In breve
Alle idi di marzo del 44 a.C. Gaio Giulio Cesare fu ucciso in senato da un gruppo di congiurati che intendevano salvare la repubblica. Ottennero il risultato opposto: dopo altri tredici anni di guerre civili nacque il principato. La ragione non era nel carattere di un uomo. Roma aveva conquistato il Mediterraneo mantenendo le istituzioni di una città-stato — magistrature annuali, elezioni in assemblee cittadine, comandi militari affidati a magistrati — e quelle istituzioni non potevano governare province lontane con eserciti permanenti senza che i comandanti diventassero potenze autonome. Cesare era il sintomo di una contraddizione strutturale, non la sua causa.
Contesto
La repubblica romana era stata progettata perché nessuno potesse accumulare troppo potere: cariche collegiali, durata annuale, divieto di ripetizione immediata, e il senato come corpo di controllo. Funzionava per una città.
Le conquiste del II secolo a.C. la misero sotto tensione da tre lati. Il primo era militare: le campagne duravano anni e si combattevano lontano, quindi i comandi si prorogavano e gli eserciti si legavano al generale che li pagava e li congedava con terre, non allo stato. Il secondo era economico: il bottino e le province creavano fortune private enormi, con cui si compravano clientele e voti. Il terzo era sociale: la piccola proprietà contadina, base del vecchio esercito, si erodeva a favore di grandi proprietà lavorate da schiavi, e la plebe urbana cresceva e diventava una forza politica da alimentare.
Dal 133 a.C., con i Gracchi, la politica romana cominciò a risolversi con la violenza. Seguirono la riforma dell’esercito di Mario, la guerra civile fra Mario e Silla, la dittatura di Silla che dimostrò che la costituzione si poteva sospendere, e le proscrizioni. Quando Cesare entrò in scena, i precedenti per tutto quello che avrebbe fatto esistevano già.
Svolgimento
Nel 60 a.C. Cesare, Pompeo e Crasso strinsero un accordo privato — il cosiddetto primo triumvirato — per spartirsi consolati, comandi e leggi. Era il segnale che il potere reale si negoziava fuori dalle istituzioni.
Nel 58 a.C. Cesare ottenne il comando in Gallia e vi restò nove anni. La conquista era brutale e redditizia: fonti antiche parlavano di centinaia di migliaia di morti e di schiavi, cifre non verificabili ma indicative dell’ordine di grandezza. Cesare finanziava con quel bottino la propria politica a Roma, e raccontò la guerra in un’opera sua, il De bello Gallico, che era insieme resoconto militare e strumento di propaganda: il primo esempio compiuto di comunicazione politica scritta dal protagonista.
Alesia, nel 52 a.C., chiuse la resistenza gallica guidata da Vercingetorige. Nel frattempo Crasso era morto a Carre e l’intesa con Pompeo si era rotta.
Nel gennaio del 49 a.C. Cesare attraversò il Rubicone con una legione, cioè entrò in Italia in armi: un atto illegale che aperse la guerra civile. Sconfisse Pompeo a Farsalo nel 48, lo perseguì in Egitto dove Pompeo fu ucciso, si trovò coinvolto nelle lotte dinastiche tolemaiche e nella relazione con Cleopatra, e chiuse le operazioni in Africa e in Spagna entro il 45.
A Roma accumulò cariche e onori: dittatore ripetutamente, infine dictator perpetuo, con statue, titoli e un culto quasi divino. Governava bene, per molti aspetti: riformò il calendario — quello giuliano resterà in uso sedici secoli —, dedusse colonie, allargò il senato a provinciali, avviò opere pubbliche, riordinò i debiti. Ma il cumulo di poteri a vita era incompatibile con la finzione repubblicana, e per una parte dell’aristocrazia era insopportabile.
Il 15 marzo del 44 a.C. fu pugnalato in una riunione del senato da una congiura di circa sessanta persone, guidata da Bruto e Cassio. I congiurati non avevano un piano per il dopo, e questo era il punto: pensavano che eliminando l’uomo si ripristinasse un sistema.
Conseguenze
La conseguenza immediata fu la guerra. Il testamento di Cesare adottò il pronipote Ottaviano, che aveva diciotto anni; seguirono tredici anni di conflitti fra i suoi eredi e i suoi assassini, e poi fra gli eredi tra loro, fino ad Azio nel 31 a.C.
La conseguenza istituzionale era che dopo di lui nessuno provò più a governare senza un comando militare personale. Il principato di Augusto sarebbe la soluzione: mantenere le forme repubblicane e concentrare la sostanza in una persona sola.
La conseguenza di lungo periodo, quella che riguarda anche noi, era il suo nome. Caesar divenne un titolo, e da titolo divenne parola: Kaiser, zar. L’idea che il potere supremo abbia il nome di un uomo entrò nel vocabolario politico europeo per due millenni.
C’è infine una conseguenza che le narrazioni centrate su Roma tendono a lasciare fuori. La conquista della Gallia comportò la distruzione di società, l’asservimento di popolazioni intere e la scomparsa di lingue e istituzioni di cui non ci restò quasi nulla, perché chi le aveva descritte era chi le aveva distrutte. Il De bello Gallico è la nostra fonte principale sui Galli, ed è scritto dal loro conquistatore.
Nel frattempo altrove
- 141 a.C.L'apertura della via della seta — Asia orientale
- 138 a.C.L'impero partico — Medio Oriente
- 30 d.C.Gesù di Nazareth — Medio Oriente
- 50 d.C.Il commercio dei monsoni — Asia meridionale
- 100 d.C.Teotihuacán — Americhe
- 200 d.C.Il regno di Aksum — Africa
- 300 d.C.Verso il Pacifico orientale — Oceania
Come lo sappiamo
Le fonti erano abbondanti e tutte problematiche in modi diversi.
I testi di Cesare stesso, il De bello Gallico e il De bello civili, erano contemporanei e di prima mano, e per questo andavano letti con la massima diffidenza: erano strumenti politici destinati al pubblico romano, in cui l’autore parlava di sé in terza persona per suggerire obiettività.
Le lettere di Cicerone erano la fonte più straordinaria dell’antichità per la storia politica: private, scritte giorno per giorno, non destinate alla pubblicazione, pieno di dubbi e di cambiamenti di opinione. Erano di parte anch’esse, ma la parzialità era visibile.
Le biografie di Plutarco e Suetonio erano molto più tarde, di uno o due secoli, e appartenevano a un genere che cercava il carattere morale più della causa politica. Cassio Dione e Appiano fornivano la narrazione continua.
Su cosa la storiografia ha discusso. Il progetto politico di Cesare: se avesse in mente una monarchia dichiarata, come sostenevano i suoi nemici, o se stesse improvvisando dentro una crisi, è stato discusso da due secoli e non risolto — le fonti che gli attribuiscono ambizioni regie erano in gran parte ostili. Le cifre della conquista gallica sono inverificabili. E la lettura complessiva oscillò: la storiografia ottocentesca vedeva in Cesare un genio necessario, quella del Novecento, dopo Ronald Syme, ha insistito sui processi strutturali e sulle reti di potere aristocratiche, e oggi si tende a spiegare la fine della repubblica con la contraddizione fra istituzioni cittadine e dominio imperiale, più che con le ambizioni dei singoli.
Approfondimenti
- Ronald Syme, The Roman Revolution (1939) — il libro che ha spostato l’attenzione dai grandi uomini alle reti di potere. Denso, e ancora insuperato.
- Mary Beard, SPQR (2015) — sintesi moderna, ottima nel mostrare quanto poco sappiamo di ciò che crediamo di sapere.
- Cesare, De bello Gallico — da leggere come documento di propaganda, che è ciò che lo rende interessante.