In breve
Fra il 1250 e il 1300 circa, navigatori polinesiani raggiunsero e colonizzarono Aotearoa, la Nuova Zelanda: l’ultima grande massa di terra abitabile del pianeta occupata da esseri umani prima dell’età moderna. Vi trovarono un ecosistema privo di mammiferi terrestri, dominato da uccelli incapaci di volare — fra cui nove specie di moa — e dal loro predatore, l’aquila di Haast, la più grande aquila mai esistita. Nel giro di poche generazioni i coloni trasformarono quell’ambiente in modo irreversibile: i moa si estinsero, ampie zone di foresta bruciarono, e dalla caccia alla megafauna si passò a un’agricoltura adattata al clima temperato. La datazione di questo arrivo, a lungo incerta per oltre un millennio, è oggi uno dei casi meglio risolti dell’archeologia del Pacifico.
Contesto
Aotearoa era, fra le grandi masse di terra del pianeta, una delle ultime rimaste senza presenza umana. Separatasi dal supercontinente Gondwana circa ottanta milioni di anni fa, prima che i mammiferi placentati si diversificassero, era rimasta isolata da allora: nessun mammifero terrestre vi era mai arrivato, a eccezione di due specie di pipistrelli capaci di raggiungerla in volo. In assenza di predatori e concorrenti mammiferi, gli uccelli avevano occupato le nicchie ecologiche che altrove appartengono ai grandi erbivori e carnivori. Nove specie di moa, ratiti incapaci di volare imparentati con struzzi ed emù, pascolavano nelle foreste — la più grande, Dinornis, superava i tre metri — e a cacciarli provvedeva l’aquila di Haast (Hieraaetus moorei), con un’apertura alare fino a circa tre metri: la più grande aquila conosciuta, evolutasi per abbattere prede molto più pesanti di lei.
A oltre duemila chilometri di mare aperto, nella Polinesia orientale tropicale, si trovavano le società da cui sarebbero partiti i coloni: coltivatori di taro, banana e canna da zucchero, eredi della stessa espansione marittima che nei tre secoli precedenti aveva già raggiunto Hawai’i, Marchesi e Rapa Nui. Aotearoa era il bersaglio più meridionale, e il più diverso: un clima temperato in cui molte delle piante portate dai coloni non avrebbero attecchito. Lingua e genetica indicano nella Polinesia centro-orientale, forse fra le Cook meridionali e la Società, l’origine più probabile, ma nessuna fonte indica con certezza un’unica isola di partenza.
Svolgimento
Il racconto tradizionale māori attribuisce l’arrivo a un insieme di canoe a doppio scafo, i waka, ciascuna ricordata con un nome proprio — Tainui, Te Arawa, Mātaatua, Tākitimu, Aotea, Kurahaupō fra le altre — da cui molti iwi, i raggruppamenti tribali māori, fanno discendere la propria origine. Fra fine Ottocento e inizio Novecento l’etnografo Stephen Percy Smith raccolse queste tradizioni e le riorganizzò in un unico racconto cronologico, la «Grande Flotta», con una data fissata al 1350 (perché quella sintesi non regga a un esame più attento è discusso in «Come lo sappiamo»). I nomi delle waka restano comunque un riferimento identitario vivo per i discendenti degli iwi.
La data qui usata, il 1250-1300 circa, è quella oggi accettata dopo la ridatazione pubblicata nel 2008 da Janet Wilmshurst e colleghi, basata su semi rosicchiati dal ratto polinesiano — indicatore della presenza umana più affidabile del legno o del carbone usati in precedenza (il perché è discusso in «Come lo sappiamo»). Il sito che meglio illustra questa prima generazione è Wairau Bar, alla foce del fiume Wairau nell’isola del Sud, datato intorno al 1288: vi si trovano resti di pasti a base di moa, uova intere come corredo funerario, ami e ornamenti est-polinesiani.
Nel giro di poche generazioni i coloni si diffusero su entrambe le isole, dal clima subtropicale dell’estremo nord a quello quasi subantartico dell’estremo sud — un intervallo più ampio di quello affrontato da qualunque altra società est-polinesiana. L’economia dei primi tempi, nota come «periodo dei cacciatori di moa», si basava largamente sulla caccia a questi uccelli, privi di ogni difesa contro un predatore bipede: non essendosi mai evoluti in presenza di mammiferi predatori, i moa non fuggivano all’avvicinarsi dell’uomo. Delle piante tropicali portate dalla Polinesia quasi nessuna sopravvisse al nuovo clima: prosperò soprattutto la kumara, la patata dolce, che richiese tecniche nuove — le fosse di conservazione scavate nel terreno, rua kumara — per superare l’inverno.
Conseguenze
L’effetto più immediato fu l’estinzione della megafauna aviaria. Le nove specie di moa, che non avevano mai conosciuto un predatore capace di inseguirle sistematicamente, scomparvero nel giro di uno o due secoli: le stime più recenti collocano la fine dell’ultima popolazione intorno al 1400-1450, un tempo brevissimo su scala evolutiva per la scomparsa di un’intera famiglia di uccelli. Con i moa svanì anche la base alimentare dell’aquila di Haast, estintasi a sua volta nello stesso periodo: un predatore all’apice della catena alimentare non sopravvive a lungo alla sparizione dell’unica preda su cui si era specializzato.
Il secondo effetto riguardò il paesaggio. I coloni usarono il fuoco per aprire radure alla caccia e alla coltivazione, e sul versante orientale più secco dell’isola del Sud gli incendi ripetuti trasformarono in praterie aperte foreste che avevano impiegato milioni di anni a formarsi: entro pochi secoli buona parte della copertura forestale delle pianure orientali era scomparsa.
Il terzo effetto fu economico e sociale: esaurita la disponibilità di moa, le comunità māori si spostarono verso un’economia fondata sulla kumara, sulla pesca e sulla raccolta di molluschi. Nei secoli successivi comparvero i pā, insediamenti fortificati su alture o promontori: segno di una popolazione cresciuta e di una competizione più accesa per la terra, che l’archeologia lega al collasso dell’economia di caccia dei primi tempi.
Sul piano più generale, l’arrivo ad Aotearoa chiude la fase di espansione umana sulle grandi terre abitabili del pianeta: da quel momento, con l’eccezione di isole minori e dell’Antartide, non restavano più masse di terra prive di presenza umana permanente. In isolamento, la popolazione insediata sviluppò nei secoli successivi la cultura e la lingua che oggi chiamiamo māori, distinta dalle culture est-polinesiane d’origine quanto un clima temperato poteva renderla.
Nel frattempo altrove
- 1206Il sultanato di Delhi — Asia meridionale
- 1206Gengis Khan — Asia orientale
- 1215La Magna Carta — Europa
- 1258Il sacco di Baghdad — Medio Oriente
- 1271La pax mongolica — Asia orientale
- 1300Il regno del Benin — Africa
- 1325Tenochtitlán — Americhe
Come lo sappiamo
Su questa voce convivono un punto oggi solido e uno tuttora aperto, ed è bene tenerli distinti.
La datazione dell’arrivo è il punto solido. Fino ai primi anni Duemila le stime variavano da poco prima dell’anno Mille fino a duemila anni fa, perché si basavano su legno, carbone e conchiglie soggetti a errori sistematici — l’effetto del «legno vecchio», per cui un albero longevo abbattuto da un colono restituisce una data di crescita molto anteriore all’evento che lo ha abbattuto. Lo studio di Wilmshurst e colleghi del 2008, usando semi rosicchiati dal ratto polinesiano come indicatore della presenza umana, ha ristretto la finestra a poche decine di anni intorno al 1250-1300, confermata da scavi successivi e non seriamente contestata: un raro caso in cui una revisione di oltre un millennio ha prodotto un consenso stabile invece di un dibattito permanente. È una situazione diversa da quella di Rapa Nui, dove la data d’arrivo resta discussa fra ipotesi divergenti di secoli: la differenza sta nella qualità dei campioni disponibili, non nel lavoro archeologico svolto.
Il punto aperto è la ricostruzione dell’evento in sé: quante canoe arrivarono, in quante ondate, con quale rotta e con quale composizione demografica. La tradizione delle waka resta un patrimonio identitario vivo per gli iwi, ma la sua trasformazione in un’unica cronologia — la «Grande Flotta» del 1350 — è un prodotto storiografico di inizio Novecento più che una fonte diretta, e gli storici la trattano oggi come tale. La genetica delle popolazioni umane e del ratto polinesiano suggerisce un numero limitato di fondatori, ma non stabilisce se si sia trattato di uno o più viaggi, né se fossero spedizioni deliberate o derive.
Le fonti materiali restano la base più solida: i siti dei primi tempi, Wairau Bar in testa, con manufatti est-polinesiani e sepolture di prima generazione, offrono un’istantanea diretta che nessuna tradizione orale, per quanto preziosa, può sostituire da sola.
Approfondimenti
- Janet M. Wilmshurst, Atholl J. Anderson, Thomas F. G. Higham, Trevor H. Worthy, Dating the late prehistoric dispersal of Polynesians to New Zealand using the commensal Pacific rat, PNAS 105 (2008) — lo studio che ha fissato la datazione oggi accettata, e mostra come un problema di campionamento potesse spostare una cronologia di un millennio.
- Atholl Anderson, Prodigious Birds: Moas and Moa-hunting in Prehistoric New Zealand (1989) — la sintesi di riferimento sulla caccia ai moa e sulla rapidità della loro estinzione.
- Janet Davidson, The Prehistory of New Zealand (1984) — più datata sulla cronologia, ma resta la sintesi archeologica generale più organica sul periodo pre-europeo.
- Atholl Anderson, Judith Binney, Aroha Harris (a cura di), Tangata Whenua: An Illustrated History (2014) — una storia curata anche da studiosi māori, utile per non leggere questa vicenda solo dal lato dell’ecologia.