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Atlante della storia umana

OriginiHomo e la pietra

Homo erectus in Asia orientale

A Zhoukoudian e in Giava gli umani arcaici occupano stabilmente l'Estremo Oriente

millennio

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

A Zhoukoudian, presso Pechino, e a Giava, in Indonesia, gruppi di Homo erectus occuparono per centinaia di migliaia di anni gli stessi luoghi, nella prima presenza umana davvero stabile nell’Estremo Oriente. A Zhoukoudian si succedettero occupazioni fra circa 780.000 e 400.000 anni fa, note come «uomo di Pechino» e scavate dal 1921 soprattutto da paleontologi cinesi, fra cui Pei Wenzhong. A Giava la specie era arrivata prima, come mostrò nel 1891 la scoperta di Eugène Dubois a Trinil, e vi sopravvisse più a lungo che altrove: le datazioni più recenti collocano le ultime popolazioni note, a Ngandong sul fiume Solo, fra 117.000 e 108.000 anni fa, quando Homo sapiens esisteva già altrove. Gli originali dell’uomo di Pechino andarono perduti durante la Seconda guerra mondiale e non sono mai stati ritrovati: uno dei più gravi casi di dispersione di patrimonio paleoantropologico del Novecento.

Contesto

Quando Homo erectus lasciò l’Africa, comparendo a Dmanisi già 1,8 milioni di anni fa, la specie disponeva di un corpo adatto a lunghe distanze e di una tecnologia litica semplice, sufficienti a seguire corridoi di savana verso oriente. L’Asia orientale offriva due ambienti molto diversi. Il nord della Cina, intorno a Pechino, era una regione di colline calcaree bucate da grotte, con inverni freddi e una fauna di cervi, iene e grandi felini: la grotta di Zhoukoudian, riempita nel tempo da strati di sedimenti e ceneri naturali, si rivelò un contenitore eccezionale per la conservazione di ossa. Giava, più a sud, era periodicamente collegata alla terraferma asiatica: nelle fasi glaciali, quando il livello del mare si abbassava, l’attuale piattaforma della Sonda emergeva come un’unica massa di terra percorribile a piedi, e si richiudeva in mare quando il livello risaliva. È in questo secondo ambiente, fra il fiume Solo e vulcani attivi che seppellivano rapidamente i sedimenti, che si formarono i giacimenti di Trinil e di Ngandong.

Svolgimento

A Zhoukoudian il primo indizio arrivò nel 1921, quando il geologo svedese Johan Gunnar Andersson e il paleontologo austriaco Otto Zdansky individuarono depositi fossiliferi nella collina delle «Ossa di drago», nome con cui i cavatori locali vendevano da secoli resti fossili come medicina tradizionale. Gli scavi sistematici, avviati nel 1927 sotto la direzione dell’anatomista canadese Davidson Black e finanziati dal Peking Union Medical College e dal Servizio geologico cinese, portarono presto a un primo molare, sulla cui base Black propose un nuovo genere, Sinanthropus pekinensis. La scoperta che rese il sito famoso arrivò il 2 dicembre 1929, quando il giovane paleontologo cinese Pei Wenzhong portò alla luce il primo calvario completo alla Località 1, e ne diresse gli scavi per il decennio seguente. Dopo la morte di Black nel 1934, la descrizione anatomica passò al tedesco Franz Weidenreich, che produsse calchi e monografie dettagliate. Gli scavi, proseguiti fino al 1937, restituirono resti di circa quaranta individui, in strati datati nel 2009 con il metodo del berillio-10 e alluminio-26 fra circa 780.000 e 400.000 anni fa.

Nel 1941, con l’occupazione giapponese della Cina settentrionale ormai avanzata, le autorità del Peking Union Medical College decisero di mettere in salvo i fossili originali, custoditi in una cassaforte a Pechino, affidandoli a un convoglio diretto alla costa per l’imbarco verso gli Stati Uniti. Il convoglio non arrivò mai a destinazione: nella confusione seguita all’attacco giapponese di Pearl Harbor, l’8 dicembre 1941, le casse scomparvero, e da allora non sono più state ritrovate. Sopravvissero solo i calchi e le descrizioni di Weidenreich, portati con lui negli Stati Uniti prima della guerra: è su quel materiale, non sugli originali, che si fonda gran parte di ciò che oggi si sa dell’uomo di Pechino. Scavi ripresi dopo il 1949 restituirono altri frammenti dallo stesso sito, ma i resti raccolti fra il 1929 e il 1937 restano dispersi.

A Giava la presenza della specie era nota da prima. Nel 1891, presso Trinil sul fiume Solo, il medico e anatomista olandese Eugène Dubois trovò un calvario, e l’anno dopo un femore dalla forma inequivocabilmente eretta: nel 1894 li descrisse come Pithecanthropus erectus, il primo fossile umano arcaico riconosciuto come tale fuori dall’Europa. Fra il 1931 e il 1933 una squadra del Servizio geologico delle Indie olandesi diretta da C. ter Haar e W.F.F. Oppenoorth scavò a Ngandong, una terrazza più alta lungo lo stesso fiume, venti chilometri da Trinil, e vi trovò dodici calvari e due frammenti di tibia, noti come «uomo di Solo»: una popolazione più tarda e più derivata, la cui datazione restò incerta per decenni perché i fossili giacevano in una terrazza fluviale rimaneggiata, non nello strato originario. Uno studio pubblicato nel 2019 su Nature, guidato da Yan Rizal e Kira Westaway, datò l’intera sequenza con più metodi indipendenti, proponendo un’età di 117.000-108.000 anni per l’ultima occupazione: una data sorprendentemente tarda, che farebbe di Ngandong l’ultimo rifugio noto di Homo erectus.

Conseguenze

Nel breve periodo, la scoperta di Zhoukoudian diede alla giovane paleontologia cinese una vetrina internazionale: l’uomo di Pechino divenne, negli anni trenta, la prova più completa allora disponibile dell’anatomia di Homo erectus. La perdita dei fossili durante la guerra privò per sempre la disciplina degli originali: un caso da manuale di quanto la conoscenza scientifica dipenda da condizioni materiali fragili, non solo dal rigore delle analisi.

Nel lungo periodo, i due siti mostrarono che Homo erectus non attraversò l’Asia orientale di passaggio, ma vi costruì popolazioni stabili per centinaia di migliaia di anni, adattandosi ad ambienti diversi — grotte temperate a nord, foreste tropicali isolate dal mare a sud — senza il corredo di bifacciali acheuleani diffuso altrove nell’areale della specie. E se la datazione di Ngandong è corretta, la sopravvivenza si protrasse fino a un’epoca in cui Homo sapiens già viveva in Africa e nel Levante, e i denisoviani abitavano ancora l’Asia: più popolazioni umane condivisero lo stesso continente, anche se non risulta che si siano mai incontrate proprio a Giava.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Su Zhoukoudian il punto più discusso riguarda il fuoco. Gli scavatori degli anni trenta, e Pei Wenzhong per primo, interpretarono strati scuri e cineracei nella Località 1, insieme a ossa dall’aspetto bruciato, come prova di focolari e quindi di un controllo del fuoco: per decenni Zhoukoudian fu citato nei manuali come l’esempio più antico del genere. Nel 1998 Steve Weiner e colleghi riesaminarono quegli strati con analisi chimiche pubblicate su Science, senza trovare le tracce di cenere vegetale che un fuoco di legna dovrebbe lasciare: proposero che il materiale scuro derivasse invece da sedimenti d’acqua o da altre alterazioni successive alla deposizione, non da combustione controllata dentro la grotta. La questione resta aperta: nessuno nega che gli abitanti di Zhoukoudian conoscessero il fuoco, ma se lo sapessero accendere e mantenere, o si limitassero a sfruttare fuochi naturali, non è dimostrato con la certezza con cui lo si legge nei racconti divulgativi.

Su Ngandong il dibattito riguarda la datazione e le sue implicazioni. I fossili furono scavati negli anni trenta senza registrazioni stratigrafiche moderne, e per decenni si discusse quanto fossero rappresentativi dello strato in cui giacevano: uno studio del 1996 aveva proposto date sorprendentemente giovani, fra 53.000 e 27.000 anni, usando denti di bovidi dello stesso deposito, ma la loro associazione con i fossili umani era incerta. Lo studio guidato da Rizal e Westaway nel 2019 datò invece l’intera terrazza con più metodi indipendenti, arrivando a una forbice di 117.000-108.000 anni, presentata come la più solida oggi disponibile. Se corretta, questa data implica che Homo erectus sopravvisse a Giava per un tempo lunghissimo dopo essere scomparso altrove, in parziale sovrapposizione con la comparsa di Homo sapiens in Africa: un’implicazione che alcuni paleoantropologi accolgono con cautela, perché si basa su un solo sito e su una ricostruzione della sequenza deposizionale che resta indiretta.

Approfondimenti

  • Steve Weiner e altri, Evidence for the Use of Fire at Zhoukoudian, China (1998) — la rilettura chimica che ha rimesso in discussione l’uso controllato del fuoco a Zhoukoudian.
  • Guanjun Shen e altri, Age of Zhoukoudian Homo erectus determined with 26Al/10Be burial dating (2009) — la datazione che ha esteso all’indietro la cronologia del sito.
  • Yan Rizal e altri, Last appearance of Homo erectus at Ngandong, Java, 117,000-108,000 years ago (2019) — lo studio su cui si basa la datazione tarda discussa in questa voce.
  • Jia Lanpo e altri, The Story of Peking Man: From Archaeology to Mystery (1990) — il racconto di uno dei paleontologi cinesi che diressero gli scavi, prezioso anche per la vicenda della perdita dei fossili.

Riferimenti

  • Steve Weiner e altri, Evidence for the Use of Fire at Zhoukoudian, China, 1998, Science
  • Guanjun Shen e altri, Age of Zhoukoudian Homo erectus determined with 26Al/10Be burial dating, 2009, Nature
  • Yan Rizal e altri, Last appearance of Homo erectus at Ngandong, Java, 117,000-108,000 years ago, 2019, Nature
  • Jia Lanpo e altri, The Story of Peking Man: From Archaeology to Mystery, 1990, Oxford University Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.