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Atlante della storia umana

Alto medioevoL'onda islamica

L'espansione islamica

In un secolo Siria, Egitto, Persia, Nordafrica e Spagna passano sotto un unico dominio:

esatto

500 d.C.Alto medioevo1.000 d.C.

In breve

Quando Maometto morì nel giugno del 632 a Medina, la comunità islamica era ancora confinata alla penisola arabica occidentale. Nel giro di trent’anni, sotto i quattro califfi detti “ben guidati” (Rashidun) e poi sotto la dinastia omayyade, gli eserciti arabi abbatterono l’intero impero sasanide e strapparono a Bisanzio Siria, Palestina ed Egitto, prima di proseguire verso il Nordafrica. Le battaglie decisive furono quella dello Yarmuk (636) contro i bizantini e quella di al-Qadisiyya (636 o 637) contro i sasanidi, seguita nel 637 dalla caduta di Ctesifonte, la loro capitale. Fu una delle espansioni più rapide della storia antica, e non fu un’onda omogenea: alcune regioni si arresero con trattati che garantivano autonomia in cambio di un tributo, altre furono prese con la forza.

Contesto

Alla morte di Maometto, molte tribù arabe alleate a lui ruppero il patto, giudicandolo un legame personale ormai sciolto: fu la ribellione che le fonti islamiche chiamano ridda, “apostasia”. Il primo califfo, Abu Bakr (632-634), spese quasi tutto il suo governo a ricomporre con la forza l’unità araba: senza quella riconquista interna non ci sarebbe stata nessuna spedizione oltre l’Arabia.

Ma la rapidità della fase successiva non si spiega solo con l’Arabia. Bisanzio e l’impero sasanide, che da secoli si contendevano il Vicino Oriente, uscivano da una guerra lunghissima (602-628), in cui eserciti persiani avevano occupato per anni Siria, Palestina ed Egitto arrivando fino a Costantinopoli, prima che l’imperatore Eraclio ribaltasse le sorti del conflitto. Entrambi ne uscirono con le casse vuote, gli eserciti dimezzati e l’amministrazione delle province orientali disarticolata; le popolazioni locali, spesso cristiane monofisite e in tensione dottrinale con l’ortodossia di Costantinopoli, erano poco disposte a difendere un potere lontano e talvolta ostile in materia religiosa. Anche le tribù arabe cuscinetto contro le incursioni beduine erano state sciolte o indebolite negli anni precedenti: le truppe arabe, mobili e abituate al deserto, trovarono un vuoto di potere reale, non solo un nemico meno motivato.

Svolgimento

Le prime incursioni arabe nell’Iraq meridionale, guidate da Khalid ibn al-Walid, cominciarono già nel 633, sotto Abu Bakr. Fu però con il secondo califfo, Umar (634-644), che la conquista prese la forma di una campagna sistematica su due fronti.

A nord-ovest, contro la Siria bizantina: dopo la caduta di Damasco nel 635, il 20 agosto 636 le forze arabe sconfissero in modo decisivo l’esercito bizantino sul fiume Yarmuk, affluente del Giordano al confine fra le odierne Siria e Giordania. Fu una disfatta totale: le fonti arabe attribuiscono a Eraclio, in fuga da Antiochia, il commiato proverbiale “addio, Siria”. Seguirono Gerusalemme, arresasi con un trattato nel 637 o 638 che garantiva ai suoi abitanti cristiani sicurezza e libertà di culto in cambio di un tributo, e il resto della regione.

A est, contro i sasanidi: nel 636 o, secondo altre fonti, nel 637, l’esercito di Sa’d ibn Abi Waqqas sconfisse i persiani ad al-Qadisiyya, nell’Iraq meridionale. La strada verso Ctesifonte, la capitale sasanide sul Tigri, restò aperta: la città cadde nel 637, con un bottino che le fonti descrivono con cifre incerte ma di ordine di grandezza straordinario. L’ultimo sovrano sasanide, Yazdegerd III, sopravvisse come fuggiasco per un altro decennio, ma l’impero come struttura statale cessò di funzionare molto prima della sua morte nel 651: a differenza di Bisanzio, che perse province ma sopravvisse come stato, l’impero sasanide scomparve del tutto.

La conquista proseguì su altri fronti: l’Egitto fu preso fra il 639 e il 642, con la capitolazione di Alessandria; il resto dell’Iran fu sottomesso nel decennio successivo; il Nordafrica bizantino cadde più lentamente, fra metà VII e inizio VIII secolo, per la resistenza berbera oltre che bizantina. Non fu ovunque conquista militare in senso stretto: molte città negoziarono trattati che garantivano autonomia in cambio della jizya, un tributo; altre furono prese con la forza, con saccheggi e uccisioni che le fonti non nascondono. Le popolazioni cristiane, ebraiche e zoroastriane ottennero per lo più lo status di dhimmi, “protetti”: sudditanza fiscale, non l’alternativa fra conversione o morte; la conversione restò per generazioni un fenomeno sociale ed economico più che un obbligo sistematico.

Sul piano interno l’espansione non fu indolore: Umar fu assassinato nel 644, Uthman nel 656, in un omicidio che aprì la prima guerra civile islamica, combattuta da Ali fino alla sua uccisione nel 661, quando Mu’awiya, governatore di Siria, si impose come califfo e fondò la dinastia omayyade, spostando la capitale a Damasco. Sotto gli omayyadi la spinta proseguì verso l’Asia centrale a est e lungo il Nordafrica a ovest, fino allo sbarco in Spagna del 711, trattato in un’altra voce di questo atlante.

Conseguenze

A breve termine, Bisanzio perse per sempre Siria, Palestina ed Egitto: le sue province più ricche, che fornivano il grano per Costantinopoli e buona parte del gettito fiscale. Fu una frattura permanente e un punto di svolta maggiore della storia del Mediterraneo: Bisanzio sopravvisse altri otto secoli, ma come stato molto più piccolo, concentrato su Anatolia e Balcani. L’impero sasanide non sopravvisse affatto: la sua scomparsa completa è uno dei pochissimi casi, nel mondo antico, di uno stato imperiale di lunga durata che cessa di esistere del tutto.

A lungo termine nacque un’unica area politica che collegava l’Atlantico all’Asia centrale, con un’unica lingua amministrativa (l’arabo, che sostituì gradualmente greco, siriaco e pahlavi negli uffici pubblici), sebbene la maggioranza della popolazione restasse non musulmana per secoli. Rotte commerciali che attraversavano una frontiera fra due imperi in guerra si trovarono in un solo spazio fiscale. Va evitato però un salto troppo diretto dal 632 al presente: identità islamica e diritto codificato furono processi di secoli, non conseguenza automatica della sola conquista militare.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il racconto cronologico che si legge qui viene quasi per intero da fonti islamiche scritte generazioni dopo i fatti: le opere di al-Baladhuri e al-Tabari, compilate nel IX secolo su catene di trasmissione orale che gli stessi autori medievali sottoponevano a critica interna. È un problema serio: nessun testo arabo contemporaneo agli eventi del 632-651 è sopravvissuto nella forma in cui fu scritto allora.

A bilanciare questo vuoto ci sono fonti esterne più vicine nel tempo: cronache siriache, che già negli anni Quaranta del VII secolo registrano scontri arabi in Palestina, fonti armene, e soprattutto i papiri egiziani, documenti amministrativi della burocrazia locale prodotti negli stessi decenni della conquista, che registrano tasse e requisizioni senza interesse a costruire una narrazione. La numismatica aggiunge una prova indipendente: le monete arabo-sasanidi, che nei primi decenni imitarono il conio persiano con formule islamiche, mostrano una transizione graduale più che una sostituzione improvvisa.

Su questa base si è aperto, dagli anni Settanta, un dibattito che vale la pena riportare. Patricia Crone e Michael Cook, in Hagarism (1977), sostennero che le fonti islamiche tradizionali, scritte tardi e con l’interesse evidente di legittimare il califfato e l’ortodossia poi affermatasi, non fossero affidabili per ricostruire gli eventi, e proposero di ripartire quasi solo dalle fonti esterne, arrivando a una ricostruzione delle origini dell’islam profondamente diversa da quella tradizionale. La tesi ebbe un impatto enorme sul piano metodologico, ma è oggi posizione minoritaria: la maggioranza degli storici ha giudicato eccessivo lo scetticismo verso le fonti arabe, usabili se lette con cautela e incrociate con l’evidenza esterna — l’approccio di Donner e Kennedy, seguito anche qui. Resta il merito della scuola revisionista: aver reso esplicito un problema di fonti trattato per generazioni come già risolto.

Un’ultima cosa merita spazio proporzionale, perché la divulgazione la trascura a favore di spiegazioni religiose o militari: la rapidità della conquista si spiega in buona parte con l’esaurimento materiale di Bisanzio e dei sasanidi dopo la guerra del 602-628. Non fu solo motivazione o tattica: furono eserciti dimezzati e province spopolate a incontrare forze arabe fresche. Spiegare la conquista solo dall’interno — fede, coesione tribale, genio militare — significa ignorare la metà bizantino-sasanide dell’equazione.

Approfondimenti

  • Hugh Kennedy, The Great Arab Conquests (2007) — la sintesi narrativa più leggibile, forte sul lato militare e amministrativo.
  • Fred M. Donner, The Early Islamic Conquests (1981) — l’analisi più rigorosa delle fonti arabe primarie, tribù per tribù.
  • Walter E. Kaegi, Byzantium and the Early Islamic Conquests (1992) — legge gli stessi eventi dal lato bizantino, e pesa l’esaurimento imperiale quanto la spinta araba.
  • Patricia Crone e Michael Cook, Hagarism: The Making of the Islamic World (1977) — la lettura revisionista più radicale: utile proprio perché minoritaria, per capire di cosa discutono gli storici delle fonti.

Riferimenti

  • Hugh Kennedy, The Great Arab Conquests, 2007, Da Capo Press
  • Fred M. Donner, The Early Islamic Conquests, 1981, Princeton University Press
  • Walter E. Kaegi, Byzantium and the Early Islamic Conquests, 1992, Cambridge University Press
  • Patricia Crone e altri, Hagarism: The Making of the Islamic World, 1977, Cambridge University Press

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