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Atlante della storia umana

Imperi antichiReligioni universali e crisi

Il periodo classico maya

Città-stato rivali, il computo del tempo e l'unica scrittura americana leggibile

circa

200 a.C.Imperi antichi500 d.C.

In breve

Fra il III e il X secolo, nelle terre basse fra l’attuale Guatemala, il Belize, l’Honduras e il Messico meridionale, decine di città-stato maya raggiunsero il loro massimo sviluppo. Non formavano un impero: erano entità rivali, legate da alleanze, matrimoni dinastici e guerre, con due superpotenze — Tikal e Calakmul — che per due secoli si combatterono per interposta persona. Avevano l’unico sistema di scrittura delle Americhe antiche che oggi sappiamo leggere, un calendario di precisione straordinaria, la notazione posizionale con un segno per lo zero, e una tradizione scultorea datata al giorno. Grazie a quelle date, la loro era l’unica storia politica precolombiana che possiamo raccontare con nomi e anni.

Contesto

Le terre basse maya erano una piattaforma calcarea coperta di foresta tropicale, senza fiumi navigabili estesi nella parte centrale e con una stagione secca marcata. Non era un ambiente ovvio per città grandi: l’acqua era il problema, e la risposta furono enormi serbatoi artificiali, canali e terrazzamenti. La densità di popolazione che l’archeologia oggi stima per il classico tardo è molto superiore a quanto si credeva fino a pochi decenni fa.

Alle spalle c’è il preclassico, che non era una preparazione ma già una civiltà: a El Mirador si costruivano piattaforme monumentali di dimensioni colossali già nell’ultimo millennio a.C., e il calendario e la scrittura erano in formazione da secoli. Attorno, la Mesoamerica condivideva un repertorio comune: mais, fagioli e zucca, gioco della palla, calendario di 260 giorni, e l’eredità olmeca sulla costa del Golfo.

Il terzo elemento di contesto è Teotihuacán, la metropoli del bacino del Messico, distante più di mille chilometri e presente nelle iscrizioni maya come potenza esterna di enorme prestigio.

Svolgimento

Il periodo classico si fece iniziare per convenzione intorno al 250, quando divenne regolare l’uso di erigere stele datate con il computo lungo — un calendario che contava i giorni trascorsi da un punto zero mitico, e che permetteva di collocare un evento a una data precisa, senza ambiguità di ciclo.

Nel 378 avvenne l’episodio più discusso. Le iscrizioni di Tikal registravano l’arrivo di un personaggio chiamato Siyaj K’ak’, «Fuoco Nato», in coincidenza con la morte del re locale Chak Tok Ich’aak e l’insediamento di una nuova linea dinastica legata per iconografia e armamento a Teotihuacán. Nella storiografia si chiamava entrada, e su cosa fu esattamente si torna più sotto.

Dal V secolo la rivalità fra Tikal e Calakmul organizzava la politica delle terre basse. Non si combatterono quasi mai direttamente: costruivano reti di città alleate e le usavano l’una contro l’altra, in un sistema che gli epigrafisti ricostruiscono seguendo le formule di subordinazione nelle iscrizioni — «sotto la supervisione di», «signore di». Nel 562 Tikal subì una sconfitta che aprì un intervallo di circa un secolo e mezzo senza monumenti datati, quello che gli archeologi chiamavano «hiatus». Nel 695 Tikal si riprese sotto Jasaw Chan K’awiil, che celebrava una vittoria su Calakmul.

Nel frattempo altre città raggiunsero il proprio apice. A Palenque, nel VII secolo, K’inich Janaab’ Pakal governò per quasi settant’anni e si fece costruire una tomba nel Tempio delle Iscrizioni, scoperta nel 1952: uno dei ritrovamenti che hanno cambiato l’idea che i maya fossero governati da sacerdoti pacifici. A Copán una dinastia lasciò una scalinata geroglifica che era il testo maya più lungo conosciuto.

Sul piano intellettuale, gli scribi maya usavano un sistema di numerazione posizionale in base venti con un segno per lo zero, e calcolavano cicli lunari e periodi di Venere con errori di pochi minuti su decenni. Non lo facevano per astronomia pura: servivano date rituali e legittimazione dinastica, e la precisione era al servizio del potere.

Dal IX secolo, nelle terre basse meridionali, le città smisero una dopo l’altra di erigere monumenti datati e furono abbandonate. Non era la fine dei maya — le città dello Yucatán settentrionale continuavano, e milioni di persone parlano lingue maya oggi — ma era la fine di quel sistema politico.

Conseguenze

La prima conseguenza riguarda ciò che possiamo sapere. Poiché i maya datavano e firmavano, la loro è l’unica storia politica dettagliata dell’America precolombiana: conosciamo nomi di re e regine, date di nascita, ascese al trono, guerre, alleanze. Per Teotihuacán, che fu forse più potente, non conosciamo un solo sovrano. La differenza non sta nella complessità delle due società ma in una scelta di scrittura.

La seconda conseguenza è metodologica e recente. La decifrazione dei glifi, completata in gran parte fra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento, ha rovesciato l’immagine precedente: da civiltà di astronomi pacifici a un mosaico di stati in guerra, con propaganda dinastica, sacrifici e vanto militare. È un caso di scuola di come un’interpretazione consolidata possa cadere quando le fonti diventano leggibili.

La terza è ambientale, e va detta con cautela. Il collasso delle terre basse meridionali è oggi collegato da una parte della ricerca a siccità prolungate, documentate da carote di sedimenti lacustri, combinate con deforestazione, erosione dei suoli e una popolazione al limite della capacità di carico. Non è una spiegazione unica né accettata da tutti, ma è la più discussa.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Tre corpi di prove, che per una volta convergono bene.

Le iscrizioni. Migliaia di testi su stele, altari, architravi, scalinate e ceramica dipinta, in gran parte datati al giorno. La loro decifrazione poggia su tre passaggi: l’intuizione di Yuri Knorozov negli anni Cinquanta che la scrittura fosse in parte fonetica, l’identificazione da parte di Tatiana Proskouriakoff che i testi delle stele fossero storia dinastica e non astronomia, e il lavoro collettivo successivo di Heinrich Berlin, Linda Schele, David Stuart e altri. Oggi si legge la maggior parte dei segni.

L’archeologia, che negli ultimi due decenni è cambiata grazie al rilievo laser aereo, il lidar, capace di vedere attraverso la copertura forestale: ha rivelato strutture, terrazzamenti e strade in quantità tali da imporre una revisione al rialzo delle stime di popolazione.

Le fonti ambientali: carote lacustri, speleotemi, isotopi, che ricostruivano le precipitazioni indipendentemente dai testi.

Su cosa resta aperto. L’entrada del 378: se fu una conquista teotihuacana, l’insediamento di un vassallo, o l’appropriazione del prestigio di Teotihuacán da parte di attori maya locali che ne usarono simboli e titoli, è oggetto di letture opposte fra epigrafisti e archeologi, e non è risolto. Le cause del collasso sono discusse in proporzioni fra siccità, guerra endemica, esaurimento agricolo e crisi di legittimità dei sovrani; chi propone una causa unica sta semplificando. Le stime di popolazione sono state riviste al rialzo di recente e restano incerte di un fattore due.

Va infine ricordata una perdita non recuperabile. I maya scrivevano su libri di corteccia; durante e dopo la conquista spagnola quasi tutti furono distrutti, in parte deliberatamente. Ne restano quattro. Quello che sappiamo del pensiero maya viene dalla pietra e dalla ceramica, cioè dai supporti che nessuno ha potuto bruciare.

Approfondimenti

  • Simon Martin e Nikolai Grube, Chronicle of the Maya Kings and Queens (2008) — città per città, dinastia per dinastia: il libro che mostra concretamente cosa la decifrazione ha reso possibile.
  • Robert Sharer e Loa Traxler, The Ancient Maya (2006) — il manuale di riferimento, ampio e prudente.
  • Michael Coe e Mark Van Stone, Reading the Maya Glyphs (2005) — per capire come funziona la scrittura, con esempi leggibili passo per passo.
  • Michael Coe, Breaking the Maya Code (1992) — la storia della decifrazione, che è anche una storia di come si sbaglia e si corregge.

Riferimenti

  • Robert J. Sharer, Loa P. Traxler, The Ancient Maya, 2006, Stanford University Press
  • Simon Martin, Nikolai Grube, Chronicle of the Maya Kings and Queens, 2008, Thames & Hudson
  • Michael D. Coe, Mark Van Stone, Reading the Maya Glyphs, 2005, Thames & Hudson

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