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Atlante della storia umana

Imperi antichiReligioni universali e crisi

Il cristianesimo religione di stato

Teodosio rende obbligatoria una fede e chiude i culti antichi

esatto

200 a.C.Imperi antichi500 d.C.

In breve

Nel 380 l’imperatore Teodosio emanò da Tessalonica un provvedimento che stabilì quale forma di cristianesimo fosse quella legittima — quella nicena — e definì eretici tutti gli altri. Nel decennio successivo una serie di leggi vietava i sacrifici, chiudeva i templi e sottraeva ai culti tradizionali i finanziamenti pubblici. In meno di ottant’anni dall’editto di Milano si passò dalla tolleranza all’obbligo, e la religione che era stata perseguitata divenne quella che perseguitava. Era il passaggio in cui l’Europa acquisì la nozione di ortodossia sostenuta dalla legge.

Contesto

Nei decenni successivi a Costantino la questione più divisiva non era il rapporto con i pagani ma il conflitto interno al cristianesimo. La controversia ariana, sul rapporto fra il Padre e il Figlio, attraversava il IV secolo; imperatori diversi appoggiavano posizioni diverse, i vescovi venivano esiliati e richiamati, e la definizione di Nicea non era affatto pacificamente accettata.

Il secondo elemento era militare e spiegava l’urgenza. Nel 378 l’esercito romano d’Oriente venne distrutto ad Adrianopoli dai Goti, e l’imperatore Valente morì in battaglia. Teodosio arrivò al potere in un impero che aveva bisogno di unità, e l’unità religiosa era uno degli strumenti che aveva a disposizione.

Il terzo elemento era la crescita di un episcopato con autorità propria. Ambrogio, vescovo di Milano, era un ex funzionario imperiale che sapeva come si esercitava il potere, e lo usava: quando nel 390 Teodosio ordinò un massacro a Tessalonica, Ambrogio gli impose una penitenza pubblica. Era la prima volta che un vescovo obbligava un imperatore a rendere conto, e restò nella memoria politica europea come precedente.

Svolgimento

Il provvedimento del 380, noto come Cunctos populos, ordinò che tutti i popoli seguissero la fede professata dai vescovi di Roma e di Alessandria; chi la seguiva si chiamasse cristiano cattolico, gli altri fossero dichiarati eretici, i loro luoghi di riunione non fossero chiese, e fossero soggetti a punizioni. Era un testo che faceva due cose insieme: definiva l’ortodossia e la rendeva legge.

Nel 381 il concilio di Costantinopoli ribadì e ampliò il credo niceno, chiudendo la controversia ariana per l’impero — non altrove, perché fra i Goti e altre popolazioni il cristianesimo ariano restò diffuso per generazioni, e questo produsse una frattura duratura fra le nuove élite germaniche e le popolazioni romane d’Occidente.

Fra il 391 e il 392 le leggi si fecero più stringenti: divieto dei sacrifici, anche privati, chiusura dei templi, proibizione di consultare gli aruspici. Nel 393 si tennero le ultime Olimpiadi antiche. Nel 391, ad Alessandria, il vescovo Teofilo guidò la distruzione del Serapeo, uno dei santuari più celebri del mondo antico. Nel 415 la stessa città vide il linciaggio della filosofa Ipazia, in una vicenda che era politica prima che teologica ma che diceva quale fosse il clima.

Va detto che l’efficacia di quelle leggi fu disuguale. Nelle campagne i culti tradizionali sopravvissero per secoli; alcune famiglie aristocratiche romane restarono legate agli antichi riti per generazioni; le scuole filosofiche di Atene chiusero solo nel 529. La legge dichiarava un’intenzione, e la sua applicazione dipendeva da vescovi, funzionari e circostanze locali.

Conseguenze

La prima conseguenza era l’ortodossia come categoria giuridica. Che esistesse una versione corretta della fede, definibile da un’autorità e imponibile con la forza pubblica, era un’idea che l’Europa avrebbe portato con sé per millecinquecento anni: la sequenza che andava dalle eresie tardoantiche all’Inquisizione e alle guerre di religione partì da qui.

La seconda era la fine progressiva del mondo religioso antico, con la perdita di pratiche, saperi e testi. Non fu un rogo unico ma un lento venir meno di finanziamenti, di copisti e di trasmissione: la maggior parte della letteratura greca e latina andò perduta non perché distrutta ma perché nessuno l’aveva più ricopiata.

La terza era il rafforzamento di una struttura ecclesiastica che avrebbe sopravvissuto allo stato che l’aveva promossa. In Occidente, mentre l’amministrazione imperiale si dissolse nel V secolo, i vescovi restarono: gestivano città, negoziavano con i re germanici, conservavano scritture e archivi. La continuità istituzionale fra antichità e medioevo in Europa passava in buona parte per loro.

Una conseguenza che le sintesi tendono a saltare: la posizione degli ebrei cambiò. Il giudaismo restava legalmente riconosciuto — a differenza dei culti pagani — ma la legislazione ne restringeva progressivamente i diritti, e la teologia cristiana ne faceva un’alterità interna. Era l’inizio di una lunga storia europea.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La fonte migliore, qui, era giuridica: il Codex Theodosianus, compilato nel 438, raccoglieva le costituzioni imperiali per materia, e il suo libro XVI era dedicato alla religione. Era un documento eccezionale perché conservava i testi normativi nella loro formulazione, con date e destinatari.

Ma i codici legislativi avevano un limite noto: dicevano cosa lo stato ordinava, non cosa avveniva. La ripetizione di divieti simili a distanza di anni era essa stessa una prova che non venivano rispettati.

Le storie ecclesiastiche — Socrate, Sozomeno, Teodoreto — narravano gli eventi dal punto di vista cristiano e non erano neutrali nelle dispute interne. Gli autori pagani, in particolare Libanio e i frammenti di Eunapio, offrivano la prospettiva opposta e erano altrettanto di parte: la lettera di Libanio in difesa dei templi era una fonte preziosa proprio perché scritta da chi perdeva.

L’epigrafia e l’archeologia erano il correttivo decisivo. Gli scavi mostravano che molti templi non furono distrutti ma abbandonati, riusati come cave o convertiti in chiese, e in tempi molto più lunghi di quanto la narrazione delle leggi suggerisse. Le iscrizioni documentavano dediche pagane fino a date sorprendentemente tarde.

Su tre punti la discussione era viva.

L’entità della violenza. La vecchia narrazione, sia trionfalista sia anticlericale, aveva esagerato le distruzioni; la ricerca degli ultimi trent’anni le aveva ridimensionate, mostrando processi lenti e locali. Restarono però episodi reali e documentati, come il Serapeo.

Il peso del 380. Alcuni storici consideravano Cunctos populos una svolta epocale, altri un provvedimento fra molti, il cui significato era stato amplificato retrospettivamente perché si adattava bene a una periodizzazione.

La rapidità della cristianizzazione, che era probabilmente la questione più interessante. Edward Watts aveva mostrato che la generazione di élite cresciuta a metà IV secolo non si accorse di vivere la fine di un mondo: continuò a fare carriera, a scrivere retorica e a coltivare amicizie, mentre le regole cambiavano intorno. Le cesure che noi vediamo nette raramente lo erano per chi le attraversava.

L’intervallo 380-392 usato in questa scheda copriva la sequenza legislativa, non un singolo atto.

Approfondimenti

  • Edward J. Watts, The Final Pagan Generation (2015) — la fine del mondo antico vista da chi non si accorse che stava finendo. Il libro che cambia la prospettiva.
  • Peter Brown, The Rise of Western Christendom (2013) — come la chiesa diventa un’istituzione di governo.
  • Codex Theodosianus, libro XVI, in traduzione — le leggi stesse, con le loro ripetizioni che tradiscono l’inefficacia.

Riferimenti

  • Codex Theodosianus, XVI
  • Sozomeno, Storia ecclesiastica
  • Peter Brown, The Rise of Western Christendom, 2013, Wiley-Blackwell
  • Edward J. Watts, The Final Pagan Generation, 2015, University of California Press

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