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Atlante della storia umana

Alto medioevoNuovi centri

Carlo Magno

Un impero cristiano d'Occidente con scuole, riforma della scrittura e un'idea di Europa latina

circa

500 d.C.Alto medioevo1.000 d.C.

In breve

Il giorno di Natale dell’800, nella basilica di San Pietro a Roma, papa Leone III incoronò Carlo, re dei Franchi dal 768, come imperatore. Era la prima volta dal 476 che un sovrano d’Occidente portava quel titolo. Dietro la cerimonia c’era un regno che in trent’anni di campagne aveva unito sotto un’unica corona la Gallia, gran parte della Germania, l’Italia settentrionale e centrale e una fascia della Spagna nordorientale, e che alla corte di Aquisgrana ospitava una rinascita culturale fondata su scuole, testi copiati e una scrittura nuova, la minuscola carolina. Quanto quella corona fosse stata voluta da Carlo o soprattutto da Leone resta, ancora oggi, materia di discussione.

Contesto

Nel 476 l’ultimo imperatore d’Occidente era stato deposto, e da allora l’Italia, la Gallia e la Spagna erano rette da regni germanici che in vario grado conservavano istituzioni romane senza restaurarne l’unità politica. Fra i Franchi, la dinastia merovingia si era progressivamente svuotata di potere reale a favore dei maggiordomi di palazzo: nel 751 uno di loro, Pipino il Breve, depose l’ultimo re merovingio con l’avallo del papa e si fece incoronare al suo posto, inaugurando la dinastia carolingia. Il legame con Roma nacque da un interesse reciproco: il papato, minacciato dai Longobardi nel proprio dominio in Italia centrale, aveva bisogno di un protettore armato; Pipino, usurpatore senza sangue reale, aveva bisogno di una legittimazione che solo l’autorità religiosa poteva dargli. Pipino scese in Italia contro i Longobardi nel 754 e nel 756, e cedette al papa i territori conquistati: la base territoriale del futuro Stato della Chiesa.

Carlo successe al padre nel 768, all’inizio insieme al fratello Carlomanno, poi da solo dal 771. L’economia del suo regno era agraria e curtense, retta su grandi possedimenti signorili lavorati da contadini dipendenti; le città erano poche e piccole rispetto a quelle romane, e non esisteva un apparato fiscale e burocratico paragonabile a quello dell’impero antico o a quello ancora funzionante a Costantinopoli. Il potere si esercitava attraverso legami personali di fedeltà fra il re e un’aristocrazia guerriera, tenuta insieme dalla ridistribuzione di terre e bottino: era su questo tessuto, non su un’amministrazione capillare, che Carlo costruì il suo regno.

Svolgimento

Nel 774 Carlo scese in Italia, sconfisse il re longobardo Desiderio e cinse egli stesso la corona ferrea, unendo il regno longobardo alla corona franca. Contro i Sassoni, a est del Reno, condusse una guerra lunghissima e durissima, dal 772 all’804, punteggiata da rivolte e repressioni: nel 782, secondo gli annali franchi, fece giustiziare a Verden diverse migliaia di prigionieri sassoni dopo una rivolta, ed emanò capitolari che imponevano il battesimo forzato pena la morte. Fu una cristianizzazione ottenuta con la violenza, e la fonte non la nasconde. Sul fronte spagnolo, nel 778, una spedizione contro l’emirato di Cordova si concluse con una ritirata disastrosa: la retroguardia franca fu annientata a Roncisvalle da forze basche, episodio che secoli dopo avrebbe generato la leggenda della Chanson de Roland. Contro gli Avari, nella pianura pannonica, le campagne del 791-796 fruttarono invece un bottino enorme, che finanziò in parte le costruzioni successive.

Nel 799 una fazione romana aggredì papa Leone III, tentando di accecarlo e di mutilargli la lingua; il papa fuggì presso Carlo, allora a Paderborn. Carlo lo scortò a Roma e vi tenne un’assemblea, nel dicembre 800, in cui Leone si scagionò con un giuramento. Il 25 dicembre, durante la messa di Natale in San Pietro, Leone pose una corona sul capo di Carlo e la folla lo acclamò imperatore. Secondo Eginardo, biografo di Carlo, l’imperatore disse in seguito che, se avesse saputo le intenzioni del papa, non sarebbe entrato in chiesa quel giorno nonostante la solennità. Molti storici dubitano di questa affermazione: una cerimonia così elaborata, con una data simbolica e una formula di acclamazione pronta, difficilmente si può improvvisare, e alcuni vi leggono piuttosto un’iniziativa in cui Leone, appena scampato a un attentato, legò a sé il proprio protettore con un titolo che rafforzava entrambi.

Bisanzio non riconobbe subito il nuovo titolo: per l’impero d’Oriente esisteva un solo imperatore romano legittimo, e in quegli anni il trono era occupato, per la prima volta, da una donna, Irene. Solo nell’812, con la pace di Aquisgrana, i bizantini accettarono di chiamare Carlo “imperatore”, ma non “imperatore dei romani”, titolo che Costantinopoli riservò a sé. Nello stesso periodo Carlo intrattenne rapporti diplomatici con il califfo abbaside Harun al-Rashid, che gli inviò doni fra cui un elefante, Abul-Abbas, arrivato ad Aquisgrana nell’802: un segno che l’orizzonte politico carolingio non si fermava ai confini cristiani.

Ad Aquisgrana, sua residenza preferita, Carlo fece costruire un palazzo con una cappella, ispirata a San Vitale di Ravenna, ancora in piedi oggi. Richiamò a corte lo studioso Alcuino di York, che diresse la scuola palatina e promosse, con l’Admonitio generalis del 789, una riforma dell’istruzione del clero e della correttezza dei testi liturgici. Nei monasteri si diffuse una nuova grafia, la minuscola carolina: lettere tonde, separate, con aste chiare, pensata per essere letta senza ambiguità dopo secoli di scritture regionali sempre meno leggibili. Molte opere latine classiche e patristiche ci sono giunte solo perché copiate in quella grafia in quegli scriptoria. Sul piano amministrativo, il regno restava diviso in contee affidate a conti locali, ma Carlo lo teneva sotto controllo inviando i missi dominici, coppie di ispettori itineranti — un laico e un ecclesiastico — incaricati di verificare l’operato dei funzionari e di far conoscere i capitolari regi. Morì ad Aquisgrana il 28 gennaio 814 e fu sepolto nella sua cappella.

Conseguenze

Nel breve periodo, il titolo imperiale rafforzò l’autorità di Carlo e legò indissolubilmente, per secoli a venire, l’idea di impero d’Occidente all’incoronazione papale a Roma. Ma l’impero carolingio non era uno stato centralizzato nel senso moderno: era un’aggregazione di territori tenuti insieme da fedeltà personali verso un sovrano, e senza quel sovrano si rivelò fragile. Il figlio Ludovico il Pio mantenne l’unità fino alla morte, nell’840, ma i tre nipoti di Carlo si combatterono per l’eredità finché, nell’843, il trattato di Verdun divise l’impero in tre regni: uno a ovest, base della futura Francia; uno a est, base della futura Germania; una fascia mediana instabile, comprendente l’Italia, che si sarebbe presto disgregata ulteriormente.

Nel lungo periodo, restarono due eredità distinte. La prima è politica: l’idea di un impero cristiano d’Occidente sopravvisse alla frammentazione carolingia e fu ripresa nel 962 da Ottone I di Sassonia, dando origine a quello che sarebbe stato chiamato secoli dopo Sacro Romano Impero — una continuità simbolica, non istituzionale, con Carlo Magno. La seconda è culturale: la minuscola carolina, diffusa in tutta Europa dagli scriptoria carolingi, è all’origine diretta delle lettere minuscole usate oggi nei caratteri latini a stampa, e il corpus di testi classici salvato in quella grafia arrivò fino al Rinascimento.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La fonte principale è Eginardo, cortigiano e biografo che scrisse la Vita Karoli Magni dopo la morte di Carlo, esplicitamente modellata sulle Vite dei Cesari di Svetonio: un genere encomiastico, scritto da chi aveva vissuto a corte e aveva ogni interesse a presentare il sovrano defunto nella luce migliore. Ad essa si affiancano gli Annales regni Francorum, la cronaca ufficiale redatta anno per anno alla corte franca, che per gli anni intorno all’800 esiste in due redazioni leggermente diverse: un indizio, secondo alcuni storici, che la versione degli eventi fu rivista col tempo.

Il punto più dibattuto resta quanto l’incoronazione fosse stata pianificata. Il racconto della sorpresa di Carlo, riportato solo da Eginardo, è oggi guardato con scetticismo dalla maggior parte degli storici: una cerimonia con una data così carica di significato, una formula di acclamazione pronta e la presenza di dignitari non si organizza in poche ore. Restano diverse letture di chi avesse in mano l’iniziativa: alcuni sottolineano che fu soprattutto Leone III, appena sopravvissuto a un attentato, a proporre un gesto che legava a sé il proprio protettore; altri ritengono che la corte franca vi lavorasse da tempo, magari con obiettivi diversi da come poi la cerimonia si svolse. Nessuna delle due letture è dimostrabile con certezza, e la scheda non ne sceglie una come definitiva.

Approfondimenti

  • Eginardo, Vita Karoli Magni — la fonte più vicina agli eventi, ma scritta da un cortigiano per celebrare il sovrano defunto: va letta sapendo chi era l’autore.
  • Rosamond McKitterick, Charlemagne: The Formation of a European Identity (2008) — riesamina criticamente le fonti carolinge, compreso il racconto della “sorpresa” all’incoronazione.
  • Janet L. Nelson, King and Emperor: A New Life of Charlemagne (2019) — biografia recente e dettagliata, buon punto di partenza per l’insieme del regno.

Riferimenti

  • Eginardo, Vita Karoli Magni
  • Rosamond McKitterick, Charlemagne: The Formation of a European Identity, 2008, Cambridge University Press
  • Janet L. Nelson, King and Emperor: A New Life of Charlemagne, 2019, University of California Press

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