In breve
I Neanderthal (Homo neanderthalensis) furono una specie umana che occupò l’Eurasia occidentale, dai margini atlantici fino all’Asia centrale, a partire da circa 400.000 anni fa. Il loro corpo, tozzo e robusto, e il loro cervello, in media grande quanto o più grande di quello dei sapiens moderni, erano l’esito di centinaia di migliaia di anni di vita in un continente segnato da glaciazioni ricorrenti. Cacciarono grossa selvaggina con strumenti musteriani, seppellirono almeno alcuni dei loro morti e curarono i feriti a lungo. Si incrociarono anche con Homo sapiens: il loro DNA è presente oggi, per l’uno-due per cento, nei genomi di chi discende da popolazioni non africane.
Contesto
L’Eurasia occidentale del Pleistocene medio era un continente instabile dal punto di vista climatico: cicli di raffreddamento e riscaldamento si susseguivano su decine di migliaia di anni, spingendo tundra e steppa fredda fin sotto le Alpi nelle fasi peggiori. Popolazioni umane arcaiche vivevano già in Europa da centinaia di migliaia di anni: i resti di Sima de los Huesos, in Spagna settentrionale, databili a circa 430.000 anni fa, mostrano tratti già riconoscibili come pre-neandertaliani, in particolare nella regione facciale.
Da queste popolazioni, per un processo graduale e non per un singolo evento databile, emerse un insieme di caratteri propri della linea neandertaliana: corporatura compatta, arti relativamente corti rispetto al tronco, una cresta ossea marcata sopra le orbite e un naso ampio e proiettato in avanti. Sono tratti coerenti con le regole di Bergmann e Allen, che in molte specie legano un corpo tozzo e appendici corte alla dispersione ridotta di calore nei climi freddi. Il naso grande, secondo un’ipotesi diffusa, riscaldava e umidificava l’aria gelida prima che raggiungesse i polmoni, anche se resta discusso quanto questo spieghi da solo la sua forma.
Il territorio neandertaliano non era omogeneo: comprendeva la Francia e la penisola iberica, l’Europa centrale, i Balcani, il Levante e, verso oriente, l’Asia centrale fino ai monti Altaj in Siberia meridionale. Erano gruppi piccoli, dispersi su un’area enorme, dove la selvaggina di grossa taglia — cervidi, bovidi selvatici, in alcune regioni anche elefanti antichi e rinoceronti — era la risorsa alimentare più densa disponibile.
Svolgimento
Per oltre trecentomila anni i Neanderthal cacciarono e raccolsero in un ambiente che alternava fasi temperate a fasi glaciali. Usarono un’industria litica chiamata musteriana, dal sito di Le Moustier in Francia: strumenti scheggiati su nucleo con la tecnica Levallois, che permetteva di prevedere la forma della scheggia prima di staccarla e di ottenere lame e punte relativamente standardizzate. Con questi strumenti cacciavano in modo cooperativo grossa selvaggina, spesso in gruppo, come indicano gli accumuli di ossa di grandi erbivori nei siti di macellazione europei.
I dati isotopici ricavati dal collagene delle loro ossa — in particolare i rapporti fra azoto 15 e azoto 14 — collocano i Neanderthal come consumatori quasi esclusivamente carnivori, con livelli paragonabili a quelli di predatori all’apice della catena alimentare come i lupi o le iene di allora. Il costo energetico del loro fisico era alto: un corpo robusto e muscoloso, adattato al freddo e allo sforzo della caccia ravvicinata, richiedeva un apporto calorico giornaliero superiore a quello di un sapiens di corporatura media, il che aiuta a spiegare la dieta così sbilanciata verso la carne, la fonte energetica più densa disponibile in un ambiente periglaciale.
A La Chapelle-aux-Saints, in Francia, lo scheletro di un uomo anziano, scoperto nel 1908, mostrava artrosi avanzata e la perdita di quasi tutti i denti prima della morte: la sua posizione, in una fossa poco profonda, è stata a lungo interpretata come una sepoltura intenzionale. A Shanidar, in Iraq, gli scavi di Ralph Solecki, condotti a partire dagli anni Cinquanta, restituirono diversi individui, fra cui uno, Shanidar 1, cieco da un occhio, privo dell’avambraccio destro amputato e segnato da altre lesioni gravi: sopravvisse anni a quelle menomazioni, il che implica che qualcun altro lo nutrì e lo assistette a lungo. In alcune grotte iberiche sono stati trovati conchiglie forate e pigmenti minerali associati a strati neandertaliani, interpretati da alcuni come ornamenti personali e uso simbolico del colore.
Verso la fine della loro storia come popolazione distinta, i Neanderthal entrarono in contatto con gruppi di Homo sapiens in espansione dal Levante verso l’Europa. Da quell’incontro nacquero individui di ascendenza mista, di cui resta traccia genetica diretta in un femore di Oase, in Romania, appartenuto a un uomo con un antenato neandertaliano solo quattro o sei generazioni prima. Il destino della popolazione neandertaliana come specie distinta, estinta attorno a 40.000 anni fa con sacche residue discusse in alcune regioni iberiche, è materia di una voce a parte.
Conseguenze
A breve termine, per le popolazioni neandertaliane stesse, l’incrocio con i sapiens in espansione lasciò discendenza mista in più punti dell’Eurasia occidentale, come mostrano i genomi di alcuni sapiens antichi vissuti proprio in quei secoli, con quote di ascendenza neandertaliana molto più alte di quelle odierne.
A lungo termine, la conseguenza più duratura riguarda noi: il sequenziamento del genoma neandertaliano, completato nel 2010 dal gruppo di Svante Pääbo e pubblicato su Science, mostrò che una quota fra l’uno e il due per cento del DNA delle persone di origine non africana odierne deriva da quegli incroci. Alcune di quelle varianti influenzano oggi tratti immunitari, la coagulazione del sangue e la risposta a certi agenti patogeni: frammenti di genoma tuttora attivi in miliardi di persone, non un’eredità solo simbolica. Per questo lavoro, insieme alla ricostruzione del genoma dei Denisoviani, Pääbo ha ricevuto il premio Nobel per la fisiologia o la medicina nel 2022.
Sul piano storiografico, la conseguenza più importante riguarda l’immagine dei Neanderthal. Per gran parte del Novecento furono presentati come una versione rozza dell’umanità, un’interpretazione che risale in parte a una ricostruzione errata dello scheletro di La Chapelle-aux-Saints, curvo per l’artrosi e non per una postura primitiva. Le prove di caccia cooperativa, cura dei feriti, sepolture e possibile uso di ornamenti hanno corretto quell’immagine: non una tappa rozza verso i sapiens, ma una specie umana diversa, adattata con successo a un ambiente difficile per centinaia di migliaia di anni.
Nel frattempo altrove
- 780 kaHomo erectus in Asia orientale — Asia orientale
- 300 kaHomo sapiens — Africa
- 200 kaI Denisoviani — Asia orientale
- 120 kaSapiens in Levante — Medio Oriente
- 66.950 anni faArrivo in Australia — Oceania
- 21.000 a.C.Le impronte di White Sands — Americhe
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
Come lo sappiamo
Le fonti sono materiali quasi per intero: non esistono testi scritti, e la ricostruzione si fonda su scheletri, industria litica, resti faunistici e, dal 2010 in avanti, sul DNA antico. Il sequenziamento del genoma neandertaliano, guidato da Svante Pääbo e pubblicato su Science nel 2010, rese possibile confrontare direttamente il genoma neandertaliano con quello dei sapiens odierni, stabilendo l’incrocio come fatto genetico e non solo come ipotesi morfologica.
Due dibattiti restano aperti. Il primo riguarda l’intenzionalità delle sepolture. Casi come La Chapelle-aux-Saints e alcune deposizioni di Shanidar furono interpretati per decenni come sepolture deliberate. Robert Gargett, in un articolo influente degli anni Ottanta, sostenne che molte di quelle fosse potessero essere il risultato di processi naturali — crolli, accumuli sedimentari, protezione fortuita di una carcassa in una nicchia — e chiese criteri più rigorosi prima di parlare di intenzionalità. Altri paleoantropologi, riesaminando la stratigrafia di alcuni siti francesi con tecniche più recenti, hanno risposto che in un numero ristretto di casi la fossa, la postura del corpo e l’assenza di segni di predazione sono difficilmente spiegabili senza un intervento umano deliberato. La posizione oggi più diffusa è intermedia: alcune sepolture appaiono solide, molte altre restano incerte, e il numero esatto dipende dai criteri usati.
Il secondo dibattito riguarda pigmenti e ornamenti. Il ritrovamento di conchiglie forate e coloranti minerali in strati neandertaliani iberici è stato presentato da una parte della comunità come prova di comportamento simbolico sviluppato indipendentemente dai sapiens. Altri obiettano che le datazioni di alcuni di quegli strati sono meno salde di quanto dichiarato, o che l’uso simbolico fu forse acquisito per contatto con gruppi di sapiens già presenti nella regione, rendendo difficile isolarne un’origine puramente neandertaliana. La questione resta irrisolta perché dipende da poche datazioni contestate, non da un disaccordo interpretativo di fondo.
Approfondimenti
- Svante Pääbo, Neanderthal Man: In Search of Lost Genomes (2014) — il racconto in prima persona di chi ha guidato il sequenziamento del genoma, utile per capire quanto lavoro tecnico stia dietro a una frase come «l’uno-due per cento».
- Richard E. Green e altri, A Draft Sequence of the Neandertal Genome (2010) — il paper originale su Science: la fonte primaria dell’incrocio genetico, non un riassunto divulgativo.
- Erik Trinkaus, The Neandertals: Changing the Image of Mankind (1993) — la revisione paleoantropologica che ha smontato l’immagine ottocentesca del Neanderthal curvo e rozzo.