In breve
Fra il VI e il X secolo, intorno al lago Titicaca e nella valle di Ayacucho, due stati distinti — Tiwanaku e Wari — costruirono i primi centri urbani e i primi apparati statali su vasta scala delle Ande centromeridionali. Nessuno dei due lasciò una scrittura decifrata: la loro storia si ricostruisce da scavi, terrazzamenti ancora visibili e strade che gli Inca, secoli più tardi, ripresero e ampliarono. Condivisero un repertorio religioso — la stessa divinità dei bastoni compariva sulla Porta del Sole di Tiwanaku e su ceramiche e tessuti wari — ma non un’unica sovranità: furono vicini, forse rivali, mai un solo impero. Collassarono entrambi fra il 1000 e il 1100, per ragioni che restano in parte discusse.
Contesto
Il bacino del Titicaca si trovava a quasi 3800 metri di quota: le gelate notturne potevano cadere in ogni mese dell’anno e la stagione delle piogge durava poco più di tre mesi. A quell’altitudine non si coltivava grano; funzionavano la patata, la quinoa e altri tuberi andini, e soprattutto una tecnica costruita apposta per il clima, i waru waru o camellones: piattaforme di terra rialzata separate da canali d’acqua, che tenevano più calda la notte e proteggevano le colture dal gelo, mentre il limo depositato forniva concime. Senza questa tecnologia il bacino non avrebbe sostenuto la popolazione che vi si concentrò.
A quattrocento chilometri a nord-ovest, la valle di Ayacucho stava a un’altitudine più mite, intorno ai 2700 metri, e permetteva l’agricoltura in terrazze — gli andenes — che trattenevano il suolo sui fianchi ripidi e regolavano l’irrigazione. A collegare le due regioni restava un solo animale, il lama: insieme all’alpaca l’unico animale da soma delle Ande, limitato a trenta-quaranta chilogrammi per capo — un vincolo che spiega perché entrambi gli stati investirono in reti capillari di strade e centri locali piuttosto che in un apparato unico e centralizzato.
Nessuna delle due regioni nasceva dal nulla: intorno al Titicaca la precedeva la cultura di Pukara, nella valle di Ayacucho quella Huarpa. Da queste basi locali, fra il V e il VI secolo, emersero quasi in parallelo i due stati che avrebbero dominato le Ande centromeridionali per i cinque secoli successivi.
Svolgimento
Tiwanaku si sviluppò come centro urbano sulla sponda meridionale del Titicaca a partire dal V secolo; fra il 500 e l’800 vi si costruirono i monumenti che oggi la identificano, come la piattaforma dell’Akapana e il tempio di Kalasasaya, al cui interno si trova la Porta del Sole: un monolite scolpito con una figura frontale che regge due bastoni, circondata da figure alate in file. La città arrivò a contare, per le stime correnti, alcune decine di migliaia di abitanti, sostenuta dai campi rialzati della pianura vicina e da coloni inviati nelle valli più basse — fino a San Pedro de Atacama, in Cile, e a Moquegua, in Perù — a procurarsi mais e coca che l’altopiano non produceva.
A quattrocento chilometri di distanza, la città di Wari crebbe nella valle di Ayacucho dal VI secolo con un impianto diverso: quartieri chiusi da alte mura secondo una griglia ortogonale, ripetuta quasi identica nei centri costruiti lontano dalla capitale. Pikillacta, presso l’odierna Cusco, e Cerro Baúl, su un altopiano nella stessa valle di Moquegua dove si trovavano colonie tiwanakote, sono gli esempi meglio scavati: caserme, magazzini e cortili cerimoniali collegati da strade lastricate che gli Inca, sette secoli più tardi, incorporarono nella propria rete. Fra il 650 e l’800 — fase di massima espansione, documentata nella valle di Carhuarazo — Wari impose questo modello su un territorio più esteso di quanto Tiwanaku controllasse direttamente, appoggiandosi anch’esso a terrazzamenti costruiti dallo stato per nutrire funzionari e guarnigioni.
Le due capitali non restarono isolate l’una dall’altra: a Cerro Baúl gli scavi restituirono un edificio per banchetti con ceramica di entrambe le tradizioni, segno di contatti diretti fra le due élite. La stessa divinità dei bastoni della Porta del Sole compariva anche su tessuti e ceramiche wari a Conchopata, presso la capitale — un repertorio condiviso per contatti fra élite più che per conquista, che i primi archeologi del Novecento scambiarono per le prove di un unico impero. Le prove oggi disponibili non sostengono quella lettura: nessun testo e nessuna amministrazione comune legano le due capitali sotto una sola autorità.
Conseguenze
Nel breve periodo l’eredità più visibile fu materiale: strade lastricate, terrazzamenti ancora coltivati in diverse valli andine, e centri amministrativi organizzati secondo una logica — capitale, strade radiali, magazzini, controllo di fasce ecologiche a quote diverse — che gli Inca ripresero quasi punto per punto costruendo il proprio impero fra il XV e il XVI secolo: il Qhapaq Ñan, la loro grande rete stradale, ricalcava in più tratti percorsi già wari.
Nel lungo periodo contò altrettanto il collasso. Fra il 1000 e il 1100 le prove paleoclimatiche — carote di ghiaccio del Quelccaya e sedimenti del Titicaca — indicano una siccità prolungata che avrebbe abbassato il livello del lago e compromesso i campi rialzati, dipendenti da una falda stabile. La popolazione di Tiwanaku si disperse in comunità più piccole, antenate dei señoríos aymara che gli Inca avrebbero poi assoggettato. Anche Wari si frammentò, ma con un profilo diverso: alcuni centri furono abbandonati già nel IX secolo, altri fino all’XI — un declino scaglionato, non un evento unico. Nessuno dei due collassi cancellò comunque la memoria dei luoghi: per gli Inca, Tiwanaku restava il sito dove le divinità avevano creato i primi uomini, prima ancora che esistesse il Cusco.
Nel frattempo altrove
- 499 d.C.Aryabhata — Asia meridionale
- 634 d.C.L'espansione islamica — Medio Oriente
- 700 d.C.Srivijaya — Asia orientale
- 711 d.C.Al-Andalus — Europa
- 762 d.C.Baghdad — Medio Oriente
- 800 d.C.Le città swahili — Africa
- 900 d.C.Rapa Nui — Oceania
Come lo sappiamo
Né Tiwanaku né Wari lasciarono una scrittura decifrata: se il khipu, le cordicelle annodate che gli Inca useranno per l’amministrazione, fosse già in uso in forma rudimentale resta un’ipotesi, non una prova. La cronologia si ricostruisce quasi per intero dall’archeologia — stratigrafia, sequenze ceramiche, radiocarbonio, fotografia aerea dei campi rialzati sepolti sotto i terreni moderni. Le uniche fonti testuali sono tarde: cronisti spagnoli come Pedro Cieza de León raccolsero nel XVI secolo racconti inca su Tiwanaku già ridotta a rovina venerata, utili a capire cosa gli Inca pensassero di quel luogo, non a ricostruire la Tiwanaku storica.
Su tre punti la discussione resta aperta. Il primo riguarda la natura dello stato di Tiwanaku: Alan Kolata sostiene, sulla scala e sulla manutenzione centralizzata dei campi rialzati, un modello di stato burocratico che organizzava direttamente la produzione agricola; altri archeologi, notando l’assenza a Tiwanaku di magazzini statali paragonabili a quelli wari, preferiscono un modello meno centralizzato, più vicino a un centro cerimoniale con autorità distribuita fra gruppi corporati. Questa scheda segue Kolata per la scala dell’infrastruttura idraulica, difficile da spiegare senza un coordinamento sovralocale, restando agnostica sulla forma precisa di governo.
Il secondo è il rapporto fra le due capitali: la storiografia di inizio Novecento le trattava come un unico orizzonte, quasi un solo impero; oggi la lettura prevalente le considera due stati paralleli, uniti da un repertorio religioso condiviso e da contatti diretti fra élite, come a Cerro Baúl, ma senza prove di una sovranità comune. Resta discusso quanto quei contatti fossero pacifici: la vicinanza delle loro colonie in Moquegua è letta da alcuni come cooperazione, da altri come coesistenza tesa.
Il terzo è la datazione e la causa del collasso. La siccità di lungo periodo resta l’ipotesi meglio sostenuta per Tiwanaku. Per Wari il quadro è più incerto: una rilettura del 2007 delle datazioni al radiocarbonio della valle di Ayacucho ha spostato l’attenzione da un collasso improvviso a un declino scaglionato su più di un secolo, con centri abbandonati in momenti diversi. La datazione usata in questa scheda — il crollo collocato fra il 1000 e il 1100 — è quindi una convenzione: indica la fine della fase imperiale, non un anno preciso.
Approfondimenti
- Alan L. Kolata, The Tiwanaku: Portrait of an Andean Civilization (1993) — la sintesi che ha imposto il modello dello stato idraulico centralizzato, punto di partenza del dibattito successivo.
- Alan L. Kolata (a cura di), Tiwanaku and Its Hinterland, vol. 1, Agroecology (1996) — il rapporto di scavo sui campi rialzati, la prova materiale dietro l’argomento ambientale.
- Katharina J. Schreiber, Wari Imperialism in Middle Horizon Peru (1992) — lo scavo che ha fondato la lettura di Wari come stato amministrativo con centri provinciali.
- William H. Isbell, capitolo in Helaine Silverman e William H. Isbell (a cura di), Handbook of South American Archaeology (2008) — mette Tiwanaku e Wari fianco a fianco, un contrappunto utile alla lettura centrata su Tiwanaku.
- Brian Finucane e altri, «The End of Empire: New Radiocarbon Dates from the Ayacucho Valley, Peru» (Radiocarbon, 2007) — l’articolo che ha complicato l’idea di un collasso wari a data unica.