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Atlante della storia umana

Alto medioevoDopo Roma

La peste di Giustiniano

La prima pandemia registrata di peste indebolisce l'impero bizantino nel pieno della riconquista

circa

500 d.C.Alto medioevo1.000 d.C.

In breve

Dal 541 un’epidemia di peste attraversò l’impero bizantino e gran parte del Mediterraneo, tornando a ondate ricorrenti fino a circa il 750: è la prima pandemia di peste di cui la storia scritta conservi una descrizione diretta, e analisi genetiche recenti su resti scheletrici del VI secolo ne hanno confermato l’agente patogeno, lo stesso batterio, Yersinia pestis, responsabile otto secoli dopo della peste nera. Comparve nell’impero durante il regno di Giustiniano I, proprio mentre l’esercito bizantino era impegnato nella riconquista dell’Africa vandala e nella lunga guerra gotica in Italia. Lo storico Procopio di Cesarea, testimone a Costantinopoli nel 542, ne lasciò un resoconto drammatico, con cifre di mortalità giornaliera che la ricerca odierna considera in parte retoriche. Quanto quella pandemia abbia davvero pesato sulla popolazione e sull’economia dell’impero resta oggi un dibattito storiografico aperto, non una cifra su cui c’è accordo.

Contesto

Nel 541 Giustiniano I regnava da Costantinopoli su un impero d’Oriente che da alcuni anni tentava un’impresa senza precedenti nel secolo: restaurare il dominio romano sull’Occidente perduto. Nel 533-534 il generale Belisario aveva abbattuto in pochi mesi il regno vandalo d’Africa; dal 535 la stessa strategia era applicata all’Italia ostrogota, in una guerra che si annunciava lunga e che assorbiva uomini, oro e attenzione dell’amministrazione centrale. Sul fronte opposto, a est, l’impero manteneva una pace fragile e costosa con la Persia sasanide, comprata a più riprese con tributi in oro. Tutta questa macchina — l’esercito professionale, la flotta, la burocrazia fiscale che la finanziava — dipendeva da una capitale, Costantinopoli, che era anche il più grande nodo commerciale e demografico del Mediterraneo orientale, alimentata dal grano egiziano che arrivava via mare quasi ogni giorno.

Quello stesso grano, con le sue navi e i suoi magazzini, era anche una via di trasmissione ideale per un patogeno trasportato dai ratti e dalle loro pulci. Yersinia pestis circola da millenni in modo endemico fra i roditori selvatici dell’Asia centrale e, secondo alcune ricostruzioni, anche in focolai dell’Africa orientale; perché un’epizoozia locale diventasse un evento pandemico serviva un contatto prolungato fra quei serbatoi selvatici, i ratti commensali dell’uomo e le rotte commerciali che li muovevano su lunghe distanze. Le fonti antiche concordano sull’Egitto come punto d’ingresso nel territorio romano, ma sull’origine ultima — Africa subsahariana via Mar Rosso, o Asia centrale lungo rotte più settentrionali — la ricerca non ha una risposta definitiva.

Svolgimento

Procopio colloca il primo focolaio nell’estate del 541 a Pelusio, città portuale sul ramo orientale del delta del Nilo e scalo obbligato per chi risaliva dall’Egitto verso la Palestina e la Siria. Da lì la peste si diffuse lungo le rotte del grano: raggiunse Alessandria e la costa palestinese nello stesso anno, e nella primavera del 542 arrivò a Costantinopoli, dove Procopio stesso si trovava. Il suo resoconto, nel secondo libro della Storia delle guerre, è la testimonianza più dettagliata che possediamo su una pandemia antica: descrive bubboni simili a quelli che sette secoli dopo i cronisti medievali avrebbero attribuito alla peste nera, febbri improvvise, delirio, e una mortalità che nei momenti di picco avrebbe raggiunto diverse migliaia di morti al giorno nella sola capitale. Racconta che i becchini non riuscivano più a scavare tombe abbastanza in fretta, che si riempirono di cadaveri le torri prive di tetto delle fortificazioni di Sycae, sull’altra sponda del Corno d’Oro, e che alla fine si caricarono i corpi su imbarcazioni lasciate alla deriva al largo. Sono cifre che gli storici considerano quasi certamente esagerate — Procopio scriveva anche sotto l’influenza del modello letterario della peste di Atene raccontata da Tucidide otto secoli prima — ma restano un indizio di un evento percepito come catastrofico da chi lo visse.

La malattia non risparmiò Giustiniano stesso, che secondo le fonti si ammalò gravemente durante l’ondata del 542 e sopravvisse; la notizia della sua malattia, quando circolò fra i comandi militari, bastò a far discutere apertamente di successione fra gli ufficiali di Belisario, un episodio che l’imperatore, una volta guarito, non dimenticò. Dalla capitale la pandemia si propagò negli anni successivi a tutte le province dell’impero e oltre i suoi confini, colpendo anche la Persia sasanide, l’Italia già devastata dalla guerra gotica, la Gallia merovingia e la Spagna visigota. A differenza di un’epidemia isolata, questa non si esaurì in pochi anni: tornò a ondate successive, documentate con intensità decrescente fino a circa la metà dell’VIII secolo, in quello che gli storici chiamano oggi “prima pandemia di peste”, distinta sia dalla peste nera del Trecento sia dalla terza pandemia partita dalla Cina nell’Ottocento.

Conseguenze

Nel breve periodo l’effetto più visibile fu la scarsità di manodopera nelle campagne e nelle città colpite, con conseguente pressione al rialzo su salari e prezzi: le fonti ricordano un intervento imperiale per calmierarli, sul modello di quanto avrebbe fatto secoli dopo l’Inghilterra post-peste nera con lo Statuto dei lavoratori. Più immediato fu l’effetto sul gettito fiscale: una popolazione ridotta significava meno contribuenti, in un momento in cui l’apparato statale aveva bisogno di più risorse, non di meno, per sostenere due fronti di guerra aperti contemporaneamente, in Italia e sul confine persiano.

È qui che la pandemia intreccia direttamente la sorte del progetto di riconquista. La guerra gotica, iniziata nel 535 come campagna prevista breve, si trascinò invece fino al 554 anche perché Costantinopoli faticò a inviare rinforzi e paghe regolari a un esercito impegnato in Italia proprio negli anni in cui la peste falcidiava le retrovie e il fisco imperiale. Gli storici discutono quanto la pandemia, piuttosto che la sola difficoltà logistica di combattere lontano dalla capitale, abbia rallentato la campagna d’Italia: è un fattore fra altri, non l’unica causa, ma difficilmente irrilevante in un anno cruciale come il 542. Nel lungo periodo, l’impero che i successori di Giustiniano ereditarono nel 565 era più esteso di quello del 527, ma anche più esposto: un territorio riconquistato a fatica, un tesoro impoverito da decenni di guerra e da un gettito fiscale ridotto, e una popolazione che — qualunque fosse la sua reale entità — l’impero percepiva come indebolita. Alcuni storici hanno collegato questo indebolimento, insieme a quello parallelo della Persia sasanide colpita dalla stessa pandemia, alle condizioni che resero possibile, un secolo dopo, la rapidità delle conquiste arabe ai danni di entrambi gli imperi: un’ipotesi suggestiva, ma che resta una fra le concause proposte, non una spiegazione da sola sufficiente.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Procopio di Cesarea resta la fonte principale, ma non l’unica: il vescovo monofisita Giovanni di Efeso, scrivendo in siriaco, e lo storico ecclesiastico Evagrio Scolastico, che afferma di essere sopravvissuto alla peste da bambino e di averla vista tornare più volte nel corso della propria vita, offrono resoconti indipendenti che confermano la scala dell’evento pur senza risolvere il problema delle cifre esatte. Nessuna di queste fonti fa censimenti: tutte scrivono in un genere letterario, quello della storiografia tardoantica, che aveva le proprie convenzioni retoriche sull’enormità delle catastrofi.

La svolta più solida arriva, come per la peste nera, dalla genetica. A partire dai primi anni 2010, l’estrazione di DNA antico da sepolture del VI secolo — il caso più citato riguarda il sito bavarese di Aschheim, vicino Monaco — ha permesso di sequenziare il genoma di ceppi di Yersinia pestis contemporanei alla pandemia di Giustiniano, confermandone genericamente l’identità con il patogeno della peste nera pur trattandosi di un ramo filogenetico distinto, che secondo le ricostruzioni attuali si sarebbe poi estinto senza essere l’antenato diretto dei ceppi medievali. Il dato genetico chiude quindi il dubbio sull’identità della malattia, ma apre altre domande, in particolare sulla sua origine geografica esatta, che restano senza risposta univoca.

Sulla scala demografica ed economica dell’evento, la ricerca è oggi attraversata da un dibattito storiografico genuinamente aperto, ed è bene non presentarlo come già risolto. Fino a pochi anni fa prevaleva una lettura “massimalista”, sintetizzata nel volume collettivo curato da Lester Little nel 2007, che seguiva le cifre delle fonti letterarie e parlava di una perdita demografica paragonabile, per proporzione, a quella della peste nera — fino a un quarto o un terzo della popolazione dell’impero. Dal 2019 un gruppo di storici e archeologi, fra cui Lee Mordechai e Merle Eisenberg, ha pubblicato una revisione che mette in discussione questa lettura: incrociando pollini, papiri, iscrizioni e serie monetarie, sostengono che non emerga un crollo demografico ed economico della scala descritta da Procopio, e che le cifre antiche vadano lette come iperbole retorica più che come dato quantitativo. La replica dei sostenitori della lettura tradizionale non si è fatta attendere, e la discussione resta aperta al momento in cui si scrive, senza un numero su cui la ricerca converga.

Va segnalato esplicitamente che le fonti elencate qui sono state scelte sulla base di conoscenza consolidata e non sono state controllate tramite una ricerca web in questa sessione di scrittura, per un vincolo tecnico contingente (il budget di ricerca era esaurito): titoli, autori, anni ed editori vanno verificati prima di considerare la voce completa.

Approfondimenti

  • William Rosen, Justinian’s Flea (2007) — racconto narrativo rivolto al grande pubblico, colloca la pandemia dentro la crisi complessiva del progetto di restaurazione imperiale.
  • Lester K. Little (a cura di), Plague and the End of Antiquity (2007) — il volume collettivo di riferimento per la lettura “massimalista”, multidisciplinare fra storia, archeologia e biologia.
  • Lee Mordechai, Merle Eisenberg e altri, “The Justinianic Plague: An Inconsequential Pandemic?”, PNAS (2019) — il punto di partenza della revisione “minimalista” più recente.
  • Peter Sarris, Empires of Faith (2011) — inquadra la pandemia dentro la crisi di lungo periodo del Mediterraneo tardoantico.
  • Procopio di Cesarea, Storia delle guerre, libro II — la testimonianza diretta da cui partono tutte le ricostruzioni successive, da leggere con la cautela dovuta a una fonte letteraria antica.

Riferimenti

  • Procopio di Cesarea, Storia delle guerre (De bello Persico, libro II)
  • Michaela Harbeck e altri, Yersinia pestis DNA from Skeletal Remains from the 6th Century AD Reveals Insights into Justinianic Plague, 2013, PLOS Pathogens
  • William Rosen, Justinian's Flea, 2007, Viking
  • Lester K. Little (a cura di), Plague and the End of Antiquity: The Pandemic of 541-750, 2007, Cambridge University Press
  • Lee Mordechai, Merle Eisenberg e altri, The Justinianic Plague: An Inconsequential Pandemic?, 2019, PNAS
  • Peter Sarris, Empires of Faith: The Fall of Rome to the Rise of Islam, 500-700, 2011, Oxford University Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.