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Atlante della storia umana

Alto medioevoNuovi centri

Rapa Nui

I polinesiani raggiungono l'isola più isolata del mondo e vi costruiranno i moai

contestato

500 d.C.Alto medioevo1.000 d.C.

In breve

Rapa Nui, l’isola che i naviganti europei chiamarono Isola di Pasqua, è il punto abitato più isolato del pianeta: oltre 3700 km dal Cile continentale, oltre 2000 dall’isola abitata più vicina. Vi arrivarono navigatori polinesiani con canoe a doppio scafo in un momento che resta oggetto di un dibattito aperto fra l’800 e il 1200. Nei secoli successivi la società rapanui sviluppò il culto degli antenati che produsse i moai, le centinaia di statue monolitiche che restano il segno più riconoscibile dell’isola. Fra deforestazione, crollo demografico e contatto europeo dal 1722, la storia successiva dell’isola è anch’essa contesa fra letture opposte, ed entrambe vanno presentate.

Contesto

Rapa Nui è un piccolo triangolo vulcanico di circa 164 km², formato da tre coni ormai spenti — Terevaka, Poike, Rano Kau — emerso su una dorsale sottomarina del Pacifico sudorientale. Non ha fiumi permanenti: l’acqua dolce si trova nei laghi crateri e in poche sorgenti costiere. È, come detto, il luogo abitato più remoto della Terra: chi vi arrivò non aveva alcuna possibilità realistica di tornare indietro o di ricevere rinforzi.

Prima dell’arrivo umano l’isola era coperta da una foresta della palma Paschalococos disperta, parente ora estinto della palma cilena Jubaea chilensis, alta fino a venti metri e con un tronco adatto a costruire canoe oceaniche. Il polline fossile nei sedimenti dei laghi crateri — Rano Raraku, Rano Kau, Rano Aroi — mostra una copertura fitta di questa e altre specie arboree fino a un certo momento, e la sua rapida scomparsa nei millenni successivi.

L’arrivo a Rapa Nui fu l’episodio più estremo di un’espansione polinesiana che, ripresa dopo una lunga pausa nella Polinesia occidentale, aveva già raggiunto le Marchesi e le Isole della Società con canoe a doppio scafo, tuberi, maiali e polli — la stessa impresa raccontata nella voce sull’espansione verso il Pacifico orientale. Rapa Nui ne fu l’estremo più remoto: raggiungerla significava individuare, in un oceano vuoto per migliaia di chilometri, un punto di terra largo pochi chilometri.

Svolgimento

La datazione dell’arrivo umano è al centro di una controversia che non si è ricomposta. La lettura più vecchia, basata su datazioni al radiocarbonio raccolte a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta su carbone e legno di provenienza incerta, collocava il primo insediamento intorno al 300-400. Terry Hunt e Carl Lipo, dopo aver scavato nel 2005 la spiaggia di Anakena — l’unico approdo sabbioso dell’isola, e il luogo che la tradizione orale indica come primo sbarco — hanno pubblicato datazioni ottenute da semi carbonizzati e materiali a vita breve, con criteri più severi nell’escludere campioni contaminati o riesumati, che spostano l’arrivo intorno al 1200. Altri studi, con campioni diversi, collocano la colonizzazione in un intervallo più ampio, fra l’800 e il 1200. Il 900 usato come anno convenzionale in questa scheda cade dentro quell’intervallo, ma non va letto come data attestata: è un punto di mezzo fra posizioni lontane fra loro di secoli.

Quale che sia stata la data, i coloni portarono taro, canna da zucchero, gelso di carta, banane e polli, oltre a ratti polinesiani (Rattus exulans) imbarcati non di proposito. Data la scarsità di suolo profondo e l’esposizione al vento salino, svilupparono i manavai: recinti di pietra a secco che riparavano le colture dal vento e trattenevano l’umidità, soluzione specifica ai vincoli di un’isola piccola, ventosa e priva di corsi d’acqua.

La società rapanui si organizzò in clan (mata) discendenti, secondo la tradizione orale, dal capostipite Hotu Matu’a. Fra il XIII e il XVII secolo i clan eressero ahu, piattaforme cerimoniali, e su di esse i moai: statue monolitiche dal volto squadrato, scolpite quasi tutte nel tufo della cava di Rano Raraku. Non erano decorazione: rappresentavano antenati divinizzati, e la loro erezione su un ahu rivolto verso il villaggio proiettava sui vivi l’autorità del lignaggio. Se ne contano quasi novecento, di dimensioni crescenti nel tempo — il più alto eretto, il Paro, supera i nove metri; uno, incompiuto nella cava, avrebbe superato i venti — e la competizione fra clan per l’ahu più imponente è la spiegazione oggi più accreditata di questa scalata. Il trasporto delle statue restò a lungo un enigma: esperimenti di Hunt e Lipo (2011-2012) hanno mostrato che una ventina di persone poteva farle avanzare “camminando” a scatti con corde legate alla base, senza rulli — tecnica compatibile con la tradizione orale, che descrive le statue come capaci di camminare da sole.

La deforestazione, intanto, procedeva: la palma endemica scomparve quasi del tutto fra il XIV e il XVII secolo. Le cause proposte non coincidono: il disboscamento per campi, trasporto dei moai e canoe, e — secondo Hunt e Lipo — soprattutto la predazione dei semi da parte dei ratti introdotti, che ne impediva la rigenerazione anche senza taglio diretto. Qualunque causa abbia prevalso, l’isola perse la capacità di costruire grandi canoe oceaniche: da un certo momento i rapanui furono isolati anche dal resto della Polinesia.

Il contatto con il mondo esterno arrivò il giorno di Pasqua del 1722, quando l’ammiraglio olandese Jacob Roggeveen avvistò l’isola e vi sbarcò per pochi giorni: il suo diario, curato da Andrew Sharp, è la prima descrizione europea della popolazione e dei moai. Spagnoli (1770), l’inglese James Cook (1774) e balenieri ottocenteschi seguirono a intervalli, con resoconti spesso in disaccordo sui numeri della popolazione. Il colpo più devastante arrivò nel 1862-63, quando incursioni schiaviste peruviane deportarono circa 1500 rapanui, fra cui buona parte dell’élite che sapeva leggere il rongorongo, il sistema di segni inciso su tavolette lignee mai decifrato. Le epidemie successive, in primo luogo il vaiolo, ridussero la popolazione residua a poche centinaia di persone entro gli anni Settanta dell’Ottocento.

Conseguenze

A breve termine, entro il XVII-XVIII secolo, l’erezione di nuovi moai cessò e molti già eretti furono abbattuti dagli ahu, secondo la tradizione orale in conflitti fra clan per le risorse rimaste. Il culto degli antenati lasciò il posto al culto dell’uomo uccello (tangata manu), centrato sul villaggio cerimoniale di Orongo: ogni anno i rappresentanti dei clan gareggiavano per recuperare per primi un uovo di sterna fuligginosa da un isolotto al largo, e il vincitore procurava al proprio capo un anno di autorità rituale. Fu una riorganizzazione politico-religiosa dell’isola, non un collasso nel vuoto.

A lungo termine, la deportazione schiavista e le epidemie del XIX secolo produssero un crollo demografico reale e documentato, che ridusse la popolazione rapanui a un nucleo di poche centinaia di persone. Il Cile annesse l’isola nel 1888 e per gran parte del Novecento ne confinò gli abitanti nel villaggio di Hanga Roa, affittando il resto del territorio come pascolo per ovini; solo dal 1966 i rapanui ottennero la cittadinanza cilena piena e la libertà di movimento sull’isola intera. Da allora una rivendicazione culturale e politica rapanui, insieme al turismo legato ai moai — l’isola è patrimonio UNESCO dal 1995 — hanno riportato al centro una storia a lungo raccontata quasi solo da studiosi esterni.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Tre linee di prova concorrono, e su alcuni punti restano in disaccordo. L’archeologia: gli scavi di Anakena e la datazione al radiocarbonio dei livelli più antichi, oggetto della revisione cronologica descritta sopra; le cave di Rano Raraku, con moai incompiuti a diversi stadi di lavorazione; gli ahu e i manavai, che documentano l’organizzazione del lavoro e dell’agricoltura. La palinologia: le carote di sedimento dei laghi crateri, che hanno permesso a John Flenley e ad altri di ricostruire la scomparsa della foresta con una risoluzione che nessun’altra fonte offre. La tradizione orale, raccolta da spedizioni europee fra fine Ottocento e primo Novecento — in particolare quella di Katherine Routledge nel 1914-15 — che tramanda liste di capi e il racconto dello sbarco di Hotu Matu’a; va usata con cautela, perché filtrata dalla memoria di una popolazione già decimata. Il rongorongo, il sistema di segni rapanui, non aiuta: non è mai stato decifrato con certezza.

Il punto più controverso non è la datazione, ma cosa causò il declino della società rapanui prima e dopo il contatto europeo. Jared Diamond, in Collapse (2005), ha proposto una lettura molto nota: i rapanui avrebbero disboscato l’isola fino a un collasso ecologico autoinflitto, con crollo demografico e conflitto interno già prima dell’arrivo di Roggeveen. Hunt e Lipo hanno contestato questa ricostruzione: attribuiscono la deforestazione soprattutto ai ratti polinesiani; sostengono che la popolazione restò relativamente stabile fino al Settecento, senza segni di collasso pre-contatto; e collocano la vera catastrofe demografica dopo il 1722, con il suo punto più grave nelle deportazioni schiaviste del 1862-63 e nelle epidemie seguenti. La questione resta genuinamente aperta: non una disputa già risolta, ma due letture che pesano diversamente le stesse prove frammentarie, entrambe con sostenitori attivi nella ricerca attuale.

Approfondimenti

  • Jared Diamond, Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed (2005) — la versione del “collasso autoinflitto” più diffusa presso il pubblico, bersaglio esplicito della revisione successiva: utile per capire cosa viene contestato.
  • Terry L. Hunt e Carl P. Lipo, The Statues that Walked (2011) — la controproposta più organica, con gli esperimenti sul trasporto “camminante” dei moai e l’ipotesi dei ratti come motore della deforestazione.
  • Paul G. Bahn e John Flenley, The Enigmas of Easter Island (2002) — la sintesi che integra archeologia e palinologia, scritta prima che la disputa Diamond/Hunt-Lipo si polarizzasse.
  • Katherine Routledge, The Mystery of Easter Island (1919) — la prima spedizione a raccogliere sistematicamente la tradizione orale rapanui, quando i suoi ultimi custodi erano ancora vivi.
  • Andrew Sharp (a cura di), The Journal of Jacob Roggeveen (1970) — la prima descrizione europea dell’isola, nell’edizione critica di riferimento: va letta come un contatto di pochi giorni, non come fonte etnografica.

Riferimenti

  • Andrew Sharp (a cura di), The Journal of Jacob Roggeveen, 1970, Clarendon Press
  • Jared Diamond, Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed, 2005, Viking
  • Terry L. Hunt e altri, The Statues that Walked: Unraveling the Mystery of Easter Island, 2011, Free Press
  • Paul G. Bahn e altri, The Enigmas of Easter Island: Island on the Edge, 2002, Oxford University Press
  • Katherine Routledge, The Mystery of Easter Island: The Story of an Expedition, 1919

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