In breve
Nel letto prosciugato di un antico lago del Nuovo Messico, oggi il deserto di gesso del parco nazionale di White Sands, centinaia di impronte umane fossili si sono conservate negli strati di fango che le videro impresse. Nel 2021 un team guidato da Matthew Bennett e Sally Reynolds ha datato quegli strati, tramite radiocarbonio su semi della pianta acquatica Ruppia cirrhosa trovati nello stesso sedimento, a circa 21.000-23.000 anni fa. Se corretta, questa data colloca esseri umani in Nord America durante l’Ultimo Massimo Glaciale, quando le grandi calotte avrebbero dovuto sbarrare le rotte di accesso al continente, e sposta indietro di ottomila anni il momento più antico finora accettato per il popolamento delle Americhe. La datazione resta discussa, ma un secondo studio del 2023, con metodi indipendenti, l’ha sostenuta.
Contesto
Durante il Pleistocene finale, il bacino oggi occupato dal deserto di White Sands era il fondo del lago Otero, alimentato dallo scioglimento dei ghiacciai vicini e da un clima molto più umido dell’attuale. Le sue rive fangose, esposte e poi ricoperte da nuovi sedimenti, erano un terreno ideale per imprimere e conservare tracce di passaggio, come pagine sovrapposte. Quando il clima si fece più arido, il lago si prosciugò lasciando il gesso che oggi forma le dune bianche del parco: un paesaggio oggi desertico era stato, nell’era glaciale, una riva lacustre viva.
Il dibattito sul popolamento delle Americhe, di cui questa voce racconta un episodio specifico, era dominato per gran parte del Novecento dal modello “Clovis first”: la cultura Clovis, con le sue punte litiche caratteristiche, veniva considerata la prima presenza umana del continente, intorno a 13.000 anni fa, entrata dall’Asia attraverso la Beringia e poi verso sud lungo un corridoio libero dai ghiacci fra le calotte Laurentide e Cordiglierana, apertosi solo quando le due masse cominciarono a separarsi. Siti come Monte Verde in Cile avevano già eroso questo consenso. Le impronte di White Sands, se la loro datazione regge, non lo erodono: lo rovesciano, perché 21.000-23.000 anni fa le calotte erano al loro massimo, e sia il corridoio interno sia, secondo alcuni, la stessa rotta costiera del Pacifico sarebbero stati impraticabili.
Svolgimento
Gli scavi nel bacino del lago Otero, condotti a partire dagli anni duemiladieci da un team del National Park Service statunitense e della Bournemouth University britannica, portarono alla luce centinaia di impronte umane su più livelli stratigrafici, insieme a impronte di megafauna pleistocenica - mammut, bradipi giganti - e in alcuni casi a percorsi che sembravano seguire o evitare quegli animali.
Le impronte appartenevano in prevalenza ad adolescenti e bambini, con un numero minore di adulte. Una sequenza in particolare fu interpretata come quella di un adulto che camminava portando un bambino piccolo appoggiato al fianco: il passo cambiava ritmo e si spostava lateralmente più volte lungo il tragitto, come chi sposta ripetutamente un peso da un lato all’altro del corpo per la fatica. È una delle ricostruzioni comportamentali più dirette mai proposte per un sito così antico: non un manufatto da cui inferire un comportamento, ma il gesto stesso, fissato nel fango.
Nel settembre 2021 Bennett, Reynolds e i colleghi pubblicarono su Science la datazione degli strati contenenti le impronte, basata sul radiocarbonio applicato ai semi di Ruppia cirrhosa, una pianta acquatica il cui seme si era depositato negli stessi livelli sedimentari. I risultati, da più campioni a profondità diverse, si allinearono in una sequenza coerente fra circa 23.000 e 21.000 anni fa, proprio il cuore dell’Ultimo Massimo Glaciale.
L’annuncio suscitò una reazione scettica da buona parte della comunità archeologica nordamericana, per ragioni che si spiegano meglio in “Come lo sappiamo”. La pubblicazione, nel 2023, di un secondo studio con datazioni indipendenti rafforzò la posizione di Bennett e Reynolds, senza mettere fine del tutto alla discussione.
Conseguenze
Se la cronologia di White Sands è corretta, l’effetto immediato è togliere validità al modello “Clovis first” in una forma più radicale di quanto avesse già fatto Monte Verde: non bastano aggiustamenti di qualche millennio, perché una presenza umana di 21.000-23.000 anni fa nell’entroterra del Nuovo Messico implica ingressi in Nord America avvenuti prima della chiusura delle rotte glaciali, oppure una via d’accesso - forse costiera, forse diversa da quelle finora ipotizzate - non ancora identificata.
A lungo termine, la conseguenza più importante riguarda la profondità storica riconosciuta alle popolazioni indigene delle Americhe. Una cronologia che arretra di ottomila anni il momento più antico accertato ridefinisce quanto tempo le società native abbiano avuto per adattarsi, diversificarsi linguisticamente e culturalmente, e abitare un continente intero prima di qualunque contatto successivo. Per lungo tempo il dibattito su queste date si è svolto perlopiù fra istituzioni nordamericane ed europee, con un coinvolgimento limitato delle comunità native i cui antenati ne sarebbero i protagonisti diretti: un limite che diverse voci, dentro e fuori l’archeologia, hanno cominciato a segnalare.
Sul piano ambientale, il sito è una testimonianza di quanto il paesaggio nordamericano sia cambiato: il lago Otero, con le sue rive fangose e la sua fauna pleistocenica, non esiste più da millenni, e il deserto di gesso che lo ha sostituito è oggi fra gli ambienti più aridi del Nuovo Messico. Le impronte sono sopravvissute perché quel cambiamento climatico ha sigillato, invece di cancellare, i sedimenti che le custodivano.
Nel frattempo altrove
- 28.000 a.C.L'arte rupestre australiana — Oceania
- 20.000 a.C.La ceramica più antica — Asia orientale
- 20.000 a.C.Ultimo massimo glaciale — Europa
- 17.000 a.C.Lascaux e Altamira — Europa
- 14.000 a.C.I Natufiani — Medio Oriente
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
- 6.500 a.C.Il Sahara verde — Africa
Come lo sappiamo
Il nodo della controversia è il materiale usato per la datazione. Ruppia cirrhosa è una pianta acquatica, e le piante acquatiche possono assorbire carbonio disciolto nell’acqua invece che solo carbonio atmosferico. Se quell’acqua proviene da falde o rocce carbonatiche antiche, porta con sé carbonio già impoverito di carbonio-14, l’isotopo su cui si basa la datazione: il campione appare così più vecchio di quanto sia in realtà. Questo fenomeno, noto come effetto “hard-water” o effetto serbatoio (reservoir effect), è documentato in molti contesti lacustri e fluviali, ed è la ragione per cui buona parte della comunità archeologica accolse con scetticismo la datazione del 2021: i semi di Ruppia potevano sembrare più antichi delle impronte che li accompagnavano.
Bennett e Reynolds avevano anticipato l’obiezione, sostenendo che la coerenza interna delle date, da più campioni a profondità diverse allineati in una sequenza stratigrafica sensata, rendeva improbabile un errore sistematico di questa entità. Gli scettici del metodo replicarono che una sequenza coerente non esclude un effetto serbatoio costante lungo tutta la colonna, che sposterebbe tutte le date allo stesso modo senza intaccarne la coerenza relativa.
Nel 2023 un secondo studio, guidato da Jeffrey Pigati, tentò di risolvere la questione con metodi indipendenti dal carbonio delle piante acquatiche: la luminescenza otticamente stimolata su granuli di quarzo, che misura da quanto tempo un sedimento non è più esposto alla luce, e il radiocarbonio su polline di conifera, di origine terrestre e quindi non soggetto all’effetto serbatoio lacustre. Entrambi, applicati agli stessi livelli, produssero stime nello stesso intervallo di 21.000-23.000 anni fa indicato dai semi di Ruppia: per Bennett, Reynolds e Pigati questa convergenza fra tre metodi rafforza in modo sostanziale la cronologia antica.
Il dibattito non si è chiuso del tutto: alcuni specialisti segnalano che il polline può migrare verticalmente nei sedimenti sabbiosi e mescolarsi con strati di età diversa, il che renderebbe anche quella prova meno risolutiva di quanto sembri. La posizione oggi prevalente è che la cronologia antica sia più solida di quanto apparisse nel 2021, ma la questione non è unanime, ed è per questo che questa scheda usa yearPrecision: circa e non tratta la data come definitivamente acquisita.
Approfondimenti
- Matthew R. Bennett e altri, “Evidence of humans in North America during the Last Glacial Maximum” (Science, 2021) - lo studio originale, con la descrizione delle impronte e la prima datazione contestata.
- Jeffrey S. Pigati e altri, “Independent age estimates resolve the controversy of ancient human footprints at White Sands” (Science, 2023) - le datazioni indipendenti su polline e quarzo, il tentativo più diretto di rispondere all’obiezione dell’effetto serbatoio.
- La voce su popolamento delle Americhe, per il quadro generale in cui collocare questo singolo sito.
- La voce sull’Ultimo Massimo Glaciale, per capire perché una data di 21.000-23.000 anni fa sia così difficile da conciliare con le rotte di accesso continentali conosciute.