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Atlante della storia umana

OriginiSapiens e simboli

La grande espansione

Un gruppo relativamente piccolo lascia l'Africa e da lì popolerà il resto del pianeta, incrociandosi con Neanderthal e Denisoviani

contestato

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

Fra circa 70.000 e 60.000 anni fa un gruppo di Homo sapiens, forse poche migliaia di individui, lasciò l’Africa attraverso il Corno d’Africa o il Sinai e in alcune decine di migliaia di anni popolò l’intero pianeta abitabile: l’Eurasia, l’Australia — raggiunta, secondo alcune datazioni, già 65.000 anni fa, prima dell’Europa — e infine le Americhe. Non fu il primo tentativo di uscita: una dispersione precedente verso il Levante, circa 120.000 anni fa, non lasciò discendenza duratura. Questa seconda ondata invece riuscì, e da essa discendono geneticamente tutte le popolazioni non africane oggi viventi, con le tracce di due incroci: l’1-2% di DNA neandertaliano comune a tutti i non africani, e una quota più alta di DNA denisoviano in Melanesia e Australia.

Contesto

Circa 120.000 anni fa un gruppo di sapiens aveva già raggiunto il Levante, come attestano le sepolture di Skhul e Qafzeh: una prima uscita, di cui si parla altrove in questo atlante, che non ebbe seguito duraturo. Nella fase più calda e umida allora in corso, il Sahara e l’Arabia erano corridoi verdi percorribili, e quel gruppo li attraversò; ma quando il clima tornò arido e freddo, intorno a 90.000 anni fa, il corridoio si richiuse, i Neanderthal — meglio adattati al freddo — riespansero il proprio areale, e quella popolazione scomparve dal registro archeologico del Levante senza eredi genetici riconoscibili oggi.

La dispersione che riuscì partì in circostanze diverse. In Africa si alternavano fasi più aride che spingevano le popolazioni verso rifugi lungo il Nilo, il mar Rosso e le coste, favorendo gruppi già adattati a uno sfruttamento intenso delle risorse costiere — pesce, molluschi, mammiferi marini — decisivo perché permetteva di muoversi lungo l’oceano Indiano senza dipendere dalla caccia terrestre. Nello stesso periodo il livello del mare, più basso di svariate decine di metri, restringeva lo stretto di Bab-el-Mandeb e scopriva bassi fondali lungo l’Arabia meridionale: una via costiera più agevole di quella interna, e meno esposta alla concorrenza dei Neanderthal, che restavano soprattutto un popolo dell’interno eurasiatico.

Perché questa seconda ondata ebbe successo dove la prima no, per quanto se ne sa, resta senza una risposta univoca. Contarono forse la via prevalentemente costiera, che aggirava le regioni già occupate dai Neanderthal; la finestra climatica, che stavolta non si richiuse alle spalle dei migranti; e la scala del fenomeno, non un singolo gruppo isolato ma popolazioni imparentate su più fronti, capaci di ripopolare un tratto di costa anche quando un gruppo si estingueva.

Svolgimento

La data usata in questa scheda, un intervallo fra 70.000 e 60.000 anni fa, è una convenzione: le stime genetiche e le cronologie archeologiche lungo la rotta non convergono su un anno singolo. Il gruppo fondatore era piccolo: le stime sul collo di bottiglia demografico variano a seconda del metodo, ma indicano coerentemente una popolazione di poche migliaia di individui.

La rotta più diretta usciva dal Corno d’Africa attraverso Bab-el-Mandeb, allora più stretto e meno profondo, verso l’Arabia meridionale; un’altra possibile via passava più a nord, per il Sinai, verso il Levante — dove, decine di migliaia di anni prima, si era esaurita la prima uscita. Fu lì che questa seconda ondata si incrociò con popolazioni neandertaliane: un episodio, o pochi episodi ravvicinati, che bastarono a lasciare nel genoma di tutte le popolazioni non africane oggi viventi una quota di DNA neandertaliano fra l’1% e il 2%, che i discendenti degli africani rimasti nel continente non hanno.

Da lì il movimento proseguì verso est, lungo le coste dell’oceano Indiano — Arabia meridionale, subcontinente indiano, Sudest asiatico. Fra la Sonda e la Sahul, l’Australia e la Nuova Guinea allora unite in un solo continente, sapiens si incrociò anche con i Denisoviani, popolazione arcaica nota quasi solo dal DNA: da lì discende la quota di ascendenza denisoviana, più alta che altrove, presente oggi in Australia e Melanesia.

Raggiungere la Sahul richiedeva l’attraversamento di un tratto di mare aperto — non meno di novanta chilometri anche al livello del mare più basso — che nessuna lingua di terra collegava: una traversata deliberata, ripetuta abbastanza volte da fondare una popolazione vitale, e la prova più antica conosciuta di navigazione. Le datazioni del sito di Madjedbebe, in Australia, collocano l’arrivo intorno a 65.000 anni fa — prima, non dopo, dell’arrivo di sapiens in Europa, databile a circa 45.000 anni fa: il continente più lontano dall’Africa lungo la rotta costiera fu raggiunto prima di quello che la narrazione convenzionale considera il più vicino.

Il resto dell’Eurasia venne popolato più lentamente, verso le steppe dell’Asia centrale e la Siberia e, molto più tardi — forse da 20.000 anni fa, in modo dibattuto — attraverso la Beringia fino alle Americhe, l’ultimo continente raggiunto dalla nostra specie.

Conseguenze

Nel breve periodo, entro poche migliaia di anni dalla partenza, sapiens occupava già le principali regioni costiere dall’Arabia al Sudest asiatico e aveva raggiunto la Sahul: una specie confinata a un solo continente divenne l’unica presente su scala planetaria. I Neanderthal e i Denisoviani, che avevano occupato l’Eurasia per centinaia di migliaia di anni, si estinsero come popolazioni distinte entro circa 40.000 anni dal contatto — un processo raccontato altrove in questo atlante — ma sopravvivono, in tracce, nel genoma di chi discende da quegli incroci.

Nel lungo periodo, la conseguenza più rilevante è genetica ed è visibile ancora oggi: ogni popolazione non africana discende da quel gruppo fondatore ristretto e porta i segni di un effetto fondatore seriale, la diversità genetica che diminuisce con la distanza percorsa dall’Africa, perché ogni ondata migratoria portava con sé solo una parte della variazione del gruppo di origine. L’Africa resta, per questo, il continente geneticamente più diverso del mondo, pur ospitando oggi una minoranza della popolazione umana. La seconda conseguenza è che l’intera specie vivente discende da un’unica dispersione riuscita, non da popolazioni locali evolute parallelamente da forme arcaiche più antiche in ogni continente, come proponeva il modello multiregionale, oggi minoritario.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Lo yearPrecision di questa voce è dichiarato «contestato» per due ragioni distinte.

La prima riguarda la cronologia e il numero delle ondate. Il modello oggi prevalente, fondato sulla filogenesi del DNA mitocondriale e del cromosoma Y e poi confermato da genomi interi, descrive un’unica dispersione principale, riuscita, fra 70.000 e 60.000 anni fa, preceduta da tentativi più antichi e falliti come quello del Levante di 120.000 anni fa. Chris Stringer, che ha raccolto questa lettura in Lone Survivors (2012), insiste però che anche la fase «riuscita» non fu un’unica colonna in marcia: le prove di un possibile passaggio ancora più antico in Arabia, intorno a 125.000 anni fa, suggeriscono uscite ripetute, e che a distinguere quella di 70.000-60.000 anni fa non fu la data in sé ma l’aver lasciato discendenza fino a oggi. La data usata qui è dunque una convenzione: indica l’intervallo della dispersione riuscita, non un anno preciso né l’unico tentativo.

La seconda riguarda la dimensione della popolazione fondatrice. Le stime genetiche del collo di bottiglia dipendono dal metodo: quelle più antiche, su poche sequenze di DNA mitocondriale, indicavano poche migliaia di donne riproduttive; quelle più recenti, su genomi interi — fra cui la sintesi del 2017 firmata da Rasmus Nielsen e colleghi qui citata — restringono o allargano l’intervallo a seconda delle assunzioni sulla struttura di popolazione in Africa. Nessuna di queste stime è un censimento; che convergano su un ordine di grandezza, poche migliaia e non poche centinaia né milioni, è già un risultato.

Resta un limite materiale: nessuna imbarcazione di quel periodo è sopravvissuta, perché legno e fibre non si conservano su questa scala temporale. Che sapiens disponesse di un natante per raggiungere la Sahul si deduce dalla traversata stessa, non da un reperto: un’inferenza solida, ma resta un’inferenza.

Approfondimenti

  • Chris Stringer, Lone Survivors (2012) — la sintesi più leggibile del modello a dispersioni multiple, di cui questa voce racconta quella che riuscì.
  • Luca Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue (1996) — il classico che porta la genetica delle popolazioni fuori dal laboratorio, scritto da uno dei fondatori della disciplina.
  • Rasmus Nielsen e altri, Tracing the peopling of the world through genomics (2017) — la sintesi genomica più recente citata in questa scheda, utile per capire quanto le stime siano cambiate con l’arrivo dei genomi interi.
  • David Reich e altri, Genetic history of an archaic hominin group from Denisova Cave in Siberia (2010) — l’articolo che ha rivelato l’esistenza dei Denisoviani a partire da un solo osso di un dito, e con essa l’incrocio che spiega l’ascendenza denisoviana in Melanesia e Australia.

Riferimenti

  • Chris Stringer, Lone Survivors: How We Came to Be the Only Humans on Earth, 2012, Times Books
  • Luca Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue, 1996, Adelphi
  • Rasmus Nielsen e altri, Tracing the peopling of the world through genomics, 2017, Nature
  • David Reich e altri, Genetic history of an archaic hominin group from Denisova Cave in Siberia, 2010, Nature

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