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Atlante della storia umana

Imperi antichiRoma, Han, Parti

Augusto e il principato

Forme repubblicane, sostanza monarchica, due secoli di pace interna

esatto

200 a.C.Imperi antichi500 d.C.

In breve

Nel 27 a.C. Ottaviano, vincitore delle guerre civili, restituì formalmente i poteri straordinari al senato e al popolo, e ricevette in cambio un nome nuovo — Augusto — e una posizione senza precedenti: comandante di quasi tutte le legioni, titolare di una autorità superiore in tutte le province chiave, e detentore di un prestigio personale che nessuna magistratura descrive. Nessuna istituzione repubblicana fu abolita; tutte continuavano a funzionare, svuotate. Era l’invenzione politica più efficace dell’antichità: un regime monarchico che si presentava come restaurazione, e che resse due secoli di relativa pace interna.

Contesto

Alla morte di Cesare, nel 44 a.C., Ottaviano aveva diciotto anni ed era il figlio adottivo designato nel testamento. Nei tredici anni successivi eliminò o assorbì tutti i concorrenti: si alleò con Antonio e Lepido nel secondo triumvirato, partecipò alle proscrizioni che uccisero migliaia di persone fra cui Cicerone, sconfisse Bruto e Cassio a Filippi nel 42, mise da parte Lepido, e infine battè Antonio e Cleopatra ad Azio nel 31 a.C., annettendo l’Egitto.

Il problema che si trovava davanti nel 30 a.C. è quello di Cesare, non risolto: come governare un impero senza farsi uccidere da un’aristocrazia che considerava la monarchia intollerabile. La lezione delle idi di marzo era chiara: chi dichiarava il proprio potere assoluto veniva ammazzato.

La condizione favorevole era la stanchezza. Dopo un secolo di guerre civili e proscrizioni, l’ordine era un bene politico più desiderato della libertà repubblicana, e Augusto lo capiva e ne faceva il fondamento del proprio consenso.

Svolgimento

La costruzione avvenne in due tappe, nel 27 e nel 23 a.C. Nella prima, Augusto dichiarò di rinunciare ai poteri eccezionali e ricevette un comando decennale su un vasto insieme di province — quelle dove stanno gli eserciti. Nella seconda, cedette il consolato continuativo e assunse invece la potestà tribunizia a vita, che gli dava l’iniziativa legislativa e l’inviolabilità, e un potere proconsolare superiore a quello degli altri governatori. Nessuna di queste cose era nuova; nuova era la loro combinazione permanente in una sola persona.

Il resto era amministrazione, e funzionava. Le legioni divennero un esercito professionale con ferma lunga, paga regolare e congedo garantito da una cassa apposita: il legame fra soldati e generale privato, che aveva ucciso la repubblica, veniva trasferito allo stato, cioè a lui. Nacque una burocrazia imperiale con funzionari di rango equestre e liberti. Si riordinò la fiscalità con censimenti provinciali. Si costruirono: strade, acquedotti, il foro di Augusto, e Roma veniva divisa in quattordici regioni con servizi antincendio e annonari.

Sul piano culturale il regime investì come nessuno prima. Virgilio scrisse l’Eneide, che fornisce all’impero un mito di fondazione; Livio la storia di Roma; Orazio le odi. L’Ara Pacis e il mausoleo dichiarano in marmo la pace e la dinastia. E Augusto scrisse di sé le Res gestae, un elenco delle proprie imprese fatto incidere in bronzo e copiato nelle province: il documento di autopromozione più riuscito dell’antichità, in cui la parola «dittatura» non compare e le guerre civili diventano operazioni di ripristino della legalità.

I limiti si vedevano in due punti. Il primo è militare: nel 9 d.C. tre legioni furono annientate nella foresta di Teutoburgo, e il confine si fermò sul Reno. L’impero scopre di avere una dimensione massima. Il secondo è dinastico: Augusto non aveva figli maschi, i designati morivano uno dopo l’altro, e alla sua morte nel 14 d.C. il potere passò a Tiberio, figliastro, in una successione che il sistema non prevedeva formalmente. Il principato non risolverà mai il problema di come si trasmette un potere che ufficialmente non esiste.

Conseguenze

La pax romana è la conseguenza più tangibile: due secoli senza guerre civili di grande scala, con una circolazione di merci, persone e monete nel Mediterraneo che non si ripeterà per oltre un millennio. Le anfore, il vetro e le monete che si trovano da Britannia a India misurano quella integrazione, e il commercio dei monsoni verso l’India è uno dei suoi effetti diretti.

La conseguenza istituzionale è un modello di potere che l’Europa continuerà a citare: il capo che governa «restaurando», che conserva le forme e ne cambia la sostanza. È una tecnica politica, e riconoscerla è utile ben oltre l’antichità.

La conseguenza sui numeri va detta con prudenza: le stime della popolazione dell’impero augusteo oscillano fra quaranta e settanta milioni di persone, e gran parte di loro non erano cittadini e molte erano schiave. Chiamare quel periodo un’età d’oro significa guardarlo dal punto di vista di chi ne beneficiava.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La documentazione è ampia e insolitamente ricca di fonti ufficiali, che è al tempo stesso una fortuna e una trappola.

Le Res gestae sono conservate perché copie provinciali sono state ritrovate, in particolare ad Ancira. Sono il testo che Augusto voleva lasciare, e ogni silenzio è deliberato: leggerlo è un esercizio di analisi del non detto.

Le fonti letterarie sono di due tipi. Gli autori del suo tempo — Virgilio, Orazio, Livio — sono parte del progetto culturale e non commentatori esterni. Gli storici successivi, Tacito in testa, sono ostili al principato e scrivono con un secolo di distanza e con l’esperienza degli imperatori peggiori alle spalle: la prima pagina degli Annales, in cui Tacito riassume in poche righe come la libertà fu ceduta in cambio della pace, è la lettura più acuta del regime e insieme un giudizio politico.

Le fonti materiali sono decisive per contrappeso: monete, che sono il canale di propaganda più diffuso; iscrizioni in tutto l’impero, comprese quelle amministrative; archeologia urbana, militare e commerciale; e i papiri egizi, che documentano l’amministrazione dal basso, con contratti, denunce e censimenti reali.

Su cosa la discussione è aperta. La natura del regime — se chiamarlo monarchia mascherata, oppure prendere sul serio la sua auto-descrizione come restaurazione condivisa con il senato — è il dibattito centrale, e la risposta prevalente oggi è che la finzione non era solo finzione: funzionava perché una parte dell’aristocrazia vi partecipava attivamente. Il numero della popolazione e la valutazione della crescita economica sono oggetto di stime molto divergenti. E il giudizio su Augusto resta diviso fra chi ne sottolinea l’efficacia amministrativa e chi ricorda che quell’efficacia poggia sulle proscrizioni con cui è arrivato al potere: sono entrambe vere, e vanno tenute insieme.

Approfondimenti

  • Ronald Syme, The Roman Revolution (1939) — come si costruisce un regime attraverso reti familiari e clientele. Resta il libro fondamentale.
  • Augusto, Res gestae — breve, e da leggere elencando ciò che tace.
  • Tacito, Annales, libro I, primi capitoli — poche pagine, il giudizio più affilato mai scritto su questo regime.
  • Adrian Goldsworthy, Augustus (2014) — biografia narrativa, buona per la sequenza degli eventi.

Riferimenti

  • Augusto, Res gestae divi Augusti
  • Tacito, Annales, libro I
  • Adrian Goldsworthy, Augustus: From Revolutionary to Emperor, 2014, Weidenfeld & Nicolson
  • Ronald Syme, The Roman Revolution, 1939, Oxford University Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.