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Atlante della storia umana

Imperi antichiRoma, Han, Parti

L'apertura della via della seta

Le missioni di Zhang Qian e la nascita di una rete eurasiatica

circa

200 a.C.Imperi antichi500 d.C.

In breve

Fra il 139 e il 126 a.C. un funzionario cinese di nome Zhang Qian attraversa l’Asia centrale per conto dell’imperatore Wu degli Han, cercando alleati militari contro i nomadi Xiongnu. Torna senza alleanze ma con qualcosa di più durevole: la prima descrizione cinese attendibile dei regni a occidente del deserto del Taklamakan. Nei decenni successivi lo stato Han presidia militarmente il corridoio del Gansu e le oasi del bacino del Tarim, trasformando tratte carovaniere già esistenti in un sistema protetto e continuo. Non nasce una strada: nasce una catena di mercati locali che, sommandosi, mette in contatto indiretto la Cina, la Persia, l’India e il Mediterraneo. Il nome «via della seta» è un’invenzione ottocentesca, e la merce che lo ispira era tutt’altro che la più importante.

Contesto

Il problema dell’imperatore Wu, che regnò dal 141 all’87 a.C., non era commerciale ma militare. A nord dell’impero la confederazione degli Xiongnu controllava le steppe e imponeva agli Han un rapporto umiliante, fatto di tributi mascherati da doni e di principesse date in matrimonio. Gli Xiongnu erano più mobili e disponevano di cavalli migliori: qui la storia dell’ambiente pesa più di quella dei re. La cavalleria cinese dipendeva da animali allevati in pianura, più piccoli e meno resistenti di quelli delle steppe, e nessuna riforma amministrativa poteva colmare quel divario.

Le rotte, invece, esistevano da molto prima. I lapislazzuli del Badakhshan raggiungevano la Mesopotamia già nel terzo millennio a.C., la giada di Khotan arrivava in Cina da secoli, e il bacino del Tarim era una collana di oasi irrigate — Kashgar, Khotan, Kucha, Turfan, Loulan — abitate da popolazioni di lingue diverse, molte delle quali indoeuropee. Il commercio a corto raggio fra un’oasi e la successiva era la norma. Ciò che mancava non era la possibilità del transito, ma la sicurezza e la continuità: senza una potenza che garantisse le tratte, ogni carovana doveva negoziare da sola con ogni signore locale.

Svolgimento

Nel 139 o 138 a.C. Zhang Qian parte da Chang’an, la capitale, con un centinaio di uomini e un mandato diplomatico: raggiungere gli Yuezhi, un popolo scacciato dagli Xiongnu verso occidente, e proporre un’alleanza a tenaglia. Viene catturato quasi subito e trattenuto per circa dieci anni, durante i quali prende moglie e ha un figlio. Fuggito, prosegue invece di tornare: attraversa la valle di Ferghana, il Dayuan delle fonti cinesi, poi la Sogdiana, e raggiunge gli Yuezhi ormai insediati in Battriana, il Daxia, dove non hanno alcuna intenzione di ricominciare una guerra. Rientra a Chang’an intorno al 126 a.C., dopo tredici anni.

Il fallimento diplomatico è totale e il risultato informativo enorme. Zhang Qian riferisce di città murate, agricoltura irrigua, mercati, monete d’argento, e soprattutto dei cavalli di Ferghana, animali alti che nelle fonti cinesi diventeranno «cavalli celesti» e «che sudano sangue», con ogni probabilità per una parassitosi cutanea descritta come prodigio. Una seconda missione, intorno al 119 a.C., lo porta presso gli Wusun, e da lì i suoi vice si spingono in India e in Partia.

Segue il presidio, che è la parte decisiva. Fra il 121 e il 111 a.C. gli Han fortificano il corridoio del Gansu e vi installano quattro comandi: Wuwei, Zhangye, Jiuquan e Dunhuang, che diventa la porta occidentale dell’impero. Fra il 104 e il 101 a.C. una spedizione punitiva contro Ferghana, motivata anche dal rifiuto di cedere cavalli, mostra quanto la logistica animale contasse nelle decisioni politiche. Nel 60 a.C. viene istituito il Protettorato delle Regioni Occidentali, che coordina le oasi del Tarim con guarnigioni, stazioni di posta e colonie agricole militari.

Sul versante opposto la conoscenza reciproca resta indiretta. Nel 97 d.C. l’inviato Gan Ying, mandato dal generale Ban Chao verso Daqin — l’impero romano — si ferma sulle coste del Golfo, dissuaso da mercanti locali che avevano ottime ragioni per non far incontrare direttamente produttori e acquirenti. Nessuna ambasciata cinese raggiunse Roma. Nel 166 d.C. i registri cinesi annotano l’arrivo di una missione che si dichiara proveniente da Daqin, e che era probabilmente un gruppo di mercanti in cerca di trattamento diplomatico.

Conseguenze

La conseguenza più visibile fu il flusso di seta verso occidente, dove divenne un marcatore di status e un problema morale: Plinio il Vecchio lamenta l’emorragia di metallo prezioso verso oriente, Seneca deride le vesti trasparenti che non nascondono nulla. La bilancia commerciale contava davvero. Nelle oasi del Tarim, in India meridionale e nel Corno d’Africa si trovano monete romane in quantità, segno che l’Occidente pagava più di quanto vendesse.

Ma la seta è la parte meno interessante. Lungo le stesse tratte viaggiarono cavalli, giada, vetro siriano, lana, coralli, spezie, persone ridotte in schiavitù e soprattutto informazioni. Il buddhismo entrò in Cina da queste strade, portato da monaci e mercanti dell’Asia centrale: le grotte di Mogao a Dunhuang, scavate a partire dal IV secolo, sono l’archivio di quel passaggio. Nella direzione opposta partirono tecniche di fusione, forme di aratro e, molto più tardi, la carta.

Passarono anche i patogeni. Le grandi epidemie che colpiscono l’impero romano dal 165 e la Cina degli Han negli stessi decenni sono cronologicamente compatibili con una circolazione favorita dai contatti a lunga distanza, per quanto identificare le malattie resti impossibile con le fonti disponibili. Reti più dense significano anche fragilità condivisa: quando la struttura politica alle due estremità si sfalda, gli Han nel 220 e l’impero romano nel corso del III secolo, le tratte non scompaiono, ma tornano a essere una somma di percorsi locali senza garante.

Va aggiunto che la via terrestre non fu mai la sola. Il commercio dei monsoni, dal Mar Rosso all’India, movimentava volumi molto maggiori a costi minori: una nave trasportava quanto centinaia di cammelli, e chi doveva spostare pepe o tessuti in quantità usava il mare.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La fonte principale è lo Shiji di Sima Qian, in particolare il capitolo 123, scritto meno di un secolo dopo i fatti da un autore che aveva accesso agli archivi di corte; lo integra e in parte lo ricopia lo Hanshu di Ban Gu. Sono testi ufficiali, con tutto ciò che comporta: descrivono le missioni come atti dell’imperatore e tacciono su quanto non serviva alla narrazione dinastica.

Accanto ai testi ci sono i documenti amministrativi, che sono più affidabili proprio perché nessuno li scrisse per essere letti da noi. Le tavolette di legno di Xuanquan, presso Dunhuang, registrano il passaggio di funzionari, animali e razioni: sono la prova materiale che il presidio funzionava come sistema burocratico. La biblioteca murata di Mogao, riaperta nel 1900, ha restituito manoscritti in cinese, tibetano, sogdiano, uiguro e altre lingue, che documentano i secoli di traffico successivi. L’archeologia dei tessuti, a Palmira, a Niya e a Loulan, permette di verificare quali fibre circolassero davvero e in che direzione.

Su tre punti la storiografia è divisa, e conviene dirlo invece di scegliere in silenzio. Il primo è il nome: «Seidenstraße» è un’espressione coniata dal geografo Ferdinand von Richthofen nel 1877, e proiettare indietro l’idea di una strada unica è un anacronismo. Il secondo è la scala: Valerie Hansen sostiene, sulla base dei documenti delle oasi, che i volumi fossero modesti e il commercio in gran parte locale, con pochissime merci a percorrere l’intera distanza; altri storici, fra cui Peter Frankopan, insistono sulla portata sistemica dei contatti. La ricostruzione proposta qui segue la prima lettura per i volumi e la seconda per gli effetti culturali, che non richiedono grandi quantità di merci per prodursi. Il terzo punto è la cronologia: le date delle missioni di Zhang Qian oscillano di un paio d’anni fra le fonti, e il 141 a.C. usato in questa scheda indica l’inizio del regno di Wu, cioè la decisione politica, non la partenza della carovana.

Approfondimenti

  • Valerie Hansen, The Silk Road: A New History (2012) — il libro che ha ridimensionato il mito, costruito sui documenti delle oasi anziché sulle cronache di corte.
  • Xinru Liu, The Silk Road in World History (2010) — sintesi breve e ordinata, buona come primo approccio.
  • Peter Frankopan, The Silk Roads: A New History of the World (2015) — la lettura opposta, che usa le vie eurasiatiche come asse di una storia globale. Utile per capire di cosa si discute.
  • Sima Qian, Shiji, capitolo 123 — la fonte, disponibile in traduzione. Vale leggerla per vedere quanto poco parli di seta.

Riferimenti

  • Sima Qian, Shiji, cap. 123 (Dayuan liezhuan)
  • Valerie Hansen, The Silk Road: A New History, 2012, Oxford University Press
  • Peter Frankopan, The Silk Roads: A New History of the World, 2015, Bloomsbury
  • Xinru Liu, The Silk Road in World History, 2010, Oxford University Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.