In breve
Fra il 1350 e il 750 a.C. circa, un insieme di comunità di lingua austronesiana lasciò l’arcipelago di Bismarck, a est della Nuova Guinea, e in pochi secoli si spinse verso est fino a Vanuatu, la Nuova Caledonia, Figi, Tonga e Samoa. Furono i primi esseri umani a mettere piede nell’Oceania remota, un’immensa scacchiera di isole mai prima abitata. Li accomuna una firma archeologica precisa: una ceramica a impressione dentata, con motivi geometrici e volti stilizzati, che gli studiosi chiamano Lapita. Non viaggiavano leggeri, ma portavano con sé un intero paesaggio vivente, fatto di maiali, cani, polli e piante coltivate. Da queste comunità discesero, molti secoli dopo, i popoli polinesiani.
Contesto
L’Oceania si divide, per la storia del popolamento umano, in due metà con soglie molto diverse. La Nuova Guinea e l’arcipelago di Bismarck, la cosiddetta Oceania vicina, erano abitati da decine di migliaia di anni: qui le distanze fra un’isola e l’altra erano brevi e quasi sempre una terra restava visibile all’orizzonte dalla precedente. Oltre le isole Salomone cominciava invece l’Oceania remota, dove i tratti di mare aperto superavano le poche decine di chilometri e nessuna terra era visibile dalla partenza. Quella soglia era rimasta invalicata per tutta la preistoria. Superarla richiedeva tre cose insieme: imbarcazioni capaci di tenere il mare, la conoscenza per rintracciare isole invisibili leggendo onde, stelle e voli d’uccelli, e soprattutto la capacità di trasportare cibo e sementi per fondare una colonia in un luogo dove nulla di commestibile era noto. La spinta arrivava da lontano: nel corso del II millennio a.C. popolazioni di lingua austronesiana, portatrici di agricoltura e allevamento, si erano mosse dall’insieme di Taiwan e delle isole del Sud-est asiatico verso la Melanesia. Le isole tropicali del Pacifico offrivano scogliere coralline ricche di pesce e molluschi, ma terre emerse piccole, foreste con poche prede terrestri e una fauna che non aveva mai conosciuto predatori. Fondare un insediamento significava perciò scommettere su un carico: se le talee marcivano o i maiali morivano durante la traversata, la colonia non aveva alle spalle un continente da cui rifornirsi.
Svolgimento
La ceramica Lapita comparve nell’arcipelago di Bismarck intorno al 1350 a.C. Era vasellame a impressione dentata: prima che l’argilla si seccasse, si imprimevano con stampi a pettine file di puntini che componevano fasce geometriche complesse e, sui pezzi più elaborati, volti umani stilizzati. Da quel nucleo l’espansione fu rapidissima per gli standard della preistoria. Nel giro di due o tre secoli le comunità Lapita oltrepassarono le Salomone ed entrarono nell’Oceania remota: raggiunsero Vanuatu e la Nuova Caledonia intorno al 1100 a.C., Figi verso il 1000 a.C., e infine Tonga e Samoa fra il 900 e l’800 a.C. Ovunque approdassero portavano lo stesso corredo vivente, quello che gli archeologi chiamano il paesaggio trasportato: maiali, cani e polli, e le talee di taro, igname e albero del pane, senza i quali un’isola disabitata non poteva nutrire una colonia. Le reti di scambio restarono attive per generazioni: l’ossidiana estratta a Talasea, nella Nuova Britannia, è stata ritrovata a migliaia di chilometri di distanza, segno che i legami con le isole di partenza non si spezzavano al primo approdo. Nei livelli più antichi di molti siti i resti di pasto mostrano una dieta iniziale di uccelli, tartarughe e frutti di mare, che solo col tempo lasciò spazio al cibo coltivato e allevato. Il sito di Teouma, sull’isola di Efate a Vanuatu, in uso intorno al 1000 a.C., ha restituito uno dei loro cimiteri: sepolture di individui a cui il cranio era stato rimosso dopo la decomposizione e, in alcuni casi, sostituito da conchiglie o deposto sul petto. Verso il 750 a.C. la tradizione della decorazione dentata si semplificò fino a scomparire, mentre le comunità dell’estremità orientale, a Tonga e Samoa, si stabilizzavano.
Conseguenze
Nell’immediato, l’arrivo umano trasformò ecosistemi che non avevano mai conosciuto cacciatori. Sulle isole appena raggiunte molte specie di uccelli, spesso incapaci di volare e privi di difese, si estinsero in fretta, per la caccia diretta e per i maiali e i ratti sbarcati insieme ai coloni; la sussistenza si assestò allora sulla pesca di scogliera, sull’orticoltura e sull’allevamento importato. Sul lungo periodo, la conseguenza è genealogica. Le comunità Lapita di Tonga e Samoa furono il punto di partenza da cui, dopo una lunga sosta di secoli, mossero le navigazioni che avrebbero popolato la Polinesia centrale e orientale fino alle Hawaii, all’isola di Pasqua e alla Nuova Zelanda: i Lapita furono gli antenati dei popoli polinesiani. Resta una conseguenza storiografica. L’espansione Lapita fu una delle più rapide colonizzazioni marittime documentate, compiuta con imbarcazioni a vela e conoscenze nautiche più di duemila anni prima che James Cook attraversasse quegli stessi mari nel Settecento; il Pacifico non aspettava di essere scoperto da fuori, era già stato attraversato e organizzato da chi vi abitava.
Nel frattempo altrove
- 1.500 a.C.I Veda — Asia meridionale
- 1.500 a.C.Gli Ittiti e il ferro — Medio Oriente
- 1.450 a.C.Micene — Europa
- 1.350 a.C.Akhenaton — Africa
- 1.250 a.C.Gli Olmechi — Americhe
- 1.200 a.C.Il crollo del bronzo — Medio Oriente
- 1.046 a.C.Gli Zhou e il mandato del cielo — Asia orientale
Come lo sappiamo
Le fonti sono interamente materiali, perché queste società non avevano scrittura, e si controllano fra loro. La ceramica dentata, diffusa su un arco di quasi cinquemila chilometri, è il marcatore che permette di riconoscere e datare gli insediamenti: essendo stilisticamente omogenea, funziona come una firma cronologica. La provenienza dell’ossidiana si stabilisce con l’analisi geochimica, che collega ogni scheggia alla sua cava d’origine e ricostruisce così le rotte di scambio. Il cimitero di Teouma, scavato dagli anni Duemila, ha aggiunto i corpi: da alcuni di quegli individui, e da resti coevi di Tonga, è stato estratto DNA antico. Su questo si è risolto il dibattito più lungo. Per decenni si era discusso se i Lapita fossero davvero gli antenati dei polinesiani, e con quale rotta si fossero mossi: un modello di espansione veloce dall’Asia, l’“express train”, contro un modello di lenta mescolanza in Melanesia, lo “slow boat”. Il DNA antico ha mostrato che i primi coloni dell’Oceania remota portavano un’ascendenza est-asiatica quasi priva di componente papuana, e che solo più tardi si aggiunse una consistente mescolanza con le popolazioni della Melanesia: la voce segue questa ricostruzione, oggi la meglio sostenuta dai dati genetici. Restano incertezze. Le date d’approdo delle singole isole si precisano man mano che nuovi scavi aggiungono datazioni al radiocarbonio; i materiali organici, canoe e tessuti vegetali, quasi mai si conservano nei climi tropicali, così che dei mezzi stessi della navigazione sappiamo pochissimo per via diretta.
Approfondimenti
- Patrick Vinton Kirch, On the Road of the Winds (2000) — la grande sintesi sul popolamento del Pacifico, che colloca i Lapita nel quadro d’insieme delle navigazioni oceaniche.
- Matthew Spriggs, The Island Melanesians (1997) — guarda alla vicenda dal lato melanesiano, utile per non ridurre i Lapita a semplice preludio della Polinesia.
- Patrick Vinton Kirch, The Lapita Peoples (1997) — la monografia dedicata al complesso, per chi vuole la ceramica, i siti e le reti di scambio in dettaglio.