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Atlante della storia umana

OriginiIl mondo glaciale

Sapiens in Europa

Con l'Aurignaziano arrivano lame, ornamenti personali e le prime statuette

contestato

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

A partire da circa 45.000-43.000 anni fa, gruppi di Homo sapiens si stabilirono in Europa, dove per alcune migliaia di anni convissero con le popolazioni neandertaliane già presenti da centinaia di migliaia di anni. Portavano con sé un insieme di tecniche e comportamenti noto come Aurignaziano: strumenti di pietra scheggiati su lama, i primi utensili sistematici in osso e corno, ornamenti personali come conchiglie e denti forati, e le prime statuette antropomorfe e zoomorfe conosciute al mondo. Nella valle dell’Ach, in Svevia, quella cultura lasciò l’uomo-leone di Hohlenstein-Stadel, le Veneri più antiche di Hohle Fels e alcuni dei più antichi strumenti musicali mai ritrovati. Conta perché segna, in questa regione, l’inizio di una produzione stabile di oggetti che non servivano a procurarsi cibo.

Contesto

Quarantacinquemila anni fa l’Europa era già abitata. I Neanderthal vi vivevano da oltre trecentomila anni, adattati al clima instabile del Pleistocene, cacciatori di grossa selvaggina con un’industria litica musteriana, discussa altrove in questo atlante. Il continente attraversava una fase glaciale: verso nord i ghiacci scandinavi coprivano gran parte del territorio oggi abitato, e a sud di essi si stendeva una fascia di steppa-tundra fredda e secca, povera di alberi ma ricca di erba, che ospitava mandrie di mammut, cavalli selvatici, renne e bisonti. Era un ambiente povero di calorie vegetali ma denso di carne, e la caccia a quella fauna di grossa taglia era la base economica di qualunque gruppo vi si stabilisse, sapiens o neandertaliano.

I sapiens che raggiunsero l’Europa non venivano direttamente dall’Africa: erano l’esito di popolazioni già presenti da tempo nel Levante, dove Homo sapiens è attestato ben prima di questa data, e di una più ampia dispersione verso l’Eurasia che questo atlante racconta altrove come “fuori dall’Africa”. L’arrivo in Europa non fu un evento puntuale, ma l’espansione, generazione dopo generazione, di piccoli gruppi lungo corridoi già battuti da altre specie umane: le valli del Danubio e del Reno verso l’Europa centrale, la fascia costiera mediterranea verso quella occidentale.

Un fattore materiale rese possibile la comparsa di oggetti simbolici: una caccia efficace a una fauna di grossa taglia, praticata da gruppi numerosi e stabili, produceva surplus di tempo e di materia prima — avorio, corno, osso lungo — oltre il fabbisogno immediato di cibo e riparo. Senza quel margine, fabbricare una statuetta o un flauto, lavoro specializzato senza ritorno nutrizionale diretto, sarebbe stato un lusso che nessun gruppo poteva permettersi.

Svolgimento

L’industria litica di questa fase, l’Aurignaziano, si distingue dal Musteriano neandertaliano soprattutto nel metodo di lavorazione della pietra: invece di ricavare poche schegge relativamente larghe da un nucleo, come nella tecnica Levallois, i tagliatori aurignaziani producevano lame lunghe e sottili in serie da uno stesso nucleo preparato, ottenendo molto più tagliente da un dato peso di materia prima e strumenti più standardizzati — grattatoi, bulini, punte — per lavorazioni specifiche su osso, corno e pelle.

Fu proprio la lavorazione sistematica di osso e corno di cervo a essere una novità: prima di questa fase è rara, dopo diventa una tecnica diffusa per punte, spatole e manici. Insieme comparvero i primi ornamenti personali su ampia scala: conchiglie marine forate, portate spesso a centinaia di chilometri dalla costa più vicina, e denti animali forati, cuciti forse su indumenti o infilati in collane. Non erano oggetti isolati: la loro ripetizione in siti diversi indica un comportamento condiviso, non l’invenzione estemporanea di un singolo individuo.

Nella valle dell’Ach, in Svevia, una serie di grotte — Hohlenstein-Stadel, Hohle Fels, Geissenklösterle e Vogelherd — restituì, a partire dagli scavi del Novecento e con scoperte proseguite fino agli anni duemila, alcuni degli oggetti più antichi al mondo nel loro genere. A Hohlenstein-Stadel, fra il 1939 e ricomposizioni successive protrattesi fino agli anni novanta, fu ricostruita una statuetta in avorio di mammut alta circa trenta centimetri, nota come l’uomo-leone: un corpo umano eretto con testa e tratti felini, databile a circa 40.000 anni fa. È una delle prime rappresentazioni ibride uomo-animale conosciute, e presuppone la capacità di combinare in un’unica immagine elementi tratti da esseri diversi.

A Hohle Fels, nel 2008, il gruppo diretto da Nicholas Conard trovò una statuetta femminile in avorio di mammut, alta circa sei centimetri, con caratteri sessuali marcatamente accentuati e testa ridotta a un piccolo anello, forse per essere portata appesa: è la più antica delle statuette note come Veneri paleolitiche, databile fra circa 40.000 e 35.000 anni fa. Nella stessa regione vennero alla luce frammenti di flauti ricavati da ossa cave d’avvoltoio e, in un caso, da avorio di mammut lavorato: tubi con fori digitali praticati con cura, fra i più antichi strumenti musicali conosciuti al mondo. Fabbricare un flauto in avorio richiede spaccare longitudinalmente un materiale duro, scavarne l’interno e ricongiungere le due metà: una lavorazione lunga per un oggetto che non serve a cacciare né a tagliare.

Per alcune migliaia di anni, in diverse regioni d’Europa, i gruppi aurignaziani di sapiens e le ultime popolazioni neandertaliane occuparono territori vicini o sovrapposti, come mostrano datazioni di siti musteriani e aurignaziani troppo ravvicinate per escludere una compresenza. Non è materia di questa voce ricostruire come finì quella convivenza: la scomparsa dei Neanderthal è raccontata a parte.

Conseguenze

A breve termine, la diffusione dell’Aurignaziano cambiò il modo in cui i gruppi umani in Europa usavano il tempo e la materia prima: parte del lavoro non andava più solo a procurare cibo e riparo, ma alla fabbricazione di oggetti — ornamenti, statuette, strumenti musicali — che segnalavano identità o appartenenza a chi li vedeva indosso o li sentiva suonare. È un cambiamento nell’organizzazione sociale prima che nella tecnologia in senso stretto.

A lungo termine, le tecniche aurignaziane — lavorazione su lama, uso sistematico di osso e corno, ornamento personale — non scomparvero con la fine di questa fase, ma si trasformarono nelle culture del Paleolitico superiore europeo che seguirono, fra cui quella che produsse le grandi pitture parietali di grotte come Chauvet, Lascaux e Altamira, raccontate altrove in questo atlante. La tradizione delle statuette femminili proseguì per decine di migliaia di anni, fino a quelle, più tarde e più diffuse, del Gravettiano.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le fonti sono quasi interamente materiali: industria litica, resti faunistici, oggetti in osso, corno e avorio, e datazioni al radiocarbonio sul collagene osseo o su frammenti di carbone associati. Non esistono testi, e la ricostruzione dipende dalla stratigrafia dei siti.

Su questo la cronologia resta genuinamente dibattuta, ed è per questo che la data qui indicata è “contestata”. Le prime datazioni proposte per l’arrivo di sapiens in Europa e per l’inizio dell’Aurignaziano sono state ridiscusse più volte: alcuni siti dell’Europa meridionale e orientale hanno restituito, in tempi diversi, date più antiche di quelle oggi considerate solide, poi ridimensionate quando nuove analisi hanno mostrato contaminazione dei campioni o incertezze nell’associazione stratigrafica con gli strati aurignaziani. La forchetta oggi più citata, circa 45.000-43.000 anni fa, è una convenzione che riassume un intervallo di stime, non una data concordata da tutti.

Un secondo punto resta irrisolto, e riguarda una voce collegata più che questa: perché proprio in questo periodo scomparvero i Neanderthal. Fra le ipotesi discusse in letteratura ci sono la competizione diretta per le stesse risorse con i sapiens in espansione, il peggioramento climatico che rese la steppa-tundra più difficile da sfruttare per popolazioni già ridotte, e la dimensione demografica strutturalmente piccola delle bande neandertaliane, più vulnerabile a un declino anche senza una causa dominante. Nessuna di queste letture esclude le altre, e la questione è discussa nella voce dedicata alla scomparsa dei Neanderthal.

Va infine ricordato, per non presentare l’Aurignaziano come l’origine assoluta del comportamento simbolico umano, che tracce di ornamento personale e di marcatura intenzionale esistevano già molto prima e altrove: i blocchi di ocra incisa e le conchiglie forate della grotta di Blombos, in Sudafrica, precedono di decine di migliaia di anni le statuette della Svevia. L’Aurignaziano non inventa il simbolismo: ne porta una forma particolarmente elaborata e ben conservata in Europa.

Approfondimenti

  • Nicholas J. Conard, “A female figurine from the basal Aurignacian of Hohle Fels Cave in southwestern Germany” (2009) — l’articolo che presenta la Venere di Hohle Fels, con la descrizione dello strato e della datazione.
  • Nicholas J. Conard e altri, “New flutes document the earliest musical tradition in southwestern Germany” (2009) — sui flauti in osso d’avvoltoio e avorio della valle dell’Ach, utile per capire quanto lavoro richiedesse fabbricarli.
  • Nicholas J. Conard, “Palaeolithic ivory sculptures from southwestern Germany and the origins of figurative art” (2003) — colloca l’uomo-leone e le altre sculture d’avorio della Svevia nel quadro più ampio delle origini dell’arte figurativa.

Riferimenti

  • Nicholas J. Conard, A female figurine from the basal Aurignacian of Hohle Fels Cave in southwestern Germany, 2009
  • Nicholas J. Conard e altri, New flutes document the earliest musical tradition in southwestern Germany, 2009
  • Nicholas J. Conard, Palaeolithic ivory sculptures from southwestern Germany and the origins of figurative art, 2003, Nature

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