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Atlante della storia umana

Imperi antichiReligioni universali e crisi

Cade l'impero d'Occidente

Non un crollo improvviso ma la fine di una finzione

esatto

200 a.C.Imperi antichi500 d.C.

In breve

Nel 476 il comandante Odoacre depose Romolo Augusto, ultimo imperatore d’Occidente, e non ne nominò un altro: rimandò le insegne imperiali a Costantinopoli e governò l’Italia come re, formalmente in nome dell’imperatore d’Oriente. Ai contemporanei l’atto passava quasi inosservato, perché i regni germanici governavano già da decenni gran parte dell’Occidente e gli imperatori erano da tempo figure nominate e deposte dai generali. La data era una convenzione utile, non una catastrofe: l’impero d’Oriente continuò per mille anni. Questa voce racconta un processo, e le sue cause sono fra le più discusse della storiografia.

Contesto

Nel III secolo l’impero aveva attraversato una crisi profonda e ne era uscito trasformato: esercito più grande e più costoso, fiscalità più pesante, amministrazione moltiplicata, capitali spostate vicino ai fronti. Dal 395 la divisione fra Oriente e Occidente divenne stabile, e le due parti avevano risorse molto diverse: l’Oriente era più popoloso, più urbanizzato e più ricco, l’Occidente aveva una base fiscale più fragile e confini più lunghi da difendere.

Alle frontiere non ci sono orde ma società in trasformazione. Secoli di contatto con Roma avevano prodotto sulla sponda barbarica confederazioni più grandi e militarmente più capaci, in parte perché Roma stessa le aveva armate, pagate e reclutate. Nel IV secolo l’esercito romano era in larga misura composto da soldati di origine non romana, e i loro comandanti arrivavano ai vertici.

Il fattore innescante veniva da fuori: lo spostamento degli Unni nelle steppe metteva in movimento popolazioni intere. Nel 376 i Goti chiederono di attraversare il Danubio; l’accoglienza era gestita male; nel 378 ad Adrianopoli l’esercito d’Oriente fu distrutto e l’imperatore fu ucciso.

Svolgimento

Il V secolo occidentale era una sequenza di adattamenti e cedimenti. Nel 406-407 gruppi vari attraversarono il Reno; nel 410 i Visigoti di Alarico saccheggiarono Roma, evento di enorme impatto simbolico — Agostino scrisse La città di Dio in risposta — ma non militarmente decisivo, dato che la capitale era già a Ravenna. Nel 429 i Vandali passarono in Africa e nel 439 presero Cartagine: era il colpo più grave, perché l’Africa era il granaio e una delle basi fiscali dell’Occidente.

Attila arrivò in Gallia e in Italia negli anni Cinquanta e morì nel 453; l’impero unno si dissolse, ma il danno restò. Nel 455 Roma fu saccheggiata di nuovo, dai Vandali. Da quel momento gli imperatori d’Occidente erano creature dei comandanti militari: Ricimero, poi Oreste, poi Odoacre ne facevano e ne disfacevano.

Nel 476 Odoacre depose Romolo Augusto — un ragazzo, insediato dal padre Oreste l’anno prima — e compì il gesto che diede la data a questa voce: non nominò un successore. Mandò le insegne a Costantinopoli e chiese il titolo di patrizio. Era un atto di razionalizzazione: la finzione di un imperatore occidentale senza esercito né entrate non serviva più a nessuno.

Ciò che segue non è il vuoto. In Italia governò Teodorico, re ostrogoto, con un’amministrazione che impiegava funzionari romani, conservava il senato, manteneva le leggi e le tasse. In Gallia i Franchi, in Spagna i Visigoti, in Africa i Vandali costruirono regni che si presentavano come continuatori. L’imperatore d’Oriente restava il riferimento formale, e nel VI secolo Giustiniano provò a riprendersi l’Occidente: recuperò l’Africa e l’Italia, al prezzo di una guerra ventennale che devastò la penisola più di qualunque invasione precedente.

Conseguenze

La prima conseguenza è economica e materiale, ed è quella su cui l’archeologia è più chiara. La produzione ceramica standardizzata, le importazioni a lunga distanza, l’edilizia in laterizio, la moneta di rame per gli scambi minuti: tutto declinò, in tempi e misure diverse secondo le regioni. Il tenore di vita medio in Occidente calò in modo misurabile, e la complessità economica si semplificò. Era la tesi con cui Bryan Ward-Perkins rimise al centro la parola «declino» contro le letture che parlavano solo di «trasformazione».

La seconda conseguenza è istituzionale: la scomparsa dello stato che tassava, arruolava e giudicava su scala continentale. Ciò che resta, in Occidente, sono i regni, l’aristocrazia fondiaria e la chiesa. È da quella combinazione che nacque il medioevo europeo.

La terza è che l’Occidente si pluralizzò e l’Oriente restò unitario: la differenza fra le due traiettorie europee, quella latina frammentata e quella bizantina imperiale, cominciò qui.

La quarta conseguenza è storiografica, e riguarda noi. Il 476 divenne una delle date-cardine dell’insegnamento della storia in Europa, ed è una scelta che dice qualcosa su chi ha scritto i manuali: dal punto di vista di Costantinopoli, dell’Egitto o della Persia, quell’anno non fu la fine di niente.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti narrative per il V secolo occidentale erano frammentarie. Non c’era un Tacito: c’erano cronache brevi, frammenti di storie perdute, lettere di aristocratici come Sidonio Apollinare, agiografie, e opere molto più tarde come la Getica di Giordane, che riassume una storia gotica scomparsa e ha un’agenda propria.

Le fonti giuridiche — il Codice Teodosiano e le leggi dei regni successori — mostrano cosa lo stato tentava di regolare, e cosa i nuovi regni ereditarono.

L’archeologia è ciò che cambiò il dibattito negli ultimi trent’anni, e nella direzione che il pubblico non si aspetta: mostra un calo materiale reale e diffuso, con eccezioni regionali. Le curve delle importazioni ceramiche, i relitti, la qualità dell’edilizia, l’ampiezza delle abitazioni, gli scheletri: sono dati che non dipendono dalla retorica delle fonti.

Le scienze del clima e dell’ambiente hanno aggiunto un elemento negli ultimi anni: gli anelli di accrescimento degli alberi e i carotaggi indicano un raffreddamento fra il VI e il VII secolo, e le fonti registrano epidemie ricorrenti dal 541, la cosiddetta peste di Giustiniano, oggi attribuita a Yersinia pestis sulla base di analisi genetiche su sepolture. Sono fattori che pesano dopo il 476, ma appartengono allo stesso processo.

Il dibattito principale è quello sulla natura del cambiamento, e va presentato per quello che è: uno dei più aspri della storiografia contemporanea.

Una linea, rappresentata da Peter Heather, attribuisce il peso decisivo alla pressione militare esterna innescata dagli Unni: un impero che funzionava, messo sotto uno sforzo che non poteva sostenere. Una seconda, di Bryan Ward-Perkins, insiste sul crollo materiale e sostiene che chiamarlo semplicemente «trasformazione» addolcisce una catastrofe reale per milioni di persone. Una terza, di Chris Wickham e di parte della scuola della Transformation of the Roman World, sposta l’accento sui processi interni, sulla continuità delle élite locali e sulle differenze regionali, e diffida delle narrazioni di rovina. Nessuna di queste posizioni è marginale, e questa scheda non ne adotta una: descrive i fatti materiali su cui c’è accordo — il calo della complessità economica, la fine dello stato centrale, la continuità di chiesa e aristocrazie — e segnala che le proporzioni fra le cause sono contestate.

Sulla data, infine: il 476 è esatto come atto, ed è discutibile come cesura. Alcuni storici preferiscono il 480, quando morì l’ultimo imperatore d’Occidente riconosciuto in Oriente; altri il 554 o il 568 per l’Italia; altri rifiutano ogni data unica.

Approfondimenti

  • Peter Heather, The Fall of the Roman Empire (2005) — la tesi della pressione esterna, narrata con chiarezza.
  • Bryan Ward-Perkins, The Fall of Rome and the End of Civilization (2005) — la replica archeologica a chi parla solo di trasformazione. Breve e polemico.
  • Chris Wickham, Framing the Early Middle Ages (2005) — la terza posizione, la più tecnica e la più attenta alle differenze regionali.

Leggerli nell’ordine, tutti tre, è il modo migliore per capire perché su questo tema non ci sia una risposta sola.

Riferimenti

  • Giordane, Storia dei Goti (Getica)
  • Peter Heather, The Fall of the Roman Empire: A New History of Rome and the Barbarians, 2005, Macmillan
  • Bryan Ward-Perkins, The Fall of Rome and the End of Civilization, 2005, Oxford University Press
  • Chris Wickham, Framing the Early Middle Ages, 2005, Oxford University Press

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