In breve
Nel Levante — l’area che comprende oggi Israele, i Territori palestinesi, la Giordania, il Libano meridionale e la Siria sudoccidentale — gruppi natufiani di cacciatori-raccoglitori vissero, all’incirca fra 14.500 e 11.500 anni fa, in villaggi permanenti o semipermanenti di case circolari seminterrate, come a Eynan (Ain Mallaha) e nel sito eponimo di Wadi an-Natuf. Lo fecero prima di conoscere l’agricoltura: raccoglievano intensivamente orzo ed emmer selvatici con falcetti di selce su manici d’osso, macinavano i semi con macine e pestelli di pietra, e seppellivano i morti in cimiteri comuni dentro l’insediamento. Attraversarono poi un brusco raffreddamento, il Dryas recente, che secondo un’ipotesi influente li spinse verso la coltivazione attiva: la loro storia è la cerniera fra il Paleolitico dei cacciatori mobili e il Neolitico agricolo che sarebbe nato, pochi secoli dopo, nella stessa regione.
Contesto
Alla fine dell’ultima era glaciale un miglioramento climatico — detto in Europa interstadio di Bølling-Allerød — portò nel Levante piogge più abbondanti e temperature più miti. Boschi aperti di quercia, pistacchio e mandorlo si estesero su una steppa prima arida, e vi crescevano, in praterie dense, cereali selvatici: orzo e farro (emmer) soprattutto. Gazzelle, cervidi, uccelli migratori e il pesce del lago Hula completavano una dieta ampia.
Questa ricchezza era una novità: nel Paleolitico superiore precedente, gruppi come quelli della cultura kebariana si spostavano su territori vasti seguendo la selvaggina in un ambiente più povero. Con più cibo concentrato in meno spazio, un gruppo poteva restare fermo per gran parte dell’anno senza esaurire le risorse a portata di mano. La sedentarietà qui precede l’agricoltura invece di seguirla — la ragione per cui questa voce chiude il periodo «mondo glaciale» anziché aprire quello successivo: il cambiamento decisivo non fu la coltivazione, ma la fine della mobilità.
Svolgimento
Il nome della cultura fu preso da Wadi an-Natuf, una valle della Cisgiordania dove nel 1928 l’archeologa britannica Dorothy Garrod scavò la grotta di Shuqba e riconobbe un’industria litica diversa da quelle già note, che chiamò «natufiana» in un articolo del 1932. Shuqba era però un riparo di passaggio: i villaggi di base che definiscono la cultura si trovavano altrove, a cominciare da Eynan (Ain Mallaha), nella valle dell’Hula.
Nella fase antica, circa 14.500-13.000 anni fa, questi insediamenti raggiunsero dimensioni fino ad allora sconosciute nel Levante. A Eynan, scavata dal 1955 da Jean Perrot e poi per decenni da François Valla, sorgevano case circolari od ovali, seminterrate, con muretti a secco e focolari centrali in pietra. All’interno e ai margini dell’abitato si aprivano fosse per le derrate e cimiteri comuni: oltre cento sepolture vennero alla luce, alcune con ornamenti di conchiglia e osso, e una, la più citata, di un adulto deposto accanto a un cucciolo di canide — fra le prime testimonianze note di un legame con un animale addomesticato.
La raccolta dei cereali selvatici lasciò una traccia diretta sugli strumenti. Le lamette di selce inserite su manici di osso o di corno, a formare un falcetto composito, mostravano lungo il filo un lucido caratteristico — la «sickle sheen» — prodotto dal taglio ripetuto di steli ricchi di silice, come quelli dei cereali maturi: la prova materiale che quelle lame servivano a mietere. Accanto ai falcetti si trovavano macine, mortai e pestelli di pietra, spesso troppo pesanti per essere trasportati: un indizio, più delle case stesse, che chi li usava non contava di andarsene.
Intorno a 12.900 anni fa il clima cambiò bruscamente: il Dryas recente riportò per circa milleduecento anni condizioni fredde e aride. Nella fase natufiana tarda che seguì, molti insediamenti si ridussero o furono abbandonati, e la mobilità tornò ad aumentare. Fu in questa fase di stress, secondo l’ipotesi proposta per prima da Ofer Bar-Yosef, che alcuni gruppi avrebbero cominciato a seminare e coltivare attivamente i cereali che prima si limitavano a raccogliere, per compensare il ritiro delle praterie selvatiche verso quote più basse e umide.
Conseguenze
Nell’immediato, il Dryas recente non produsse un collasso generale: alcuni gruppi tardi si dispersero e tornarono a una mobilità stagionale, mentre altri restarono nei luoghi già occupati e intensificarono lo sfruttamento vegetale. I cimiteri comuni e la macina troppo pesante da spostare furono segni di un legame con un luogo che i cacciatori-raccoglitori precedenti, mobili per necessità più che per scelta, non avevano avuto motivo di sviluppare.
Sul lungo periodo, la conseguenza è la più importante di questa parte dell’atlante: nella stessa regione, entro un migliaio di anni dalla fine del Dryas recente, comparvero i primi villaggi agricoli del Neolitico preceramico, a Gerico e altrove, con cereali che mostravano ormai i primi segni morfologici della domesticazione. I Natufiani non praticarono l’agricoltura nel senso pieno del termine — non ci sono prove sicure di piante geneticamente addomesticate nei loro insediamenti — ma prepararono quasi ogni condizione perché comparisse: la sedentarietà, la conoscenza intima delle piante da raccogliere e conservare, le macine, le fosse per il grano, e — a giudicare dai resti canini associati a diversi loro siti — un primo rapporto con il cane addomesticato.
Nel frattempo altrove
- 17.000 a.C.Lascaux e Altamira — Europa
- 16.000 a.C.Il cane — Asia orientale
- 15.000 a.C.Popolamento delle Americhe — Americhe
- 13.000 a.C.Punte Clovis — Americhe
- 7.000 a.C.Kuk Swamp e il taro — Oceania
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
- 6.500 a.C.Il Sahara verde — Africa
Come lo sappiamo
Un punto va chiarito subito, perché genera confusione ricorrente: è il motivo per cui questa scheda porta yearPrecision: contestato. Il frontmatter riporta year: -14000, cioè quattordicimila in numerazione astronomica a.C. Ma la letteratura specialistica non data il Natufiano in anni avanti o dopo Cristo: lo esprime in anni cal BP, anni solari calibrati contati a ritroso non dalla nascita di Cristo ma dal 1950, convenzione radiocarbonica. La cultura si colloca fra circa 14.500 e 11.500 cal BP, intervallo che — sottraendo 1950 e non 0 — corrisponde a circa 12.550-9.550 a.C., non a «14.000-11.500 a.C.» come una lettura ingenua della cifra tonda suggerirebbe. La differenza, quasi duemila anni, è l’offset fra le due scale, e si perde quando una data detta «quattordicimila anni fa» viene trascritta come se fosse già un anno di calendario. Il valore mantenuto qui va letto come un’approssimazione tenuta per coerenza con la cifra più citata in letteratura divulgativa, non come l’anno in cui la cultura comincia: la questione «contestata» non è tanto la singola data, quanto la scala di misura con cui la si esprime.
Il secondo punto dibattuto riguarda il nesso causale fra il Dryas recente e l’origine dell’agricoltura. L’ipotesi di Ofer Bar-Yosef — che lo stress climatico sulle praterie di cereali selvatici abbia spinto alcuni gruppi natufiani tardi verso la coltivazione, come risposta a una risorsa in ritirata — divenne per un paio di decenni la lettura prevalente. Ricerche più recenti la complicano: Natalie Munro, analizzando i resti faunistici natufiani, ha mostrato che nella fase tarda la risposta immediata al peggioramento climatico fu piuttosto una riduzione dell’occupazione dei siti e un aumento della mobilità — una strategia demografica, più economica di un salto diretto alla coltivazione. Le due letture non si escludono del tutto: potrebbero descrivere fasi diverse della stessa crisi, la mobilità come prima risposta e la coltivazione come adattamento successivo in alcune aree. Ma quanto del passaggio all’agricoltura sia stato spinto dal clima invece che da dinamiche sociali e demografiche interne resta materia di discussione aperta.
Sul resto le prove materiali sono solide e concordanti: l’architettura delle case, la stratigrafia dei cimiteri, l’usura da taglio sulle lame di selce, i semi carbonizzati recuperati per flottazione e le macine trovate in posizione raccontano una sedentarietà anteriore all’agricoltura. Meno certo è quanto questa sedentarietà comportasse già gerarchie sociali stabili: alcune sepolture di Eynan hanno corredi più ricchi di altre, ma se ciò riflettesse un rango ereditario o solo prestigio individuale resta questione aperta. E poiché la scrittura non esiste ancora da nessuna parte in questo periodo, per il Natufiano possiamo descrivere cosa fecero queste persone, non che cosa pensassero di fare.
Approfondimenti
- Ofer Bar-Yosef, The Natufian Culture in the Levant, Threshold to the Origins of Agriculture (1998) — formula l’ipotesi dello stress climatico, punto di partenza della storiografia successiva.
- Ofer Bar-Yosef (a cura di), The Natufian Culture in the Levant (1991) — il volume collettivo di riferimento sui siti, con i rapporti di chi ha scavato Eynan per decenni.
- Natalie D. Munro, Zooarchaeological Measures of Hunting Pressure and Occupation Intensity in the Natufian: Implications for Agricultural Origins (2004) — la lettura alternativa basata sui resti animali: utile per capire perché il nesso col clima è tutt’altro che scontato.
- Dorothy A. E. Garrod, A New Mesolithic Industry: The Natufian of Palestine (1932) — l’articolo che ha dato il nome alla cultura, dagli scavi di Shuqba: la fonte primaria per l’etichetta stessa.