In breve
Nel 538 (secondo altre fonti nel 552) il re di Baekje, uno dei tre regni della penisola coreana, inviò alla corte dell’imperatore Kinmei una statua di Buddha in bronzo dorato, alcuni sutra e una lettera che ne raccomandava il culto. Fu l’introduzione ufficiale del buddhismo in Giappone, ma la fede vi arrivò già filtrata dalla Cina attraverso la Corea, non per contatto diretto. L’evento aprì decenni di conflitto di corte fra il clan Soga, che ne sostenne l’adozione, e i clan Mononobe e Nakatomi, legati ai culti tradizionali dei kami: uno scontro che era anche una lotta per il potere a corte, non solo una disputa religiosa. Il buddhismo si radicò definitivamente fra la fine del VI e l’inizio del VII secolo, sotto il principe reggente Shotoku, che ne fece anche uno strumento di riforma dello stato.
Contesto
Nel VI secolo il Giappone, chiamato Wa dalle fonti cinesi, non era uno stato unificato, ma una confederazione di clan (uji) sotto l’egemonia della casa regnante Yamato, con centro nella regione di Asuka, nell’attuale prefettura di Nara. Ogni clan deteneva un rango ereditario (kabane) e un culto proprio, dedicato ai propri antenati e alle forze naturali che i giapponesi chiamavano kami. Non esisteva un canone scritto né un clero organizzato: il culto dei kami era un insieme di pratiche locali legate a santuari, non un sistema dottrinale. Solo più tardi, per distinguerlo dal buddhismo, quel culto prese il nome di shinto, con cui è conosciuto ancora oggi.
La penisola coreana, di fronte al Giappone attraverso lo stretto di Corea, era divisa in tre regni rivali — Baekje a sud-ovest, Silla a sud-est, Goguryeo a nord — in guerra pressoché continua per il territorio. Yamato aveva legami stretti con Baekje, a cui forniva sostegno militare in cambio di tecnologia e prestigio continentale. Comunità di immigrati coreani e discendenti di immigrati cinesi, i toraijin, risiedevano già in Giappone da generazioni e vi portavano scrittura cinese, tecniche tessili e metallurgiche e, in forma privata, pratiche buddhiste: il culto non era del tutto sconosciuto nel 538, mancava il suo riconoscimento come fede di stato.
Svolgimento
Nel 538 — la data convenzionale usata in questa scheda, su cui le fonti divergono, come si dirà in «Come lo sappiamo» — il re Seong di Baekje inviò una missione alla corte dell’imperatore Kinmei, con una statua di Buddha in bronzo dorato, alcuni sutra e una lettera che ne raccomandava il culto come fonte di meriti karmici e protezione per lo stato. Il dono aveva anche un secondo scopo, meno spirituale: Baekje era in guerra con Silla e Goguryeo per il controllo della penisola, e cercava di rinsaldare l’alleanza con Yamato in cambio di sostegno militare. Il buddhismo arrivò, letteralmente, dentro un pacchetto diplomatico.
Kinmei sottopose la questione al consiglio di corte. Il capo del clan Soga, Soga no Iname, si dichiarò favorevole: accogliere il nuovo culto significava allinearsi al prestigio di Cina e Corea, da cui provenivano scrittura, tecniche edilizie e un modello di stato centralizzato che i Soga guardavano con interesse. Il capo dei Mononobe, Mononobe no Okoshi, e quello dei Nakatomi, Nakatomi no Kamako — clan legati per tradizione al culto dei kami — si opposero: adorare una divinità straniera avrebbe irritato le divinità del paese. Kinmei lasciò che Iname coltivasse il culto privatamente, e la statua fu collocata nella sua residenza, trasformata in un piccolo tempio.
Poco dopo un’epidemia colpì la corte. Mononobe e Nakatomi la attribuirono all’ira dei kami, e ottennero che la statua fosse gettata in un canale a Naniwa e il tempio incendiato. Fu solo la prima puntata di uno scontro protrattosi per due generazioni e che aveva poco a che fare con la teologia: i Soga usavano l’alleanza con Baekje e il patrocinio del nuovo culto per aumentare il proprio peso a corte a spese dei rivali, che difendevano le proprie prerogative sacerdotali. Nel 587 il conflitto arrivò allo scontro armato: Soga no Umako, figlio di Iname, sconfisse e uccise in battaglia Mononobe no Moriya, ponendo fine al potere del clan.
La vittoria dei Soga aprì la strada al patrocinio pieno del buddhismo, consolidato sotto il principe Shotoku, reggente dal 593 per la zia, l’imperatrice Suiko, ed egli stesso imparentato con i Soga per parte di madre. Shotoku promosse il buddhismo come strumento di governo: fece costruire templi, fra cui l’Horyu-ji, eretto intorno al 607 presso Asuka; introdusse nel 603 un sistema di dodici ranghi di corte basato anche sul merito; e compilò nel 604 la Costituzione in diciassette articoli, princìpi amministrativi che intrecciavano idee buddhiste e confuciane. Nel 607 inviò a Ono no Imoko la prima ambasceria ufficiale alla corte Sui in Cina: un canale diretto, che affiancò da allora quello mediato dalla Corea.
Conseguenze
Nel breve periodo, la vittoria Soga ridisegnò gli equilibri di corte: un solo clan controllava ormai sia l’alleanza con la Corea sia il patrocinio del nuovo culto, e la sconfitta dei Mononobe eliminò l’ultimo concorrente istituzionale ai riti dello stato Yamato. La costruzione di templi come l’Asuka-dera, fondato nel 588 dagli stessi Soga, e poi l’Horyu-ji introdusse un intero repertorio tecnico che viaggiava insieme al culto, portato dagli stessi artigiani continentali: architettura lignea su podio di pietra, tegola cotta, scultura in bronzo dorato e legno laccato, calendario luni-solare di origine coreana.
Nel lungo periodo il buddhismo divenne, insieme al culto dei kami, uno dei due pilastri religiosi del Giappone, senza mai sostituirlo: le due tradizioni convissero e si intrecciarono nei secoli successivi, in un sincretismo che ancora oggi porta il nome di shinbutsu-shugo. È un effetto da leggere con cautela: l’adozione del 538-587 fu una decisione di corte, che riguardò l’aristocrazia di Asuka; la diffusione fra i contadini richiese secoli e non fu un effetto immediato dei fatti qui raccontati. L’introduzione del buddhismo rafforzò anche un processo già in corso, quello dell’importazione di modelli statali continentali: i codici amministrativi che il Giappone elaborò nel secolo successivo devono al buddhismo un vocabolario e un’iconografia del potere, non la propria origine, che fu anche cinese e confuciana.
Nel frattempo altrove
- 300 d.C.Verso il Pacifico orientale — Oceania
- 400 d.C.Le premesse dell'oro sahariano — Africa
- 476 d.C.Cade l'impero d'Occidente — Europa
- 499 d.C.Aryabhata — Asia meridionale
- 527 d.C.Giustiniano — Europa
- 541 d.C.La peste di Giustiniano — Medio Oriente
- 700 d.C.Tiwanaku e Wari — Americhe
Come lo sappiamo
La fonte principale è il Nihon Shoki, la cronaca ufficiale della corte Yamato completata nel 720, quasi due secoli dopo i fatti, su commissione della stessa casa imperiale che il testo doveva legittimare. È lì che si legge il racconto del dibattito fra Soga e Mononobe, ed è una narrazione di parte: il Nihon Shoki racconta la vicenda dal punto di vista di chi, nell’VIII secolo, discende dai vincitori di quello scontro, e ha interesse a presentare l’adozione del buddhismo come scelta meditata e provvidenziale più che come l’esito di una lotta di potere risolta con le armi. Il fatto storico dell’introduzione va tenuto distinto dalla cornice narrativa in cui le fonti tarde lo inseriscono.
Su questo stesso testo si basa anche la data, ed è qui che nasce la discrepanza. Il Nihon Shoki colloca la missione di Baekje nel 552; una cronaca templare più tarda, l’Engi del Gangoji, riporta invece il 538, calcolato con un diverso computo degli anni di regno. La cronologia adottata in questa scheda segue il 538, convenzione oggi diffusa nella manualistica, ma va detto con chiarezza: è appunto una convenzione, non un punto su cui la storiografia sia unanime. Lo yearPrecision: esatto del frontmatter descrive quanto puntuale sia la data nella fonte che la riporta, non quanto certa sia la sua collocazione fra le due proposte.
A questo si affianca l’archeologia, che conferma il canale coreano indipendentemente dai testi: gli scavi dell’Asuka-dera, il primo tempio buddhista permanente del Giappone, hanno portato alla luce tecniche costruttive e tegole di tipo Baekje, e le stesse fonti ricordano artigiani coreani come costruttori del tempio. Resta poco chiaro quanto fosse diffuso, prima del 538, il buddhismo informale delle comunità di immigrati: le fonti scritte tacciono, e l’archeologia da sola non risolve la questione.
Approfondimenti
- W. G. Aston (trad.), Nihongi: Chronicles of Japan from the Earliest Times to A.D. 697 (1896) — la fonte primaria in traduzione: utile anche per vedere come i cronisti dell’VIII secolo mettono in scena il conflitto di corte.
- George Sansom, A History of Japan to 1334 (1958) — colloca il conflitto Soga-Mononobe nel quadro istituzionale dello stato Yamato, prima che diventasse un aneddoto isolato.
- William E. Deal, Handbook to Life in Medieval and Early Modern Japan (2006) — riferimento pratico su clan, ranghi di corte e istituzioni del Giappone antico, utile per non leggere la vicenda come un fatto puramente religioso.