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Atlante della storia umana

Imperi antichiReligioni universali e crisi

La fine degli Han

Quattro secoli di divisione, migrazioni verso sud e l'arrivo del buddhismo

esatto

200 a.C.Imperi antichi500 d.C.

In breve

Nel 220 l’ultimo imperatore Han abdicò e l’impero che aveva governato la Cina per quattro secoli si divise in tre stati rivali. Non era un intervallo breve: la riunificazione arrivò solo nel 589, dopo quasi quattro secoli di frammentazione, invasioni dal nord e spostamenti di popolazione verso il sud dello Yangtze. Era il periodo in cui il buddhismo si radicava in Cina, in cui il baricentro demografico ed economico cominciava a scivolare verso sud, e in cui l’idea stessa di impero unificato sopravviveva come modello anche quando l’impero non esisteva. In Occidente lo stesso secolo vide Roma entrare nella sua crisi.

Contesto

L’impero Han era una macchina fiscale e burocratica poggiata su un ceto di famiglie proprietarie di terra e su funzionari selezionati per merito e raccomandazione. Nel II secolo tre processi lo logoravano insieme.

Il primo era fiscale e sociale: la terra si concentrava in grandi proprietà che sfuggono all’imposta, i contadini indebitati diventavano dipendenti dei potenti, e le entrate del centro calavano mentre i patroni locali crescevano.

Il secondo era politico: la corte era dominata da fazioni, con eunuchi, famiglie imperiali e funzionari letterati che si combattevano; alcuni imperatori salivano al trono bambini e le reggenze si moltiplicavano.

Il terzo era ambientale e sanitario, e andava messo in primo piano perché di solito non lo si faceva. Il Fiume Giallo cambiò corso in modo catastrofico, con inondazioni che spostavano milioni di persone; e le fonti registravano epidemie ricorrenti dalla fine del II secolo, negli stessi decenni in cui l’impero romano era colpito dalla peste antonina. Che le due cose siano collegate dalla rete commerciale eurasiatica è plausibile e non dimostrabile: i patogeni non si identificano dalle descrizioni antiche. Ma la coincidenza cronologica è notevole, e la demografia è parte della spiegazione.

Nel 184 esplose la rivolta dei Turbanti Gialli, movimento a base religiosa e millenaristica che l’esercito reprimeva affidandosi a comandanti regionali. Quei comandanti non restituirono il potere.

Svolgimento

Fra il 190 e il 220 l’impero era di fatto già spartito fra signori della guerra. Nel 220, alla morte di Cao Cao, suo figlio Cao Pi depose l’ultimo imperatore Han e fondò il regno di Wei nel nord. Gli risposero Shu Han in Sichuan e Wu nel basso Yangtze: erano i Tre Regni, che la letteratura cinese successiva trasformò nel ciclo narrativo più popolare della sua tradizione.

La riunificazione formale del 280, per opera della dinastia Jin, durò poco. Nel 311 e nel 316 la capitale cadde sotto attacchi di popolazioni di origine settentrionale e interna all’ex frontiera; la corte fuggì a sud e ricostituì lo stato a Jiankang, l’attuale Nanchino. Cominciò il periodo delle dinastie del nord e del sud: il nord governato da dinastie di origine non cinese, la più importante delle quali erano i Wei del nord, il sud da dinastie cinesi in successione rapida.

Le conseguenze demografiche erano enormi. Milioni di persone, con le famiglie aristocratiche e i loro dipendenti, si spostavano verso il bacino dello Yangtze e più a sud, dove il riso irriguo permetteva rese elevate. Era un trasferimento che cambiava la geografia economica della Cina in modo permanente: il sud, periferia agricola in età Han, diventava nei secoli il cuore produttivo del paese.

Il nord governato da dinastie non cinesi non era un vuoto: i Wei settentrionali, nel V secolo, adottavano deliberatamente istituzioni, lingua e costumi cinesi, e commissionavano l’arte buddhista rupestre di Yungang e Longmen. La distinzione fra conquistatori e conquistati si dissolveva nell’arco di poche generazioni.

Il fatto culturale maggiore era il buddhismo. Arrivato dall’Asia centrale lungo le rotte carovaniere già in età Han, si diffondeva in questi secoli fra tutte le classi, in un periodo in cui l’ordine confuciano legato all’impero ha perso credibilità. Si traducono migliaia di testi dal sanscrito, con problemi di resa concettuale che generano scuole; monaci come Kumarajiva, all’inizio del V secolo, guidano imprese di traduzione collettiva. Nasce l’arte buddhista cinese, e con essa i complessi rupestri di Dunhuang, Yungang e Longmen.

Nel 581 la dinastia Sui prese il potere nel nord e nel 589 conquistò il sud, riunificando l’impero. Costruirà il Canale Imperiale, che collega il nord risicolo al sud, e cadrà rapidamente lasciando il campo ai Tang.

Conseguenze

La prima conseguenza è che la Cina resta un’idea anche senza uno stato. Nessuno dei regni in competizione rinuncia alla pretesa imperiale, e la riunificazione viene concepita come restaurazione di un ordine naturale. È una differenza istruttiva rispetto all’Occidente, dove la fine dell’impero romano produsse una pluralità di regni che non tentarono seriamente di ricomporlo.

La seconda è il baricentro spostato a sud, con il riso al posto del miglio e del grano, la crescita delle città dello Yangtze e le premesse della rivoluzione economica che arriverà con i Song.

La terza fu religiosa: il buddhismo divenne una delle tre tradizioni cinesi, accanto al confucianesimo e al taoismo, e dalla Cina passerà in Corea e in Giappone. La sua diffusione in un periodo di crisi politica non è casuale, e la storiografia lo ha spesso confrontato con la diffusione del cristianesimo nell’impero romano dello stesso secolo — un parallelo che va maneggiato con cura, perché le due religioni e i due contesti differiscono profondamente.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La documentazione cinese di questo periodo è ricchissima rispetto a qualunque altra regione contemporanea, e questo crea un problema opposto a quello dei Parti: non la scarsità, ma il filtro.

Le storie dinastiche sono la fonte principale: il Sanguozhi di Chen Shou per i Tre Regni, il Hou Hanshu di Fan Ye per gli Han posteriori, e le storie successive. Sono opere ufficiali, compilate spesso sotto la dinastia seguente, con l’intento di spiegare perché la precedente aveva perso il mandato del cielo. Ne consegue una tendenza sistematica: gli ultimi imperatori di una dinastia risultano incapaci o viziosi, e le cause del crollo vengono lette in chiave morale.

Ci sono poi i censimenti, che gli Han conducevano e registravano: mostrano cali di popolazione impressionanti fra il II e il III secolo. Vanno letti con prudenza, perché un calo del censimento misura anche il collasso della capacità dello stato di censire, e distinguere le due cose è difficile.

L’archeologia — tombe, sepolture, siti urbani — e i manoscritti di Dunhuang, riscoperti nel 1900, documentano vita religiosa e amministrativa. L’arte rupestre datata è una fonte cronologica affidabile per la diffusione del buddhismo.

Su tre punti la discussione è aperta e vale dirlo. L’entità del calo demografico è contestata, per la ragione appena detta: le cifre dei censimenti passano da circa cinquanta milioni a pochi milioni, e nessuno crede a una riduzione di quell’ordine in termini di persone realmente morte. Il peso delle epidemie è oggetto di studi recenti che ne alzano l’importanza, senza poter identificare le malattie. E la valutazione complessiva del periodo è cambiata: la vecchia storiografia lo chiamava un’età di decadenza fra due imperi, mentre il lavoro degli ultimi decenni lo legge come una fase di trasformazione profonda e produttiva, in cui si formano molte delle cose che si considerano tipicamente cinesi.

La data del 220 è esatta come atto formale — l’abdicazione — ma l’impero era di fatto diviso da trent’anni: le date costituzionali raramente coincidono con quelle reali.

Approfondimenti

  • Mark Edward Lewis, China between Empires (2009) — la sintesi che ha riabilitato il periodo, mostrandolo come formativo e non come parentesi.
  • Sanguozhi di Chen Shou, in traduzione parziale — la fonte dei Tre Regni, da distinguere dal romanzo molto più tardo che ne ha fatto un’epopea.
  • The Cambridge History of China, volume 1 (1986) — per la fine degli Han: dettagliato e prudente sulle cifre.

Riferimenti

  • Chen Shou, Sanguozhi (Cronaca dei Tre Regni)
  • Fan Ye, Hou Hanshu (Libro degli Han posteriori)
  • Mark Edward Lewis, China between Empires: The Northern and Southern Dynasties, 2009, Harvard University Press
  • Denis Twitchett, Michael Loewe (a cura di), The Cambridge History of China, vol. 1: The Ch'in and Han Empires, 1986, Cambridge University Press

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