Verità — la sofferenza esiste; ha una causa nel desiderio e nell’attaccamento; può cessare; esiste un sentiero per farla cessare, l’Ottuplice Sentiero, otto pratiche dalla retta visione alla retta concentrazione. A questo affiancò una tesi che lo separava radicalmente dalla speculazione vedica da cui proveniva: il non-sé, anatta. Dove le Upanishad cercavano un atman permanente dietro il flusso dell’esperienza, Siddhartha sostenne che non esiste alcun sé stabile, ma solo un flusso di stati mutevoli che si formano e si dissolvono continuamente; scambiare quel flusso per un’anima immutabile era, per lui, la radice stessa dell’attaccamento.
Pronunciò il primo insegnamento pubblico nel parco delle gazzelle di Sarnath, presso Varanasi, davanti a cinque ex compagni d’ascesi. Da quel nucleo nacque il sangha, la comunità monastica: uomini e, alcuni anni dopo, donne — la prima fu Mahapajapati Gotami, sua zia e nutrice, ammessa secondo le fonti a condizioni più restrittive di quelle dei monaci — con regole di vita comune messe per iscritto nel Vinaya: povertà, celibato, questua del cibo, ritiro nella stagione delle piogge.
Per circa quarantacinque anni Siddhartha percorse a piedi la pianura del Gange, fra Magadha, Kosala e i territori limitrofi, ospite di sovrani come Bimbisara di Magadha e Pasenadi di Kosala, che gli concessero terre per i monasteri, e di ricchi mercanti come Anathapindika. Insegnò senza distinzione di casta: nel sangha entravano brahmani, guerrieri, mercanti e persone delle caste più basse, un’apertura che in una società organizzata sul sistema varna era socialmente dirompente, non un dettaglio dottrinale astratto, e che spiega il seguito trovato presso il ceto urbano e mercantile escluso dai vertici vedico-brahmanici. Morì, secondo la tradizione, a ottant’anni a Kushinagar, nel 483 a.C., dopo un pasto offerto da un fabbro, Cunda: il parinirvana, l’estinzione finale.
Conseguenze
Nel breve periodo, la morte del maestro pose subito il problema di fissare l’insegnamento: le fonti ricordano un primo concilio a Rajagriha, in cui i discepoli più anziani avrebbero recitato a memoria i discorsi e le regole monastiche, e concili successivi per dirimere dispute via via che il sangha si allargava e si divideva in scuole diverse.
Nel lungo periodo, il buddhismo si diffuse in tutta la pianura del Gange, sostenuto anche dal ceto mercantile che vi aveva trovato una religione senza intermediari sacerdotali costosi. Nel III secolo a.C. l’imperatore Ashoka Maurya lo assunse come riferimento morale del suo impero e ne promosse la diffusione verso lo Sri Lanka e l’Asia centrale, da cui il buddhismo raggiunse poi la Cina, il Sud-est asiatico e il Tibet. In India la sua fortuna fu invece discontinua: fiorirono grandi centri monastici, ma dal I millennio d.C. il buddhismo indiano declinò e fu in parte riassorbito dall’induismo. Resta comunque un effetto duraturo: la critica al sacrificio costoso e al primato di nascita dei brahmani non scomparve col declino del sangha indiano, e attraversò in forme diverse anche le correnti devozionali successive.
Nel frattempo altrove
- 1.300 a.C.La cultura Lapita — Oceania
- 586 a.C.L'esilio babilonese — Medio Oriente
- 551 a.C.Confucio e Laozi — Asia orientale
- 550 a.C.L'impero achemenide — Medio Oriente
- 509 a.C.La repubblica romana — Europa
- 500 a.C.I Garamanti — Africa
- 300 a.C.I Maya preclassici — Americhe
Come lo sappiamo
Nessuna fonte scritta contemporanea a Siddhartha Gautama è sopravvissuta, e nessuna fu probabilmente mai prodotta: gli insegnamenti circolarono a memoria, in versi recitati e controllati collettivamente dai monaci, per secoli prima di essere messi per iscritto. Il canone pali, la raccolta più antica giunta per intero, fu trascritto solo nel I secolo a.C. nello Sri Lanka; versioni parallele in sanscrito e in traduzione cinese, divergenti nei dettagli ma convergenti nel nucleo dottrinale, permettono un controllo incrociato limitato. Questa trasmissione rende ogni dettaglio biografico intrinsecamente incerto, mentre le Quattro Nobili Verità e il non-sé sono considerati uno strato relativamente stabile e antico dell’insegnamento.
La datazione stessa, dichiarata “esatta” nel frontmatter di questa scheda per la sola convenzione di darle una collocazione univoca, è in realtà uno dei problemi più dibattuti dell’indologia. La cronologia tradizionale — 563-483 a.C. circa, quella usata qui — si basa su un conteggio a ritroso dalle date dell’incoronazione di Ashoka Maurya attraverso la successione dei concili buddhisti riportata dalle cronache dello Sri Lanka: un metodo che presuppone attendibile proprio ciò che vorrebbe verificare. Nel 1988 l’indologo tedesco Heinz Bechert organizzò un simposio internazionale sulla questione, i cui atti, pubblicati fra il 1991 e il 1997, raccolgono posizioni discordanti: buona parte della ricerca successiva propende per una “cronologia breve” che sposta la morte del Buddha di uno o due secoli più tardi, verso il 400 a.C. o anche oltre. La questione resta genuinamente irrisolta, e la data usata in questa scheda va letta come una convenzione ereditata dalla tradizione, non come un fatto accertato.
Approfondimenti
- Richard F. Gombrich, How Buddhism Began (1996) — ricostruisce la dottrina del Buddha come risposta puntuale al pensiero brahmanico e alle Upanishad, utile per capire perché formule come l’anatta hanno proprio quella forma.
- Heinz Bechert (a cura di), The Dating of the Historical Buddha (1991-1997) — gli atti del simposio che ha aperto il dibattito sulla cronologia: la lettura d’obbligo per capire su cosa si basa, e su cosa si divide, la discussione fra indologi.
- A.K. Warder, Indian Buddhism (2000) — una storia delle scuole buddhiste indiane nei secoli successivi alla morte del fondatore, utile per vedere cosa ne fece la comunità monastica una volta che il maestro non c’era più.