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Atlante della storia umana

OriginiSapiens e simboli

Sapiens in Levante

Le grotte di Skhul e Qafzeh registrano una prima uscita di sapiens verso il Vicino Oriente

millennio

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

Nelle grotte di Skhul, sul monte Carmelo, e di Qafzeh, presso Nazareth, sono stati trovati scheletri di Homo sapiens anatomicamente moderni databili fra circa 120.000 e 90.000 anni fa: la più antica presenza di sapiens fuori dall’Africa oggi attestata da resti scheletrici. Non fu l’inizio della colonizzazione del pianeta, che si dovrà a un’altra uscita, molto più tarda: questi gruppi scomparvero dalla documentazione levantina, e nella stessa regione i Neanderthal tornarono a occuparla nelle fasi climatiche più fredde successive. A Qafzeh, inoltre, si trovano sepolture intenzionali con corredo — corna di cervo, ocra — fra le più antiche conosciute per la nostra specie. Il Levante, per decine di migliaia di anni, non fu un corridoio a senso unico ma una terra di passaggio alternato fra due specie umane.

Contesto

Il Levante è l’unico punto in cui l’Africa tocca l’Eurasia per via di terra, attraverso il Sinai: un corridoio stretto che nel Pleistocene si apriva o si chiudeva secondo il clima. Nelle fasi interglaciali umide il Sahara orientale e il Negev si coprivano di savana e di corsi d’acqua stagionali, e la fauna africana — insieme, presumibilmente, alle popolazioni umane che la seguivano — poteva attraversarlo. Nelle fasi glaciali aride il deserto si richiudeva, e con esso la via di passaggio.

Verso il 130.000 anni fa iniziò un lungo interglaciale, corrispondente allo stadio isotopico marino 5, con temperature elevate e piogge più abbondanti di quelle attuali in gran parte del Vicino Oriente. Fu in questa finestra climatica che popolazioni di Homo sapiens, una specie già presente in Africa da centinaia di migliaia di anni, si spinsero nel Levante meridionale. Non erano i primi umani della regione: il Levante era abitato da forme arcaiche del genere Homo da oltre un milione di anni, e i Neanderthal vi cacciavano già da tempo nelle fasi più fredde. Il monte Carmelo, con le sue grotte calcaree affacciate su una pianura costiera ricca di selvaggina e di acqua dolce, era favorevole all’insediamento per entrambe le popolazioni, in tempi diversi.

Svolgimento

A Skhul, una delle grotte del Wadi el-Mughara sul versante occidentale del Carmelo, gli scavi condotti fra il 1929 e il 1934 da Dorothy Garrod e Theodore McCown, per una missione anglo-americana, portarono alla luce almeno dieci individui. Il più noto, Skhul V, un adulto sepolto con la mandibola di un cinghiale fra le braccia, mostra fronte alta e mento sporgente, tratti che gli scopritori attribuirono a un tipo umano moderno, allora chiamato «proto-Cro-Magnon».

A Qafzeh, in una grotta a pochi chilometri da Nazareth, i primi saggi li condusse René Neuville nel 1933; gli scavi sistematici, che restituirono la maggior parte dei resti oggi noti, furono condotti fra il 1965 e il 1979 da Bernard Vandermeersch. Vennero alla luce circa ventisette individui, diversi dei quali in quelle che sembrano deposizioni intenzionali: un adolescente con un grande palco di corna di daino appoggiato sul torace, tracce di ocra rossa su più scheletri, una donna e un bambino deposti insieme. Se l’interpretazione come sepolture deliberate regge, come la maggioranza degli specialisti ritiene, sono fra le più antiche testimonianze certe di comportamento funerario della nostra specie.

Per decenni gli scheletri di Skhul e Qafzeh furono considerati vicini in età ai Cro-Magnon europei, quindi non più antichi di 40.000-50.000 anni, sulla base del confronto tipologico degli strumenti musteriani associati. Fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta due tecniche fisiche indipendenti smentirono quella cronologia. La termoluminescenza, che misura l’energia accumulata dalla selce dal momento in cui fu riscaldata l’ultima volta, applicata alla selce di Qafzeh diede un’età di circa 92.000 anni. La risonanza di spin elettronico, applicata allo smalto dei denti, diede per Qafzeh valori vicini e per Skhul un intervallo più ampio, fra circa 100.000 e 135.000 anni. Le due tecniche convergevano: gli scheletri erano più antichi di quanto si credesse, e di gran lunga più antichi delle prime attestazioni di sapiens in Europa.

Che il Levante non fosse un corridoio a senso unico lo mostra un’altra grotta del Carmelo, Kebara, dove nel 1983 un’équipe guidata da Ofer Bar-Yosef trovò lo scheletro di un Neanderthal adulto, Kebara 2, databile a circa 60.000 anni fa: decine di migliaia di anni dopo Skhul e Qafzeh, nella stessa area geografica. I siti del monte Carmelo suggeriscono così che sapiens e Neanderthal si alternarono nella regione per decine di migliaia di anni, probabilmente seguendo le oscillazioni fra fasi interglaciali più umide e fasi glaciali più fredde e aride, senza che una delle due popolazioni scomparisse mai per sempre dal quadro.

Conseguenze

Nell’immediato, la presenza di sapiens a Skhul e Qafzeh non ebbe seguito noto: nessun sito successivo nella regione mostra continuità diretta con quelle popolazioni. Dopo il picco caldo dello stadio 5, con il ritorno di condizioni più fredde e aride, la documentazione di sapiens nel Levante si interrompe, e a occupare di nuovo la regione furono i Neanderthal, come mostra Kebara. Che quei primi sapiens si siano estinti localmente, si siano ritirati verso l’Africa o siano stati assorbiti da popolazioni vicine è materia di cui gli scavi attuali non riescono a dire molto.

Sul lungo periodo, la conseguenza più importante è concettuale. Prima che le datazioni fisiche ricollocassero Skhul e Qafzeh a 90.000-120.000 anni fa, la storia dell’origine dei sapiens si poteva raccontare come un’unica linea dall’Africa all’Europa. Questi siti mostrano invece un Levante frequentato da sapiens decine di migliaia di anni prima che la specie raggiungesse l’Europa, in un episodio che non portò a nulla di duraturo su scala globale: prova diretta che «uscire dall’Africa» accadde più volte, con esiti diversi, e che la dispersione che avrebbe poi popolato il resto del pianeta, a partire da circa 70.000 anni fa, fu un evento successivo e distinto, non la continuazione di questo.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le prove sono quasi interamente materiali: gli scheletri stessi, la loro posizione nella stratigrafia delle grotte, gli oggetti associati — corna di daino, ocra, conchiglie marine forate — e l’industria litica musteriana che accompagna entrambi i siti. Le datazioni si fondano su due metodi fisici indipendenti, la termoluminescenza sulla selce bruciata e la risonanza di spin elettronico sullo smalto dentario, che fra il 1988 e il 1993 sostituirono la datazione tipologica basata sul confronto degli strumenti in pietra, rivelatasi troppo giovane di decine di migliaia di anni.

Il punto più aperto, e quello che rende questa voce interessante più della semplice cronologia, è perché questa prima presenza di sapiens fuori dall’Africa non abbia portato, per quanto se ne sa oggi, a una colonizzazione permanente del resto del mondo, mentre l’espansione di circa 70.000 anni fa sì. Le ipotesi proposte non si escludono a vicenda e nessuna è oggi dimostrata: il deterioramento climatico che richiuse il corridoio levantino potrebbe aver isolato o ridotto quei gruppi fino all’estinzione locale; la popolazione fondatrice potrebbe essere stata troppo piccola per sostenersi a lungo lontano dall’areale africano; la competizione con i Neanderthal, meglio adattati alle fasi fredde della regione, potrebbe aver reso il Levante sfavorevole ai sapiens non appena il clima cambiava. La questione resta genuinamente irrisolta, e va trattata come tale.

Resta incerto anche se sapiens e Neanderthal, alternandosi nella stessa regione per decine di migliaia di anni, si siano incrociati già in questa fase. Il clima caldo del Levante non ha conservato DNA antico negli scheletri di Skhul e Qafzeh, a differenza di alcuni siti europei: per questa fase non esiste prova genetica diretta, solo la coincidenza geografica. Va infine ricordato che il grado di «modernità» anatomica di questi scheletri è discusso: mostrano un mosaico di tratti moderni e arcaici.

Approfondimenti

  • Hélène Valladas e altri, Thermoluminescence dating of Mousterian ‘Proto-Cro-Magnon’ remains from Israel and the origin of modern man (1988) — l’articolo che per primo spostò Qafzeh a 90.000 anni, rovesciando sessant’anni di datazione tipologica.
  • Rainer Grün e altri, Electron spin resonance dating and the evolution of modern humans (1991) — la sintesi ESR su Skhul e Qafzeh insieme, utile per capire come due metodi indipendenti si sono confermati a vicenda.
  • Norbert Mercier e altri, Thermoluminescence date for the Mousterian burial site of Es-Skhul, Mt. Carmel (1993) — la datazione diretta di Skhul, il sito gemello di Qafzeh.
  • Bernard Vandermeersch, Les hommes fossiles de Qafzeh (Israël) (1981) — il rapporto di scavo di chi ha portato alla luce le sepolture, la fonte primaria per il corredo funerario.

Riferimenti

  • Hélène Valladas e altri, Thermoluminescence dating of Mousterian 'Proto-Cro-Magnon' remains from Israel and the origin of modern man, 1988, Nature
  • Rainer Grün e altri, Electron spin resonance dating and the evolution of modern humans, 1991, Archaeometry
  • Norbert Mercier e altri, Thermoluminescence date for the Mousterian burial site of Es-Skhul, Mt. Carmel, 1993, Journal of Archaeological Science
  • Bernard Vandermeersch, Les hommes fossiles de Qafzeh (Israël), 1981, CNRS

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