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Atlante della storia umana

Imperi antichiRoma, Han, Parti

L'impero partico

Chi stava in mezzo fra Roma e la Cina, e ci guadagnava

circa

200 a.C.Imperi antichi500 d.C.

In breve

Fra il II secolo a.C. e il III d.C. una dinastia di origine nomade, gli Arsacidi, governava l’Iran e la Mesopotamia e si trovava nella posizione geografica più redditizia del mondo antico: fra l’imperio romano e le rotte che portavano verso la Cina e l’India. I Parti non producevano seta e non consumavano la maggior parte delle merci che passavano dalle loro terre: controllavano il transito, e ne vivevano. Militarmente reggevano per quasi tre secoli il confronto con Roma grazie a una cavalleria che le legioni non sapevano battere, e nel 53 a.C. inflissero a Crasso la sconfitta di Carre. Erano l’império antico di cui si parla meno in proporzione al suo peso.

Contesto

L’eredità politica della regione era l’imperio achemenide, smembrato da Alessandro e poi ricomposto in parte dai Seleucidi, dinastia ellenistica che governava dalla Siria alla Battriana. Nel III secolo a.C. quel dominio cominciò a sfaldarsi ai margini: la Battriana si staccò, e nell’attuale Turkmenistan un gruppo di origine nomade, i Parni, s’insediò nella satrapia di Partia.

La geografia comanda. L’Iran era un altopiano circondato da montagne, con deserti interni e agricoltura concentrata in valli irrigate: non produceva grandi surplus cerealicoli, ma le sue pianure erbose allevavano cavalli. La Mesopotamia, che i Parti conquistarono, era invece ricchissima e urbanizzata. Il risultato è un impero che univa una periferia di cavalieri a un centro fiscale di città antiche.

La terza condizione era commerciale, e coincideva cronologicamente con questa era: quando le missioni di Zhang Qian collegavano stabilmente la Cina all’Asia centrale, le merci che andavano verso occidente dovevano passare per territorio partico. I Parti divennero il casello di un’autostrada continentale.

Svolgimento

L’espansione decisiva era opera di Mitridate I, verso la metà del II secolo a.C., che conquistò la Media e la Mesopotamia. Il 138 a.C. usato in questa scheda cadde in quella fase e segnò convenzionalmente il consolidamento dell’impero come potenza regionale — non un evento singolo.

Gli Arsacidi si presentavano come eredi degli Achemenidi e insieme come continuatori del mondo ellenistico: le loro monete portavano leggende in greco e il titolo di philhellenos, «amico dei Greci». Era una scelta pragmatica, rivolta alle città che dovevano amministrare. La capitale si stabilizzò a Ctesifonte, sul Tigri, accanto alla greca Seleucia.

Il primo scontro con Roma era quello che definiva la reputazione partica. Nel 53 a.C. Marco Licinio Crasso invase la Mesopotamia con sette legioni e fu distrutto a Carre da una forza molto inferiore ma interamente a cavallo. La tattica era la combinazione di arcieri a cavallo, che colpivano da lontano e si sottraevano al contatto, e di catafratti, cavalieri corazzati per lo sfondamento. Le legioni, addestrate al combattimento ravvicinato, non riuscivano né a raggiungere gli arcieri né a resistere alla carica pesante. Da qui veniva l’espressione «tiro dei Parti», il colpo scagliato voltandosi durante la finta ritirata.

Nei due secoli successivi i confronti con Roma si ripeterono senza esito definitivo. Antonio fallì in Media nel 36 a.C.; Augusto preferì la diplomazia e ottenne la restituzione delle insegne perdute a Carre, presentandola come una vittoria; Traiano nel 116 arrivò al Golfo e conquistò Ctesifonte, ma il risultato non si consolidò; Marco Aurelio e Settimio Severo saccheggiarono di nuovo la capitale. Nessuno dei due imperi riusciva a distruggere l’altro, e il confine si stabilizzò approssimativamente sull’Eufrate.

La ragione di quella stabilità non era solo militare. L’impero partico era decentralizzato: sotto il «re dei re» stavano regni vassalli e grandi famiglie aristocratiche con eserciti propri. Era una struttura che rendeva difficili le grandi offensive e resistente alle sconfitte: perdere la capitale non significava perdere l’impero. Lo stesso assetto la rendeva però vulnerabile alle guerre civili, che si moltiplicarono nel II secolo.

Nel 224 Ardashir, signore della Persia, sconfisse l’ultimo re arsacide Artabano IV e fondò la dinastia sasanide, che centralizzerà lo stato e ne farà un avversario più temibile per Roma.

Conseguenze

La conseguenza economica era la meno raccontata e la più importante. Per tre secoli i Parti intermediarono il commercio fra Mediterraneo e Asia orientale, e lo fecero deliberatamente: la missione romana di Gan Ying — in realtà cinese, inviata verso Roma nel 97 — fu dissuasa dal proseguire da mercanti locali che avevano interesse a non far incontrare produttori e acquirenti. L’intermediazione era il modello di business, e proteggerla era politica di stato.

La conseguenza militare era che Roma incontrò per la prima volta un nemico che non poteva sconfiggere in modo definitivo, e dovette imparare a convivere con un confine permanente. La cavalleria pesante che l’Occidente adottò nei secoli successivi aveva in questo mondo una delle sue radici.

La conseguenza culturale era la trasmissione. Attraverso il territorio partico passavano il buddhismo verso oriente, i culti iranici verso occidente — il mitraismo che si diffuse nell’esercito romano aveva origini in quell’area, per vie discusse — e più tardi il cristianesimo verso la Mesopotamia, dove nacque una delle chiese più antiche.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Ed era qui il problema principale di questa voce: i Parti non ci lasciarono una loro storia. Non sopravvisse alcuna cronaca arsacide, nessun archivio, nessun panegirico dinastico paragonabile alle iscrizioni achemenidi o sasanidi. Quello che sappiamo lo sappiamo quasi tutto da chi li combatteva.

Le fonti greche e latine — Plutarco, Cassio Dione, Tacito, Giustino — erano ricche, ma raccontavano i Parti come avversari, in occasione di guerre, con l’attenzione rivolta a ciò che riguardava Roma. Di come funzionasse l’amministrazione partica, di che rapporti ci fossero fra il re e le grandi famiglie, di come si riscuotessero i tributi, s’intravvedeva poco.

C’erano poi le fonti materiali, che erano la correzione necessaria. Le monete arsacidi, numerosissime e datate, erano la base della cronologia dinastica e mostravano l’evoluzione dell’autorappresentazione. Le pergamene e gli ostraka di Nisa e di altri siti davano frammenti di contabilità reale. L’archeologia urbana in Mesopotamia e Iran documentava città, templi e architettura, e la documentazione cinese — lo Hanshu, che chiama i Parti Anxi — offriva uno sguardo dall’altra parte del continente, con l’enorme vantaggio di non essere ostile.

Su cosa non c’è consenso. La struttura del potere: quanto fossero autonomi i regni vassalli e le famiglie nobiliari, e se l’impero vada descritto come stato o come confederazione, era discusso. La cronologia dinastica del II secolo d.C. era confusa da re contemporanei e monete contese. Le cifre delle battaglie, Carre compresa, venivano da fonti romane e erano inaffidabili nel dettaglio, anche se l’esito non era in dubbio. E la portata dell’ellenizzazione — se il philhellenos sulle monete indichi cultura o soltanto pubbliche relazioni — era una delle questioni aperte più interessanti.

Chiamare i Parti «l’impero dimenticato», come fa il titolo di un libro recente, diceva qualcosa di vero sulla storiografia: un impero che dura tre secoli e tiene in scacco Roma è dimenticato perché non ha scritto la propria storia, e perché noi abbiamo studiato soprattutto chi lo faceva.

Approfondimenti

  • Uwe Ellerbrock, The Parthians: The Forgotten Empire (2021) — sintesi recente e accessibile, attenta alle fonti materiali più che alle battaglie.
  • Plutarco, Vita di Crasso — il racconto di Carre. Da leggere sapendo che è una tragedia morale su un romano avido, prima che un resoconto militare.
  • The Parthian and Early Sasanian Empires (2017) — volume collettivo, tecnico, ottimo sulla numismatica e sull’archeologia.

Riferimenti

  • Cassio Dione, Storia romana, libri XL-XLII
  • Plutarco, Vita di Crasso
  • Michael J. Alram et al., The Parthian and Early Sasanian Empires, 2017, Oxbow
  • Uwe Ellerbrock, The Parthians: The Forgotten Empire, 2021, Routledge

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.