In breve
Fra la fine del VII secolo e il 1025, il regno di Srivijaya controllò lo stretto di Malacca e lo stretto della Sonda, i due varchi obbligati fra l’oceano Indiano e il mar Cinese meridionale. Con centro a Palembang, su Sumatra, non fu un impero di terra ma una talassocrazia: il suo potere stava nel comando delle rotte e dei porti, non nell’estensione di un territorio coltivato. Fu anche, per secoli, uno dei maggiori centri buddhisti dell’Asia: vi studiarono migliaia di monaci, fra cui il pellegrino cinese Yijing, che vi passò diversi anni fra andata e ritorno dall’India. Il regno fu talmente legato al commercio marittimo che, quando quel commercio cambiò rotta, scomparve dalla memoria storica per secoli: fu ricostruito solo nel 1918, incrociando fonti cinesi, arabe ed epigrafiche che nessuno aveva mai messo insieme.
Contesto
Sumatra sudorientale si affaccia su due stretti, Malacca a nord e la Sonda a sud: ogni nave che, sfruttando i monsoni, viaggiasse fra il golfo del Bengala e il mar Cinese meridionale doveva passare da uno dei due, e Palembang, alla foce del fiume Musi, sorvegliava l’accesso al primo. Il sistema dei monsoni che univa Roma e l’India nei primi secoli dell’era cristiana si era intanto allungato verso est: mercanti indiani, persiani e poi arabi risalivano fino alla Cina, e i porti sumatrani si trovavano a metà del percorso.
Prima di Srivijaya la regione non era vuota: fonti cinesi ricordano un regno chiamato Kantoli, e più a nord, in Indocina, il potere marittimo era stato a lungo quello di Funan, in declino nel VI secolo. Sumatra sudorientale, però, non aveva risorse minerarie proprie né una pianura agricola estesa: la sua ricchezza poteva venire solo dal controllo del passaggio altrui, riscuotendo diritti di transito e raccogliendo in un unico scalo le merci di un intero arcipelago prima di spedirle oltremare. È una premessa materiale diversa da quella di un impero agrario, e va detta per quello che è: un ordine economico costruito su un imbuto geografico, non su un granaio.
Svolgimento
L’iscrizione di Kedukan Bukit, datata al 605 dell’era śaka (683), racconta come Dapunta Hyang Sri Jayanasa guidasse una spedizione sacra, la siddhayatra, con ventimila uomini, partendo da Minanga Tamwan e sottomettendo diversi centri fino a fondare Srivijaya sulle rive del Musi. L’anno successivo l’iscrizione di Talang Tuo registra la creazione di un giardino pubblico per il bene di tutti gli esseri; quella di Telaga Batu è un giuramento di fedeltà imposto ai sudditi, con maledizioni sanscrite e in malese antico contro chi si fosse ribellato. Sono i primi testi noti in lingua malese, e già mostrano uno stato che si pensava come tale.
Nei decenni successivi il controllo si estese a monte, verso Jambi (il regno di Malayu), e verso l’altra sponda dello stretto, a Kedah, sulla penisola malese: un porto sul golfo del Bengala che completava la presa su entrambi gli imbocchi di Malacca. Il monaco cinese Yijing attraversò questa rete nel 671, diretto in India: si fermò mesi a Palembang per studiare la grammatica sanscrita prima di proseguire per Nalanda, dove restò un decennio, e vi tornò al ritorno, fra il 685 e il 695, per tradurre testi buddhisti. Contò oltre mille monaci residenti nella capitale e consigliò a ogni monaco cinese diretto in India di fermarsi prima a Palembang almeno un anno: un giudizio che colloca la città, per la vita intellettuale buddhista, allo stesso livello di Nalanda.
Verso la Cina, Srivijaya — nota alle fonti dinastiche come Shilifoshi — inviò ambascerie alla corte Tang, ottenendo riconoscimento imperiale e privilegi commerciali fra il 670 e il 742. Con l’India il legame passava per il buddhismo e per i Śailendra di Giava, dinastia costruttrice di Borobudur e imparentata per matrimonio con i re srivijayani: un’iscrizione del 775 a Ligor attesta su una faccia un sovrano di Srivijaya e sull’altra un re Śailendra, e nell’860 una lastra di rame a Nalanda registra che Balaputra, sovrano di Srivijaya discendente dei Śailendra, vi fece costruire un monastero per i monaci sumatrani, con la rendita di cinque villaggi concessa dal re bengalese Devapala.
Economicamente, Palembang funzionava da imbuto: vi confluivano la canfora, esportata dal porto occidentale di Barus, il benzoino richiesto in Cina per i rituali buddhisti, l’oro dei fiumi sumatrani — tanto che i geografi arabi chiamavano l’isola “isola dell’oro” — stagno, legni pregiati e spezie raccolte da isole più orientali. Il regno non produceva quasi nulla di tutto ciò: lo raccoglieva, lo tassava e lo rivendeva, imponendo il passaggio con una flotta capace di reprimere la pirateria concorrente e di punire chi tentasse di evitare Palembang.
Il punto di svolta arrivò nel 1025. Rajendra Chola I, sovrano della dinastia Chola dell’India meridionale, lanciò una spedizione navale attraverso il golfo del Bengala, saccheggiò Palembang, catturò il re Sangrama Vijayottunggavarman e colpì altri scali del regno, fra cui Kedah. Le fonti tamil presentano la spedizione come una vittoria che apriva ai mercanti indiani e cinesi una via diretta, senza più pedaggio sumatrano.
Conseguenze
Nel breve periodo il raid Chola non pose fine a Srivijaya, ma ruppe il monopolio sullo stretto: il commercio poteva ormai bypassare Palembang, e il prestigio del regno come potenza marittima invincibile ne uscì incrinato. Nella seconda metà dell’XI secolo il centro politico si spostò verso monte, a Jambi, mentre l’insabbiamento del Musi rendeva Palembang un porto meno agevole.
Nel lungo periodo, la funzione geografica che Srivijaya aveva occupato — sorvegliare lo stretto e incassare il transito — non scomparve, ma passò ad altri: nel XIII secolo l’egemonia marittima dell’arcipelago tornò a Giava con Majapahit, e nel XV la stessa logica rifondò un potere sullo stretto nel sultanato di Malacca. La trasmissione del buddhismo mahayana e vajrayana nel sud-est asiatico marittimo, di cui Srivijaya era stata per secoli il principale canale, aveva già lasciato un’eredità visibile in Borobudur, eretto dai Śailendra imparentati con i re srivijayani e ancora oggi uno dei più grandi monumenti buddhisti esistenti.
Nel frattempo altrove
- 499 d.C.Aryabhata — Asia meridionale
- 634 d.C.L'espansione islamica — Medio Oriente
- 700 d.C.Tiwanaku e Wari — Americhe
- 711 d.C.Al-Andalus — Europa
- 762 d.C.Baghdad — Medio Oriente
- 800 d.C.Le città swahili — Africa
- 900 d.C.Rapa Nui — Oceania
Come lo sappiamo
Le fonti sono di tre tipi, nessuna delle quali locale in senso stretto e continuativo. I testi cinesi: il resoconto di viaggio di Yijing, tradotto integralmente da Takakusu nel 1896, e le storie dinastiche Tang e Song che registrano le ambascerie di Shilifoshi e poi di Sanfoqi. I geografi arabi, che descrivono un regno detto Zabaj, ricco e temuto, capace di tassare ogni nave in transito. E le iscrizioni in sanscrito e malese antico — Kedukan Bukit, Talang Tuo, Telaga Batu, Ligor, la lastra di Nalanda — datate e localizzate, ma scritte per legittimare un potere, non per informare i posteri.
Su tre punti la storiografia è divisa, e conviene dirlo invece di scegliere in silenzio. Il primo è l’esistenza stessa del nome: nessuna tradizione locale continuativa aveva conservato “Srivijaya” come nome di un regno, e fu George Coedès, nel 1918, a ricostruirlo mettendo insieme menzioni sparse in fonti cinesi, arabe ed epigrafiche che fino ad allora nessuno aveva collegato — un caso raro in cui un impero è stato recuperato per intero dalla filologia, non dalla memoria. Il secondo è la localizzazione della capitale: la lettura oggi prevalente, di Coedès e poi di Pierre-Yves Manguin — che negli scavi condotti a Palembang fra il 1988 e il 1990 riportò alla luce ceramiche e vetri di importazione compatibili con un grande emporio — la colloca a Palembang; Soekmono cerca invece Minanga Tamwan più a monte, nel sistema del fiume Kampar, vicino al complesso templare di Muara Takus; e una minoranza di studiosi dubita che “Srivijaya” corrisponda a un regno unitario piuttosto che a una rete di scali rivali unificati solo nello sguardo delle fonti esterne che li osservavano. Il terzo è il rapporto con i Śailendra di Giava: l’iscrizione di Ligor e la lastra di Nalanda mostrano legami dinastici innegabili, ma se si sia trattato di un’unione personale delle due corone o di un’alleanza fra case separate resta materia di discussione, mentre i manuali spesso semplificano le due dinastie in una sola.
L’anno usato in questa scheda, 700, è convenzionale: indica il consolidamento del controllo sullo stretto dopo le spedizioni del 683-684, non un evento puntuale. Il 1025, invece, è una data solida, incrociata fra le iscrizioni Chola in India meridionale e le fonti cinesi che registrano il crollo del commercio sumatrano negli anni successivi. E va detto perché sappiamo così poco di una città che ospitava mille monaci: Palembang era costruita su palafitte di legno lungo un fiume paludoso, un tessuto che l’archeologia fatica a intercettare, scavato sistematicamente solo dagli anni ottanta del Novecento — molto dopo, e con molte meno risorse, dei templi in pietra di Giava o di Angkor.
Approfondimenti
- O. W. Wolters, Early Indonesian Commerce (1967) — la ricostruzione che spiega Srivijaya a partire dal commercio, non nonostante esso: il punto di partenza per capire il peso reale di
ECOin questa voce. - Kenneth R. Hall, Maritime Trade and State Development in Early Southeast Asia (1985) — mette al centro l’economia degli scambi marittimi lungo tutto il sud-est asiatico, utile per collocare Srivijaya in un sistema più ampio.
- George Coedès, Les États hindouisés d’Indochine et d’Indonésie (1964) — l’autore che nel 1918 ricostruì Srivijaya da fonti sparse; qui la sintesi definitiva sui regni indianizzati del sud-est asiatico.
- Yijing (trad. J. Takakusu), A Record of the Buddhist Religion… (1896) — la fonte primaria: un monaco che scrive da dentro Palembang, con l’interesse di raccomandarla come tappa di studio, non di descriverla in modo neutro.