In breve
Intorno al 30 d.C. un predicatore ebreo della Galilea fu giustiziato a Gerusalemme per crocifissione, la pena che i Romani riservavano ai sediziosi. I suoi seguaci, un gruppo minuscolo dentro il mondo giudaico, sostennero che era risorto. Nei due decenni successivi il movimento si diffuse nelle città dell’impero, e la sua trasformazione decisiva fu opera soprattutto di Paolo di Tarso, che compì una scelta con conseguenze enormi: ammettere i non ebrei senza richiedere l’osservanza della legge mosaica. Da quel momento un movimento giudaico divenne una religione universale, e in tre secoli divenne la religione dell’impero che lo aveva condannato.
Contesto
La Giudea del I secolo era una provincia romana turbolenta, governata direttamente da un prefetto e indirettamente attraverso dinastie locali. Il giudaismo del periodo non era un blocco: comprendeva farisei, sadducei, esseni, gruppi apocalittici e movimenti di resistenza, e la questione centrale era come vivere la fedeltà all’unico Dio sotto un potere pagano.
L’attesa messianica era diffusa e politica: un unto di Dio che liberi Israele. Molti predicatori e profeti comparvero in quei decenni; Flavio Giuseppe ne citò diversi, e diversi finirono uccisi dai Romani. In questo senso la vicenda di Gesù non era anomala; anomalo era ciò che succedeva dopo.
Il contesto più ampio era quello descritto nella voce su Augusto: un impero pacificato, con strade sicure, una lingua franca greca nelle città e comunità ebraiche della diaspora sparse in tutto il Mediterraneo, ciascuna con una sinagoga e un pubblico di simpatizzanti non ebrei. Era l’infrastruttura su cui il movimento sarebbe corso.
Svolgimento
Della vita di Gesù sappiamo poco con certezza storica, e conviene separare ciò su cui gli studiosi concordano da ciò che è materia di fede o di ricostruzione. C’è largo consenso sul fatto che sia esistito, che fosse un ebreo della Galilea, che fosse legato al movimento battista di Giovanni, che abbia predicato l’imminenza del regno di Dio, che abbia raccolto discepoli, e che sia stato crocifisso a Gerusalemme sotto Ponzio Pilato, probabilmente durante una Pasqua fra il 30 e il 33.
La predicazione, per come i vangeli la trasmettono, era centrata sul regno di Dio, sull’inversione delle gerarchie — i poveri, gli ultimi, gli impuri erano i primi destinatari — e su un’interpretazione della legge che privilegiava l’intenzione sull’osservanza formale. Non risultava un progetto di fondare una religione nuova: il quadro era interno al giudaismo.
Dopo l’esecuzione, il gruppo dei seguaci a Gerusalemme, guidato da Giacomo e da Pietro, restava osservante: frequentava il Tempio e manteneva le prescrizioni alimentari e la circoncisione.
La svolta fu Paolo, ebreo della diaspora di Tarso, cittadino romano, inizialmente ostile al movimento e poi suo predicatore. Fra gli anni Quaranta e Cinquanta viaggiò nelle città dell’Egeo e dell’Anatolia fondando comunità, e sosteneva che nel nuovo patto la circoncisione e la legge mosaica non erano richieste ai non ebrei. La questione fu discussa in una riunione a Gerusalemme, intorno al 49, e la soluzione — riportata in modi non identici nelle fonti — aprì la strada all’ammissione dei pagani.
Fu una decisione con effetti pratici enormi. Abolì la barriera più alta all’ingresso: un uomo adulto greco o romano non doveva farsi circoncidere né rinunciare alla propria vita sociale per aderire. Le lettere di Paolo, scritte a comunità concrete su problemi concreti, sono i testi cristiani più antichi che possediamo, anteriori ai vangeli di venti o trent’anni.
Nel 64 un incendio a Roma offrì a Nerone l’occasione di una prima persecuzione, ricordata da Tacito. Nel 70 la guerra giudaica finì con la distruzione del Tempio, e questo separò definitivamente le due strade: il giudaismo si riorganizzò attorno al testo e alla scuola rabbinica, il cristianesimo attorno alle comunità della diaspora, ormai in maggioranza non ebraiche.
I vangeli furono composti in greco fra il 70 circa e la fine del secolo: Marco per primo, poi Matteo e Luca che lo usavano, Giovanni in una tradizione distinta. Erano testi di comunità, scritti per predicare, non biografie.
Conseguenze
La conseguenza più grande di questa era era quella che si sarebbe vista nelle voci successive: nel 313 il cristianesimo divenne lecito, nel 380 obbligatorio. Un movimento nato da una condanna capitale finì per gestire l’apparato che l’ha emessa.
La seconda conseguenza era la nascita di una religione universalista e non etnica, che si rivolgeva a chiunque indipendentemente dalla nascita. Era un modello nuovo nel Mediterraneo, e fu imitato.
La terza conseguenza, che era la meno raccontata nelle sintesi europee, era la separazione dal giudaismo e le sue derive. La polemica interna fra gruppi giudaici, congelata nei testi del Nuovo Testamento e poi letta da comunità che non erano più ebraiche, diventò nei secoli la base di una tradizione di ostilità antiebraica con conseguenze che arrivano fino al Novecento. Registrarlo non è anacronismo: è la storia degli effetti di quei testi.
Nel frattempo altrove
- 27 a.C.Augusto e il principato — Europa
- 50 d.C.Il commercio dei monsoni — Asia meridionale
- 79 d.C.L'eruzione del Vesuvio — Europa
- 100 d.C.Teotihuacán — Americhe
- 105 d.C.L'invenzione della carta — Asia orientale
- 200 d.C.Il regno di Aksum — Africa
- 300 d.C.Verso il Pacifico orientale — Oceania
Come lo sappiamo
Questa è la voce in cui la distinzione fra consolidato e dibattuto conta più che in ogni altra, perché il materiale è al centro di una fede vivente.
Le fonti cristiane sono le più ricche e le meno neutrali: le lettere di Paolo, autentiche per sette di esse secondo il consenso degli studiosi, sono le più antiche; i vangeli sono posteriori di decenni, dipendono l’uno dall’altro e scrivono per convincere. Non sono per questo inutili come fonti storiche: sono documenti di ciò che le comunità credevano e raccontavano, e l’analisi comparata permette di distinguere strati più antichi e rielaborazioni.
Le fonti non cristiane sono poche ma importanti perché indipendenti. Flavio Giuseppe, storico ebreo di fine I secolo, menziona Gesù in un passo la cui autenticità è discussa perché ritoccato da mano cristiana, e in un altro su Giacomo che è ritenuto genuino. Tacito, all’inizio del II secolo, riferisce della persecuzione neroniana e dell’esecuzione sotto Pilato. Plinio il Giovane, come governatore in Bitinia, descrive le riunioni dei cristiani in una lettera a Traiano. Sono attestazioni brevi, ma stabiliscono che il movimento e la sua origine erano noti a osservatori esterni entro due generazioni.
Su cosa non c’è consenso, ed è molto. Le date di nascita e di morte sono incerte: il 30 usato in questa scheda è convenzionale e la precisione è dichiarata contestata. La cronologia della vita pubblica oscilla fra uno e tre anni secondo che si segua Marco o Giovanni. Le parole attribuite a Gesù sono oggetto di un secolo e mezzo di ricerca con criteri diversi e risultati divergenti. Il rapporto fra il Gesù storico e la predicazione dei suoi seguaci è la questione centrale della disciplina, e le posizioni vanno da chi vede continuità sostanziale a chi vede una reinterpretazione radicale.
Su un punto conviene essere espliciti. Questo atlante non si pronuncia su affermazioni di fede come la resurrezione: non sono affermazioni verificabili con i metodi della storia, e trattarle come tali sarebbe scorretto verso chi ci crede e verso chi non ci crede. Ciò che la storia può dire è che un gruppo di persone lo sostenne, e che quella convinzione produsse effetti enormi e documentabili.
Approfondimenti
- E. P. Sanders, Jesus and Judaism (1985) — il libro che ha rimesso Gesù dentro il giudaismo del suo tempo, e ha cambiato la disciplina.
- Paolo, Lettera ai Galati e Prima ai Corinzi — i testi cristiani più antichi che abbiamo, e si vede: sono lettere a comunità in lite.
- Géza Vermes, Jesus the Jew (1973) — la lettura di uno studioso ebreo, utile proprio per lo sguardo esterno alla tradizione cristiana.