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Atlante della storia umana

OriginiSapiens e simboli

Arrivo in Australia

A Madjedbebe si documenta la presenza umana nel continente australiano:

contestato

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

A Madjedbebe, riparo roccioso nella Terra di Arnhem, nel Territorio del Nord australiano, si trova la prova più antica conosciuta della presenza umana in Australia. Il sito fu scavato in più fasi a partire dal 1973, sempre con il coinvolgimento del popolo Mirarr, i cui custodi tradizionali ne gestiscono ancora oggi l’accesso attraverso la Gundjeihmi Aboriginal Corporation. Nel 2017 un’équipe guidata da Chris Clarkson pubblicò su Nature datazioni, ottenute con la luminescenza otticamente stimolata su granelli di quarzo, che collocarono lo strato più antico a circa 65.000 anni fa, contro le stime precedenti di 47.000-50.000 anni: un risultato che aprì un dibattito sulla datazione tuttora aperto. Raggiungere l’Australia, anche nella lettura più prudente, richiedeva comunque l’attraversamento di bracci di mare mai emersi: è la prova più antica conosciuta di navigazione intenzionale umana. Fra i reperti dello strato più profondo comparvero la più antica ascia con bordo levigato oggi nota al mondo e frammenti di ocra macinata, segno di pratiche simboliche fin dai primi tempi dell’occupazione.

Contesto

Durante le fasi fredde del Pleistocene il livello del mare era più basso di oggi anche di sessanta-ottanta metri. A quella profondità la piattaforma continentale intorno all’Australia, alla Nuova Guinea e alla Tasmania emergeva quasi per intero, e le tre terre formavano un unico continente, oggi chiamato Sahul. Lo stesso valeva a ovest, dove la penisola malese, Sumatra, Giava e Borneo si univano al continente asiatico in un blocco altrettanto vasto, Sunda. Fra i due blocchi restava però un arcipelago — Sulawesi, Timor, Flores, le Molucche — separato da bracci di mare profondi migliaia di metri, segno di un confine tettonico e non di una piattaforma sommersa: nessun abbassamento del livello marino li avrebbe mai prosciugati. Chi voleva passare da Sunda a Sahul doveva perciò attraversare più tratti di mare aperto, ciascuno di decine di chilometri, spesso senza vedere in anticipo la terra d’arrivo.

Questo vincolo geografico spiegava perché l’arrivo in Australia non potesse essere un episodio casuale di deriva: una sola persona portata al largo da una corrente non fonda una popolazione. Servivano imbarcazioni capaci di trasportare più individui, traversate ripetute nel tempo, e una qualche capacità di programmare la rotta sapendo che una terra, anche se non visibile dalla partenza, poteva trovarsi al di là dell’orizzonte. Per questo Madjedbebe fu poi letta come la prova più antica conosciuta di navigazione intenzionale.

Il gruppo che raggiunse Sahul faceva parte di una dispersione più ampia di Homo sapiens fuori dall’Africa, in corso lungo le coste dell’Asia meridionale, e condivideva il continente con Neanderthal a ovest, Denisoviani più a est e forme arcaiche di Homo erectus sopravvissute nel Sud-est asiatico insulare. In Australia settentrionale trovò una savana monsonica non troppo diversa da quella attuale: l’altopiano arenario della Terra di Arnhem offriva ripari sotto roccia come Madjedbebe.

Svolgimento

Il riparo che oggi porta il nome mirarr di Madjedbebe fu scavato per la prima volta nel 1973 dall’archeologo Johan Kamminga, che lo registrò con la sigla Malakunanja II. Un secondo scavo, nel 1989, condotto da Richard Roberts, Rhys Jones e Mike Smith, applicò la termoluminescenza e ottenne date comprese fra 50.000 e 60.000 anni per gli strati più profondi: una cifra che all’epoca sorprese e fu accolta con cautela.

Fra il 2012 e il 2015 un nuovo scavo, diretto da Chris Clarkson dell’Università del Queensland, riaprì il sito in collaborazione diretta con i Mirarr: i custodi tradizionali, rappresentati dalla Gundjeihmi Aboriginal Corporation, autorizzarono e seguirono i lavori, e alcuni di loro, fra cui May Nango, parteciparono materialmente allo scavo con conoscenze sul territorio che nessun manuale di archeologia contiene. Dallo strato più antico uscirono oltre diecimila reperti: strumenti di pietra scheggiata, macine, grumi di ocra rossa e gialla lavorata, e un frammento di ascia con il bordo levigato per attrito — la più antica ascia di questo tipo oggi conosciuta al mondo, che precedeva di decine di migliaia di anni tecniche simili comparse altrove solo con la rivoluzione neolitica.

Le datazioni, pubblicate nel 2017 su Nature dal gruppo di Clarkson con la geocronologa Zenobia Jacobs, usarono la luminescenza otticamente stimolata su singoli granelli di quarzo. Il risultato collocò l’occupazione più antica intorno a 65.000 anni fa, con un margine che nell’articolo originale arrivava a circa 80.000: una cifra maggiore rispetto alle stime allora correnti, intorno ai 47.000-50.000.

Conseguenze

Nell’immediato la scoperta spostò la cronologia della prima colonizzazione dell’Australia molto più vicino nel tempo alla dispersione di Homo sapiens fuori dall’Africa: la traversata avvenne pochi millenni dopo che i primi gruppi di sapiens avevano lasciato il continente africano, lasciando poco spazio a un cammino lento lungo le coste asiatiche. L’ascia levigata trovata nello stesso strato mostrò inoltre che l’innovazione tecnologica a Sahul non dipendeva da contatti con l’Eurasia: una tecnica associata altrove alla rivoluzione neolitica, migliaia di anni più tardi, comparve qui in modo indipendente.

Nel lungo periodo la conseguenza più rilevante riguarda la continuità. L’occupazione di Madjedbebe rende quella aborigena australiana la cultura continua documentata più a lungo nel mondo, senza interruzioni note fra i primi arrivi e il presente: non un primato cronologico fine a sé stesso, ma un legame con il territorio che i Mirarr affermano da sempre nei propri termini, e che l’archeologia qui può misurare. Il sito si trova inoltre in un’area sotto pressione mineraria, nei pressi delle concessioni di Ranger e Jabiluka, ai margini del parco di Kakadu, e la sua antichità è stata usata dai Mirarr, tramite la Gundjeihmi Aboriginal Corporation, come argomento a sostegno della protezione del luogo dall’espansione estrattiva.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le prove materiali sono di due tipi che si controllano a vicenda: la stratigrafia e la densità dei manufatti da un lato, le datazioni fisiche dall’altro. Clarkson e colleghi tracciarono la densità dei reperti strato per strato, e la trovarono in calo graduale verso il basso, senza salti bruschi che avrebbero segnalato un disturbo importante — un argomento a favore dell’integrità della sequenza.

Sulla datazione la comunità scientifica resta divisa, ed è la ragione per cui questa scheda segna l’anno come contestato. Clarkson e la geocronologa Zenobia Jacobs sostennero, sulla base della luminescenza a singolo granello — che misura da quanto tempo un granello di quarzo non riceve luce, applicata grano per grano invece che su un campione aggregato — che lo strato più profondo con manufatti risalisse a circa 65.000 anni fa. Altri archeologi, fra cui James O’Connell e Jim Allen, obiettarono che i sedimenti sabbiosi dei ripari della Terra di Arnhem sono soggetti a bioturbazione: termiti, formiche e radici scavano gallerie che possono spostare oggetti piccoli, come le schegge di pietra, verso strati più profondi nel corso di decine di migliaia di anni, facendoli risultare più antichi di quando furono davvero abbandonati. Se ciò fosse avvenuto, gli strumenti più antichi potrebbero essersi infiltrati in sedimenti databili a 65.000 anni pur essendo stati usati più tardi, in un’epoca più vicina ai 50.000 anni coerenti con altri siti antichi di Sahul. La questione resta genuinamente irrisolta: nessuna delle due parti ha prodotto una prova che la chiuda in modo definitivo. Questa scheda riporta 65.000 anni perché è la lettura della pubblicazione originale e la più citata, non perché la controversia sia stata risolta a suo favore.

Va aggiunto un terzo tipo di fonte, non fisica: il rapporto diretto con i Mirarr. Lo scavo del 2012-2015 fu condotto con il permesso dei custodi tradizionali — la decisione su cosa scavare, quando e come restò nelle mani della comunità, rappresentata dalla Gundjeihmi Aboriginal Corporation, e continua a esserlo oggi. La relazione fra i Mirarr e questo luogo non è un capitolo chiuso nel 2017: è una relazione che vale ancora oggi.

Approfondimenti

  • Chris Clarkson e altri, “Human occupation of northern Australia by 65,000 years ago” (Nature, 2017) — lo studio originale, con la discussione tecnica delle datazioni e la descrizione dei reperti.
  • Billy Griffiths, Deep Time Dreaming: Listening to Ancient Australia (Black Inc, 2018) — la storia della ricerca a Madjedbebe intrecciata con quella dei rapporti fra archeologi e proprietari tradizionali.
  • James F. O’Connell, Jim Allen e altri, “When did Homo sapiens first reach Southeast Asia and Sahul?” (PNAS, 2018) — la lettura scettica sulla datazione a 65.000 anni: utile per capire su cosa verte davvero il dibattito.
  • Richard G. Roberts e altri, “Thermoluminescence dating of a 50,000-year-old human occupation site in northern Australia” (Nature, 1990) — il primo studio a proporre date molto antiche per lo stesso sito, con un metodo diverso da quello del 2017.

Riferimenti

  • Chris Clarkson e altri, Human occupation of northern Australia by 65,000 years ago, 2017, Nature
  • Richard G. Roberts e altri, Thermoluminescence dating of a 50,000-year-old human occupation site in northern Australia, 1990, Nature
  • James F. O'Connell e altri, When did Homo sapiens first reach Southeast Asia and Sahul?, 2018, PNAS

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.