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Atlante della storia umana

Imperi antichiReligioni universali e crisi

Verso il Pacifico orientale

I navigatori polinesiani raggiungono le isole più remote del pianeta

contestato

200 a.C.Imperi antichi500 d.C.

In breve

Dopo un intervallo di circa un millennio e mezzo trascorso nella Polinesia occidentale, fra Figi, Tonga e Samoa, i discendenti dei navigatori Lapita ripresero a spostarsi verso oriente e colonizzarono gli arcipelaghi più isolati della Terra. Lo fecero con canoe a doppio scafo, senza strumenti, orientandosi con stelle, correnti, moto delle onde, nubi e uccelli, e navigando contro il vento dominante — una scelta che rendeva possibile il ritorno se non si trovava nulla. Era la più impegnativa impresa di colonizzazione marittima della storia umana prima dell’età moderna, e la sua cronologia era ancora oggetto di revisione.

Contesto

La prima ondata fu quella Lapita, riconoscibile da una ceramica a decorazione impressa, che fra il 1500 e il 900 a.C. circa si spinse dalla Melanesia insulare fino a Figi, Tonga e Samoa. Era già di per sé straordinaria: comportava traversate di centinaia di chilometri di mare aperto, con carichi di piante e animali domestici.

Poi si fermò. Fra l’arrivo a Samoa e la ripresa dell’espansione verso oriente passava un intervallo molto lungo — la «pausa polinesiana» — che gli archeologi spiegavano in vari modi: distanze effettivamente maggiori, venti contrari, e il tempo necessario perché la popolazione crescesse fino a rendere conveniente partire.

Il vincolo dominante era il vento. Nel Pacifico tropicale gli alisei soffiavano da est verso ovest: andare verso oriente significava navigare di bolina, controvento, cosa che le canoe polinesiane a doppio scafo con vela a granchio sapevano fare. La scelta aveva una logica di sicurezza che era stata riconosciuta solo dagli anni Sessanta: se partivi controvento e non trovavi terra, tornavi indietro col vento in poppa. Era esplorazione con una via di ritorno incorporata, non un salto nel buio.

Il carico non era meno importante della navigazione. Le canoe portavano taro, banane, canna da zucchero, albero del pane, maiali, cani e polli — e, involontariamente, ratti. Colonizzare un’isola oceanica significava trapiantarvi un ecosistema agricolo intero.

Svolgimento

La cronologia era la parte contestata di questa voce, e andava presentata come tale.

La ricostruzione tradizionale, dominante fino agli anni Novanta, collocava l’arrivo nelle Marchesi intorno al 300 e nelle Società intorno al 600, con Hawai’i e Rapa Nui fra il 400 e l’800, e Aotearoa (Nuova Zelanda) intorno al 1000. Il 300 usato in questa scheda seguiva quella convenzione, ed era la ragione per cui la precisione della data era dichiarata contestata.

La revisione degli ultimi vent’anni, basata sulla ridatazione al radiocarbonio con criteri più severi — scartando campioni di legno a lunga vita e materiali riesumati — aveva compresso tutto verso date più recenti: l’espansione nella Polinesia centrale intorno al 900-1000, e quella verso gli estremi — Hawai’i, Rapa Nui, Aotearoa — fra il 1200 e il 1300. In questa lettura la colonizzazione non fu un lento gocciolamento di secoli ma un’espansione rapidissima, forse compiuta in poche generazioni.

Il quadro che ne risultava era più impressionante, non meno: significava che in due o tre secoli furono trovate e insediate isole distanti migliaia di chilometri, disseminate su un terzo della superficie del pianeta.

Il metodo di navigazione era documentato meglio di quanto si potesse sperare, perché non si era estinto. Nelle Caroline centrali la navigazione tradizionale era sopravvissuta al Novecento, ed era da lì che veniva la nostra comprensione della bussola stellare: memorizzare i punti dell’orizzonte dove sorgono e tramontano le stelle, e tenere la rotta passando da una all’altra durante la notte. Si aggiungevano la lettura del rigonfiamento delle onde riflesse dalle isole, il volo pendolare degli uccelli marini all’alba e al tramonto, la forma delle nubi sopra la terra, e il colore dell’acqua.

Fra il 1976 e gli anni successivi la canoa Hōkūle’a, replica di una piroga a doppio scafo, compì traversate fra Hawai’i e Tahiti guidata dal navigatore carolino Mau Piailug senza strumenti, dimostrando che il metodo funzionava in pratica e non solo nella ricostruzione teorica.

Conseguenze

La prima conseguenza era demografica e culturale: le società che si insediavano su queste isole svilupparono, in isolamento relativo, forme politiche e artistiche fortemente differenziate, dai regni gerarchici delle Hawai’i ai moai di Rapa Nui.

La seconda era ecologica, ed era pesante. L’arrivo umano su isole prive di predatori terrestri comportava l’estinzione di gran parte dell’avifauna endemica, per caccia diretta, per i ratti introdotti e per la trasformazione dell’ambiente in campi coltivati. Era un caso documentato con precisione, ed era uno dei principali insiemi di prove del fatto che l’impatto umano sulle biodiversità insulari precedeva di millenni l’età industriale.

La terza conseguenza riguardava ciò che questa storia diceva sulla tecnologia. Una società senza metalli, senza scrittura e senza strumenti di misura aveva risolto un problema di navigazione che l’Europa avrebbe affrontato con successo solo con la bussola, il cronometro e la cartografia. Definire «primitiva» una simile competenza era un errore di categoria: era una tecnologia sofisticata, incorporata nella memoria e nell’addestramento invece che negli oggetti — e per questo, quando fu interrotta la trasmissione, andò quasi perduta.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Quattro linee di prova indipendenti, ed era la loro convergenza a rendere solida la ricostruzione, non nessuna di esse da sola.

L’archeologia: ceramica Lapita e sua scomparsa, ami, asce, resti di insediamento, e la datazione al radiocarbonio degli strati più antichi di ciascuna isola. Era qui che si era concentrata la revisione cronologica: molte date vecchie poggiavano su campioni inaffidabili, e ripulire il dataset aveva spostato l’intero quadro.

La linguistica: le lingue polinesiane formavano una famiglia con relazioni ricostruibili, e l’albero linguistico suggeriva sequenze di separazione compatibili con le rotte proposte.

La genetica, umana e non: il DNA delle popolazioni, e quello di ratti, maiali e polli trasportati, tracciava percorsi di dispersione. Su questa base era emersa anche l’evidenza di un contatto con il Sudamerica, che oggi la maggioranza degli studiosi accetta in qualche forma, anche se la direzione e la data restavano discusse — così come restava discussa la via con cui la patata dolce, di origine americana, arrivò in Polinesia prima del contatto europeo.

L’etnografia della navigazione, cioè la conoscenza sopravvissuta nelle Caroline e altrove, e le traversate sperimentali.

Su cosa non c’era consenso: la cronologia assoluta, come detto, con differenze di secoli fra la vecchia e la nuova sintesi; l’entità e la direzione dei contatti con le Americhe; e se le partenze fossero spedizioni deliberate di colonizzazione — l’ipotesi oggi prevalente, sostenuta dal carico agricolo trasportato — oppure in qualche caso derive accidentali.

Vale una nota su chi scriveva. Gran parte di questa ricerca era stata condotta da studiosi europei e americani su popolazioni che possiedevano tradizioni orali proprie sulle stesse migrazioni. Negli ultimi decenni quelle tradizioni erano state riportate al centro, e non come folklore: la ricostruzione della navigazione tradizionale, senza i navigatori carolini che la praticavano ancora, non avrebbe potuto essere fatta.

Approfondimenti

  • Patrick V. Kirch, On the Road of the Winds (2017, ed. rivista) — la sintesi archeologica di riferimento sul Pacifico, aggiornata alla revisione cronologica.
  • K. R. Howe (a cura di), Vaka Moana (2007) — volume collettivo che tiene insieme archeologia, linguistica e conoscenza dei navigatori.
  • David Lewis, We, the Navigators (1972) — l’autore imparò il metodo dai navigatori del Pacifico e lo descrisse dall’interno: resta insostituibile.

Riferimenti

  • K. R. Howe (a cura di), Vaka Moana: Voyages of the Ancestors, 2007, David Bateman
  • Patrick V. Kirch, On the Road of the Winds: An Archaeological History of the Pacific Islands, 2017, University of California Press
  • David Lewis, We, the Navigators, 1972, University of Hawaii Press

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