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Atlante della storia umana

Alto medioevoL'onda islamica

Baghdad

La capitale abbaside e la sua Casa della sapienza traducono e sviluppano matematica, medicina, ottica e filosofia

esatto

500 d.C.Alto medioevo1.000 d.C.

In breve

Nel 762 il califfo abbaside al-Mansur fondò, sulla riva occidentale del Tigri, la città che il mondo avrebbe conosciuto come Baghdad, ma che i documenti ufficiali chiamavano Madinat al-Salam, la «città della pace». Il progetto era una pianta perfettamente circolare, con il palazzo del califfo e la grande moschea al centro e mura concentriche tutt’attorno: una scelta urbanistica che metteva in scena l’idea di un potere accentrato in un solo uomo. In pochi decenni Baghdad divenne una delle città più popolose del mondo e la sede di un vasto movimento di traduzione di opere greche, persiane e indiane in arabo, spesso associato a un’istituzione nota come Bayt al-Hikma, la «Casa della Sapienza». Quel lavoro raggiunse il pieno sviluppo sotto i califfi Harun al-Rashid e al-Ma’mun, fra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, e precedette di secoli quello che in Europa si sarebbe chiamato Rinascimento.

Contesto

Nel 750 la dinastia abbaside aveva rovesciato gli omayyadi, i cui califfi avevano governato da Damasco guardando soprattutto al Mediterraneo e alla Siria. Il nuovo califfato aveva un baricentro diverso: si era imposto grazie a un esercito reclutato nel Khorasan, la regione orientale dell’Iran, e la sua base sociale era ormai in Iraq e in Persia più che in Siria. Al-Mansur, secondo califfo abbaside, aveva ereditato una capitale provvisoria, Kufa, centro di fazioni arabe e sciite che gli avevano dato filo da torcere: serviva una sede nuova, fedele solo a lui e al suo esercito khorasano.

Il sito scelto non era casuale. Il tratto del Tigri prescelto, poco a nord dell’antica capitale sasanide di Ctesifonte, si trovava al centro di una rete di canali ereditata dall’impero persiano preislamico, con un surplus agricolo enorme nella pianura mesopotamica, ed era il punto in cui convergevano le strade verso Siria, Arabia e Iran e, attraverso il golfo Persico, le rotte dell’oceano Indiano. Sul luogo esisteva già un piccolo villaggio chiamato Baghdad, forse dal persiano «dono di dio», attestato in fonti anteriori alla conquista islamica: al-Mansur ne riprese il toponimo popolare anche dopo aver imposto il nome ufficiale.

Svolgimento

Secondo la tradizione storiografica araba, al-Mansur scelse personalmente il sito nel 762 e ne affidò la costruzione a un numero enorme di operai reclutati nelle province dell’impero. La città - Madinat al-Salam nei documenti, «Baghdad» nell’uso corrente - fu costruita come un cerchio quasi perfetto, con un diametro di circa due chilometri e mezzo, cinto da mura concentriche e da un fossato. Quattro porte si aprivano ai quattro punti cardinali, ciascuna sulla strada verso una destinazione - Kufa, Bassora, Siria, Khorasan - e ne prendeva il nome. Al centro del cerchio, isolati da uno spazio libero, sorgevano il palazzo del califfo, detto «della Porta d’Oro», e la moschea maggiore: nessun altro edificio poteva occuparlo, e i mercati, in origine dentro le mura, furono spostati fuori dal cerchio pochi anni dopo per sicurezza del sovrano. La geometria non era decorativa: in una cultura politica che aveva ereditato dai sasanidi l’idea del re come centro immobile di un ordine cosmico, un cerchio con il potere nel mezzo e i sudditi disposti simmetricamente intorno era un’affermazione di dottrina prima ancora che di urbanistica, il califfo abbaside come perno di un sistema e non come un primo fra pari, quali si erano presentati in parte gli omayyadi.

La città crebbe più in fretta di quanto il progetto prevedesse. Già sotto al-Mahdi, figlio e successore di al-Mansur, un nuovo quartiere sulla riva orientale del Tigri ospitava la corte del principe ereditario Harun, e in poche decadi l’abitato superò il perimetro della città rotonda originaria, fino a diventare uno dei più grandi agglomerati urbani del mondo, con una popolazione stimata fra le trecentomila e il mezzo milione di persone entro il IX secolo.

Fu in questo contesto - una capitale nuova, ricca, in comunicazione con l’Iran, l’India e il mondo ellenistico siriaco - che prese forma il grande lavoro di traduzione. Circolavano già a corte manoscritti greci di astronomia e medicina, ed era viva l’eredità delle accademie sasanidi come quella di Jundishapur. Sotto Harun al-Rashid, califfo dal 786 all’809, l’attività si intensificò, e sotto suo figlio al-Ma’mun, califfo dall’813 all’833, prese la forma con cui la si ricorda: una struttura, chiamata nelle fonti Bayt al-Hikma, con biblioteca e scriptorium. Vi lavorarono, fra gli altri, Hunayn ibn Ishaq, medico cristiano nestoriano traduttore di Galeno, e Thabit ibn Qurra, sabeo di Harran, traduttore e commentatore di Euclide: il gruppo comprendeva musulmani, cristiani siriaci, ebrei e zoroastriani. Furono tradotti Aristotele, Galeno, Euclide, Tolomeo, oltre a opere persiane e trattati indiani di astronomia e matematica, finanziati dallo stato per prestigio - una biblioteca degna di un impero doveva rivaleggiare con quella di un altro - e per utilità pratica, dal calendario alla medicina di corte.

Conseguenze

Nel breve periodo, Baghdad sostituì Damasco e Kufa come centro indiscusso del potere islamico, e lo restò per secoli: la sede del califfato, il nodo delle rotte commerciali del Mediterraneo, dell’Asia centrale e dell’oceano Indiano, il luogo dove si concentrava la ricchezza fiscale di un impero esteso dall’Atlantico ai confini dell’India.

Nel lungo periodo, il lavoro di traduzione non restò conservazione passiva: reso disponibile in arabo, il corpus greco, persiano e indiano diventò materiale su cui lavorare, e nacque una ricerca originale in astronomia, ottica, medicina e soprattutto matematica, dove un funzionario legato alla Casa della Sapienza, al-Khwarizmi, sistematizzò all’inizio del IX secolo i metodi per risolvere le equazioni in una disciplina nuova, l’algebra - di cui un’altra voce di questo atlante tratta un caso specifico. Quella produzione arabofona viaggiò poi verso occidente, attraverso la Spagna islamica e la Sicilia, e dal XII secolo fu ritradotta in latino a Toledo, fornendo all’Europa gran parte del corpus scientifico e filosofico greco su cui si sarebbe poi costruita la sua stessa rinascita intellettuale. Va detto con chiarezza, perché è spesso taciuto: senza quel lavoro, condotto secoli prima che in Europa si parlasse di Rinascimento, molti testi greci - noti oggi solo nella versione araba, perché l’originale è andato perduto - non sarebbero mai arrivati fino a noi, in Europa compresa.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Per la fondazione della città la fonte principale è la storiografia araba posteriore, in primo luogo gli Annali di al-Tabari, scritti circa un secolo e mezzo dopo i fatti, che racconta anche l’episodio - probabilmente rielaborato in senso leggendario - di astrologi di corte convocati per scegliere il giorno propizio. L’archeologia aiuta poco: la città rotonda di al-Mansur è stata inglobata dalla Baghdad successiva e poi da quella moderna, e gli scavi sono stati rari e, negli ultimi decenni, quasi impossibili per le guerre che hanno colpito l’Iraq - un caso in cui sappiamo meno non perché sia successo poco, ma perché il terreno non è più accessibile.

Sulla Bayt al-Hikma la storiografia è divisa, e conviene dirlo piuttosto che scegliere in silenzio. Una lettura, sostenuta in particolare da Dimitri Gutas, ridimensiona l’immagine tradizionale di una grande accademia centralizzata: la «Casa della Sapienza» sarebbe stata in origine una biblioteca di corte, erede di un’istituzione persiana preislamica, non un centro di insegnamento organizzato; il movimento di traduzione vero e proprio, per Gutas, fu un fenomeno diffuso nella società abbaside, portato avanti da mecenati privati in concorrenza per il prestigio, e la sua immagine di istituzione monumentale si sarebbe formata più tardi, ingigantita da fonti successive fino a diventare, nella pubblicistica moderna, qualcosa di simile a una Biblioteca di Alessandria islamica. Una lettura diversa, rappresentata anche in opere di sintesi più recenti, difende invece l’esistenza di un’istituzione reale con quel nome, quella sede e quella funzione, con biblioteca propria, traduttori stipendiati e, secondo alcune fonti, osservatori astronomici annessi. Questa voce non scioglie la questione: tratta il movimento di traduzione come un fatto ampio e certo, e la Bayt al-Hikma come un nome che ricopre, con margini discussi, una parte di quel fenomeno.

Approfondimenti

  • Jacob Lassner, The Shaping of ʿAbbāsid Rule (1980) — la ricostruzione più filologica della fondazione della città, sulle fonti arabe primarie.
  • Dimitri Gutas, Greek Thought, Arabic Culture (1998) — il libro da cui parte la tesi che ridimensiona la Bayt al-Hikma come istituzione monumentale.
  • Jim Al-Khalili, The House of Wisdom (2011) — la narrazione più tradizionale e divulgativa, utile per capire cosa esattamente si discute.
  • George Saliba, Islamic Science and the Making of the European Renaissance (2007) — insiste sulla ricerca originale generata dalle traduzioni, non solo sulla loro conservazione.

Riferimenti

  • Jacob Lassner, The Shaping of ʿAbbāsid Rule, 1980, Princeton University Press
  • Dimitri Gutas, Greek Thought, Arabic Culture: The Graeco-Arabic Translation Movement in Baghdad and Early ʿAbbāsid Society, 1998, Routledge
  • Jim Al-Khalili, The House of Wisdom: How Arabic Science Saved Ancient Knowledge and Gave Us the Renaissance, 2011, Penguin Press
  • George Saliba, Islamic Science and the Making of the European Renaissance, 2007, MIT Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.