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Atlante della storia umana

NeoliticoVillaggi e ceramica

Il Sahara verde

Laghi, giraffe e mandrie dipinte sulle rocce del Tassili

circa

12.000 a.C.Neolitico3.300 a.C.

In breve

Fra il 10000 e il 3500 a.C. circa il Sahara non era un deserto ma una fascia di savana e laghi. Un cambiamento nell’orbita terrestre aveva spinto le piogge monsoniche di alcuni gradi a nord, e dove oggi ci sono dune correvano fiumi, pascolavano giraffe ed elefanti, e vivevano comunità di pescatori e poi di pastori di bovini. Fu in questo Sahara umido che si produssero alcune fra le ceramiche più antiche del mondo, prima ancora dell’agricoltura, e si dipinsero sulle pareti del Tassili n’Ajjer migliaia di scene di mandrie. Quando dopo il 5500 a.C. il monsone si ritirò verso sud, quelle genti si spostarono, molte verso il Nilo.

Contesto

Il motore fu astronomico. L’asse terrestre oscilla lentamente, con un ciclo di precessione di circa ventimila anni, e questo sposta la quantità di radiazione solare che l’emisfero nord riceve in estate. Intorno a undicimila anni fa l’insolazione estiva boreale toccò un massimo: l’Africa si scaldò più del mare, e il monsone estivo, che porta pioggia al Sahel, penetrò molto più a nord del solito. Il deserto attuale, largo migliaia di chilometri, ricevette abbastanza acqua da coprirsi di erba, arbusti e specchi lacustri.

L’acqua fece il resto. Il lago Ciad, oggi ridotto a una pozza, si espanse in un “Mega-Ciad” che al suo massimo copriva forse trecentocinquantamila chilometri quadrati, più della superficie odierna del Mar Caspio. Reti di fiumi stagionali incidevano l’Acacus e il Tassili; falde poco profonde alimentavano pozze e paludi anche lontano dai grandi bacini. Su questa terra vivevano coccodrilli, ippopotami, pesci del Nilo e le mandrie di erbivori di savana che l’arte rupestre avrebbe poi ritratto. Non era il margine povero di un mondo migliore altrove: era una savana piena, con la propria fauna e le proprie riserve d’acqua.

Svolgimento

La rinverdita non fu un evento ma un lungo intervallo, il “periodo umido africano”. Nel Sahara centrale e orientale le date al radiocarbonio degli insediamenti si addensano a partire da circa l’8500 a.C. e restano fitte per quattromila anni.

Fra le prime cose che quelle comunità fecero ci fu cuocere l’argilla. In siti come Ounjougou, in Mali, e nel massiccio dell’Air, in Niger, si trova ceramica databile intorno al 9500-9000 a.C., fra la più antica del mondo. Il dato rovescia una sequenza data per scontata altrove: qui i vasi vennero prima dei campi coltivati, prodotti da gente che pescava e raccoglieva, non da agricoltori. I recipienti servivano probabilmente a cuocere pesce, molluschi e piante acquatiche lungo le rive dei laghi.

La pesca fu a lungo il fondamento. Lungo i bacini si sono trovati arpioni d’osso e ceramica decorata a linee ondulate, distribuita per migliaia di chilometri da un capo all’altro del Sahara e fino alla valle del Nilo: il segno di popolazioni che vivevano dell’acqua dolce e dei suoi animali.

Poi vennero i bovini. Fra il settimo e il sesto millennio a.C. comparvero nel Sahara mandrie di Bos allevate: ossa a Nabta Playa, nel deserto meridionale egiziano, e in numerosi siti centrali. La pastorizia divenne il modo di vita dominante prima che si diffondessero i cereali coltivati. La sequenza africana rovesciò quella del Vicino Oriente: qui gli animali da allevamento precedettero le piante domestiche di millenni, e il sorgo e il miglio perlato, cereali africani, sarebbero stati addomesticati molto più tardi e più a sud.

A Gobero, in Niger, sulla riva di un antico lago, si sono scavati due cimiteri sovrapposti: prima cacciatori-pescatori, poi, dopo un intervallo arido, pastori. Le sepolture, oltre duecento, coprono cinquemila anni e registrano nel corpo delle persone il ritmo del clima.

A questo mondo appartengono le pitture del Tassili n’Ajjer e dell’Acacus. Le fasi più antiche, dette delle “Teste Rotonde”, mostrano figure umane grandi ed enigmatiche; la fase successiva, “pastorale”, è dominata da buoi screziati, mandrie, scene di mungitura e accampamenti: la vita quotidiana degli allevatori dipinta sulla roccia fra il sesto e il quarto millennio a.C.

Poi l’acqua se ne andò. Con il lento calare dell’insolazione estiva il monsone arretrò verso sud. Nel Sahara orientale, secondo la ricostruzione di Rudolph Kuper e Stefan Kröpelin basata su centinaia di date al radiocarbonio, l’abbandono procedette da nord a sud fra il 5300 e il 3500 a.C. circa. Le genti seguirono l’acqua: verso il Sahel, verso i massicci che trattenevano ancora umidità e, soprattutto, verso il Nilo, l’unico fiume perenne rimasto.

Conseguenze

Nel breve termine il prosciugamento concentrò le popolazioni. La valle del Nilo, prima poco frequentata perché paludosa e infestata, ricevette gruppi di pastori e pescatori sahariani nei millenni immediatamente precedenti la formazione dello stato egizio; molti studiosi collegano quell’afflusso alla densità e alla complessità sociale che sfoceranno nell’unificazione dell’Egitto. Più a sud, lungo la Bassa Nubia, prese forma il popolamento da cui sarebbe uscito il Gruppo A.

Nel lungo termine il Sahara verde lasciò due eredità. Una è la tradizione pastorale africana: l’allevamento bovino mobile, nato o consolidato in questi millenni, rimase la spina dorsale economica di gran parte delle terre saheliane. L’altra è documentaria: il deserto, sigillando i siti sotto la sabbia arida, li ha conservati come pochi altri ambienti, e ha reso il Sahara uno degli archivi più ricchi al mondo per la preistoria dell’Olocene, proprio perché in seguito divenne inabitabile.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Le prove sono soprattutto materiali, perché non ci sono testi: il Sahara neolitico è preistoria. Il clima si legge nei sedimenti dei laghi prosciugati, nei pollini, nei livelli delle antiche rive e nei gusci di molluschi d’acqua dolce; l’occupazione umana nelle migliaia di date al radiocarbonio raccolte da spedizioni nei deserti di Egitto, Sudan, Libia, Ciad e Niger. Le ossa di animali dicono cosa si cacciava e si allevava; la ceramica e gli arpioni cosa si mangiava; i cimiteri come Gobero restituiscono gli scheletri stessi.

Molto resta dibattuto. La prima questione è la forma del prosciugamento: se il Sahara si sia inaridito in modo relativamente brusco, per soglie, oppure gradualmente. Kuper e Kröpelin sostengono, sulla base della distribuzione delle date archeologiche nel Sahara orientale, un ritiro rapido e ordinato da nord a sud; ricostruzioni fondate su altri archivi climatici insistono su una transizione più lenta e diversa da regione a regione. La ricostruzione qui segue la prima lettura per il Sahara orientale, ma su scala continentale la questione resta genuinamente irrisolta.

La seconda riguarda i bovini: se il Bos africano fu addomesticato localmente, forse già a Nabta Playa, o se arrivò dal Vicino Oriente. La genetica e l’archeozoologia non hanno ancora chiuso il punto. La terza è la cronologia dell’arte rupestre: le pitture non si datano direttamente, e le fasi si ordinano per stile e per sovrapposizione, con margini di secoli. Va aggiunto che il Sahara è stato studiato in modo diseguale: vasti settori, per accessibilità e finanziamenti, restano quasi inesplorati, e i vuoti sulle carte dicono più dove sono andati gli archeologi che dove viveva la gente.

Approfondimenti

  • Rudolph Kuper e Stefan Kröpelin, Climate-Controlled Holocene Occupation in the Sahara (2006) — mostra come si costruisce una storia dell’abitare a partire da centinaia di date al radiocarbonio.
  • Paul C. Sereno e altri, Lakeside Cemeteries in the Sahara (2008) — perché fa parlare gli scheletri di Gobero: due popolazioni, un lago, cinquemila anni.
  • David W. Phillipson, African Archaeology (2005) — per collocare il Sahara verde dentro l’intera preistoria del continente, non come caso isolato.
  • Jean-Loïc Le Quellec, Rock Art in Africa (2004) — per capire come si legge, e quanto è rischioso interpretare, l’arte rupestre sahariana.

Riferimenti

  • Rudolph Kuper, Climate-Controlled Holocene Occupation in the Sahara: Motor of Africa's Evolution, 2006
  • Paul C. Sereno, Lakeside Cemeteries in the Sahara: 5000 Years of Holocene Population and Environmental Change, 2008
  • David W. Phillipson, African Archaeology, 2005, Cambridge University Press
  • Jean-Loïc Le Quellec, Rock Art in Africa: Mythology and Legend, 2004, Flammarion

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