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Atlante della storia umana

OriginiIl mondo glaciale

Popolamento delle Americhe

Da Monte Verde in Cile a siti nordamericani, gruppi umani occupano il doppio continente, l'ultima grande terra abitabile

contestato

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

Da Monte Verde in Cile a siti nordamericani, gruppi umani occupano il doppio continente, l’ultima grande terra abitabile. Il sito di Monte Verde, nel Cile meridionale, restituì datazioni intorno a 14.500 anni fa in uno strato — Monte Verde II — sigillato da una torbiera che conservò legno, piante e persino un’impronta di piede: una conservazione rara per un sito così antico. La sua collocazione, molto a sud e molto prima di quanto il modello allora dominante prevedesse, alimentò per decenni una controversia risolta solo con una verifica sul campo nel 1997. Oggi Monte Verde sostiene l’ipotesi di una migrazione lungo la rotta costiera del Pacifico, precedente o parallela al corridoio fra le calotte glaciali nordamericane.

Contesto

Durante l’ultimo massimo glaciale, fra circa 26.000 e 19.000 anni fa, gran parte del Nord America era coperta da due calotte, la Laurentide a est e la Cordiglierana a ovest, che insieme sigillavano l’accesso interno al continente da nord a sud. Il livello del mare, abbassato di oltre cento metri per l’acqua trattenuta nei ghiacci, esponeva la Beringia, la piattaforma continentale fra Siberia e Alaska, come un ponte di terra ampio centinaia di chilometri e non come uno stretto da attraversare. Popolazioni dell’Asia nordorientale vi si stabilirono per generazioni prima di muoversi oltre.

Il modello dominante fino agli anni Novanta del Novecento — noto come «Clovis first» dal nome della tecnica litica nordamericana più antica allora conosciuta — sosteneva che i primi americani fossero entrati dall’Alaska attraverso un corridoio libero dai ghiacci apertosi fra le due calotte, per poi diffondersi verso sud non prima di circa 13.000 anni fa. Il corridoio, però, secondo le ricostruzioni geologiche più solide non divenne percorribile prima di circa 14.000-13.500 anni fa: una data che lasciava poco margine per popolare un intero doppio continente.

Un’alternativa, discussa già a metà Novecento ma rimasta marginale, era la rotta costiera del Pacifico: gruppi che si spostavano lungo coste libere dai ghiacci o punteggiate da rifugi costieri, sfruttando risorse marine — pesci, molluschi, mammiferi marini, le foreste di kelp che costeggiano il Pacifico settentrionale da Beringia fino al Cile — anche quando l’interno del continente restava impraticabile. Non serviva una navigazione sofisticata: bastava una tecnologia di pesca costiera e la capacità di muoversi a piedi o con semplici imbarcazioni lungo un litorale ricco di cibo tutto l’anno.

Svolgimento

Nel 1976 un team guidato dall’archeologo Tom D. Dillehay iniziò lo scavo di Monte Verde, nella regione di Los Lagos, nel Cile meridionale, a migliaia di chilometri per via terrestre dallo stretto di Bering. Il sito si trovava lungo un piccolo corso d’acqua, il Chinchihuapi, ed era stato sigillato da una torbiera poco dopo l’abbandono: l’ambiente privo di ossigeno impedì la decomposizione della materia organica per oltre quattordicimila anni.

Lo scavo portò alla luce un livello, chiamato Monte Verde II, con i resti di una dozzina di strutture in legno e pelle su una fondazione di pali, focolari, e un’eccezionale varietà di piante — oltre venti specie identificate, alcune commestibili, altre con probabile uso medicinale, provenienti anche da ambienti a decine di chilometri di distanza. Fra i reperti più discussi comparve l’impronta di un piede umano, probabilmente di un bambino, impressa nel fango e poi indurita. Le datazioni al radiocarbonio su carbone e legno collocarono l’occupazione intorno a 14.500 anni fa, con un livello più profondo e più discusso, Monte Verde I, proposto da alcuni fino a 33.000 anni fa, una data che non ha mai raggiunto lo stesso consenso.

La data e il luogo di Monte Verde II contraddicevano frontalmente il modello Clovis first: un sito nel Cile meridionale, migliaia di chilometri a sud del presunto punto d’ingresso in Alaska, risultava più antico della cultura Clovis stessa. Per gran parte degli anni Ottanta la comunità archeologica nordamericana accolse i risultati di Dillehay con scetticismo diffuso, in alcuni casi apertamente ostile: si contestavano la stratigrafia, la possibile contaminazione dei campioni datati e l’attribuzione umana di alcuni resti vegetali.

Nel gennaio 1997 un gruppo di archeologi fra i più scettici, comprese figure di rilievo della scuola Clovis-first, si recò di persona a Monte Verde e a Lexington, nel Kentucky, dove erano conservati i reperti, per un’ispezione diretta di scavo, stratigrafia e materiali. Al termine della visita il gruppo riconobbe pubblicamente la validità del sito, in un raro caso di verifica collettiva che risolse una controversia scientifica in modo esplicito e documentato. Da quel momento Monte Verde II fu ampiamente accettato come prova che gruppi umani avevano raggiunto il Sud America almeno mille anni prima della comparsa della tecnologia Clovis in Nord America.

Conseguenze

Nel breve periodo, l’accettazione di Monte Verde costrinse a rivedere la cronologia minima del popolamento delle Americhe: se un sito così a sud era già occupato 14.500 anni fa, l’arrivo in Alaska doveva essere avvenuto sensibilmente prima, e il solo corridoio interno, aperto troppo tardi, non bastava più a spiegare i tempi.

Nel lungo periodo, il caso spostò la ricerca verso la rotta costiera del Pacifico come via principale o complementare, e incoraggiò la ricerca di altri siti antichi lungo le coste americane, molti oggi sommersi dall’innalzamento post-glaciale del mare e quindi difficili da individuare. Rafforzò anche un mutamento più generale: Monte Verde è diventato un caso di riferimento su come una comunità scientifica possa, di fronte a prove materiali solide, abbandonare un modello a lungo condiviso.

Sul piano più ampio, la conferma di una presenza umana antica fino all’estremità meridionale del continente mostrò che il popolamento delle Americhe non fu un unico evento puntuale, ma un processo su più fronti, con gruppi che occupavano ambienti diversi — dalle coste del Pacifico alle pianure interne — nell’arco di poche migliaia di anni.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Su Monte Verde la storiografia archeologica è stata divisa per oltre vent’anni, ed è un caso utile per capire come la disciplina rivede un consenso quando le prove materiali lo richiedono. Il modello Clovis first era radicato non per pregiudizio, ma perché per decenni nessun sito precedente aveva superato un controllo rigoroso: quando Dillehay pubblicò le prime datazioni negli anni Ottanta, l’onere della prova ricadeva su di lui, e le obiezioni — possibile contaminazione dei campioni, ambiguità nell’attribuzione umana di alcuni resti — erano metodologicamente legittime, anche se talvolta espresse con una resistenza che andava oltre il dubbio tecnico. La visita di verifica del 1997, in cui un gruppo di scettici esaminò di persona stratigrafia e reperti e ne riconobbe la validità, resta un episodio raro: un dissenso scientifico risolto non da un nuovo articolo ma da un’ispezione diretta e condivisa. Resta un margine di incertezza sul livello più antico, Monte Verde I, la cui datazione (proposta fino a 33.000 anni fa) non ha mai raggiunto lo stesso livello di accettazione di Monte Verde II.

Un secondo punto dibattuto è la via seguita dai primi migranti. Sostenitori della rotta costiera, fra cui l’archeologo Jon M. Erlandson, hanno proposto l’ipotesi della «kelp highway»: le foreste di kelp del Pacifico settentrionale, ricche di pesci, molluschi e mammiferi marini, avrebbero offerto risorse continue lungo tutta la costa, libera dai ghiacci anche quando l’interno non lo era, percorribile a piedi o con imbarcazioni semplici senza una navigazione oceanica sofisticata. Altri ricercatori continuano a sostenere un ruolo primario del corridoio interno, notando che le prove dirette di un uso costiero antico — accampamenti, imbarcazioni, resti organici — sono scarse proprio perché i siti più antichi si troverebbero oggi sommersi dall’innalzamento post-glaciale del mare, ciò che rende la rotta costiera difficile da verificare quanto da escludere. La lettura oggi prevalente considera le due vie non necessariamente alternative: una migrazione costiera più precoce, compatibile con date come quella di Monte Verde, e un uso successivo del corridoio interno una volta apertosi, coerente con la diffusione della tecnologia Clovis in Nord America.

Approfondimenti

  • Tom D. Dillehay, Monte Verde: A Late Pleistocene Settlement in Chile, vol. 2 (1997) — il rapporto di scavo che ha reso il sito difendibile punto per punto, materiale per materiale.
  • Jon M. Erlandson e altri sulla «kelp highway hypothesis» (2007) — la formulazione più citata dell’ipotesi costiera, utile per capire su quali risorse si reggerebbe una migrazione lungo litorali ancora ghiacciati nell’entroterra.
  • La voce sulle impronte di White Sands, per un caso di datazioni ancora più antiche e ancora più dibattute.
  • La voce sulle punte Clovis, per la tecnologia nordamericana che il caso di Monte Verde ha costretto a non considerare più come la più antica delle Americhe.

Riferimenti

  • Tom D. Dillehay, Monte Verde: A Late Pleistocene Settlement in Chile, 1997, Smithsonian Institution Press
  • Jon M. Erlandson e altri, The Kelp Highway Hypothesis: Marine Ecosystems, the Coastal Migration Theory, and the Peopling of the Americas, 2007

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