In breve
Tra circa il 3800 e il 3100 a.C., lungo il tratto di Nilo compreso fra la prima e la seconda cateratta — la Bassa Nubia, oggi diviso fra Egitto meridionale e Sudan settentrionale — si sviluppò quella che gli archeologi chiamano convenzionalmente “cultura del Gruppo A”. Non lasciò città né templi monumentali, ma cimiteri: tombe di pastori e agricoltori del Nilo che, verso la fine di quel periodo, si differenziarono bruscamente in sepolture di gente comune, di un ceto benestante e infine di individui sepolti con oggetti che imitavano apertamente le insegne del potere regale egiziano. Il Gruppo A prosperò facendo da cerniera fra l’Egitto predinastico e l’Africa più a sud, scambiando oro, avorio, incenso e pelli con ceramiche e manufatti della valle del Nilo settentrionale. Proprio quando l’Egitto si unificò, intorno al 3100 a.C., quella cultura scomparve quasi di colpo dalla documentazione archeologica, in un momento che le fonti egiziane più tarde associano a spedizioni militari verso sud. Cosa accadde esattamente, e perché, resta uno dei problemi più discussi della storia nubiana più antica.
Contesto
La Bassa Nubia non era un luogo ospitale di per sé: gole rocciose, rapide che interrompevano la navigazione — le cateratte — e ai due lati del fiume un deserto in progressivo inaridimento. Nel Neolitico più antico, quando il Sahara a ovest era ancora punteggiato di laghi e savane (si veda il Sahara verde), le comunità pastorali potevano muoversi lontano dal fiume; con l’aridità crescente del V e IV millennio, si concentrarono sempre più lungo la stretta fascia coltivabile del Nilo, come avveniva negli stessi secoli anche nell’Alto e Basso Egitto più a nord.
Questa concentrazione in uno spazio ristretto creò le condizioni per una società più stratificata: bestiame, cereali e il controllo di fatto sul traffico fluviale diventarono risorse da amministrare e, potenzialmente, da monopolizzare. A nord della prima cateratta, nello stesso periodo, la cultura di Naqada cresceva per fasi successive (Naqada I, II, III) fino all’unificazione statale egiziana. Il Gruppo A nubiano non fu un fenomeno isolato, ma lo sviluppo parallelo, e in parte intrecciato, di una società di confine con accesso a risorse che l’Egitto voleva: oro dal deserto orientale, corniola da quello occidentale, e più a sud avorio, ebano, incenso e pelli di animali esotici.
Svolgimento
Gli archeologi distinguono convenzionalmente tre fasi nel Gruppo A — antica, media e finale (o “terminale”) — sulla base soprattutto dei corredi funerari, poiché non sono stati identificati centri abitativi paragonabili per estensione alle necropoli. Nella fase antica e media i villaggi erano concentrati soprattutto nel tratto più settentrionale, vicino al confine con l’Egitto; nella fase terminale il baricentro si spostò più a sud, verso la seconda cateratta, forse per la crescente pressione egiziana sul tratto di fiume più vicino ad Assuan.
La ceramica locale, sottilissima e lucidata, nera all’interno e decorata in rosso con motivi geometrici che imitano l’intreccio di cesti — tanto fine da essere soprannominata “a guscio d’uovo” — circolava insieme a un flusso costante di manufatti egiziani: vasi predinastici, tavolozze e vasi in pietra, oggetti in rame, che compaiono nelle tombe del Gruppo A da Assuan fino oltre la seconda cateratta. Questo scambio è oggi uno dei principali strumenti di datazione incrociata fra la sequenza predinastica egiziana e quella nubiana.
Nella fase terminale, corrispondente grosso modo a Naqada III (circa 3300-3100 a.C.), la stratificazione sociale si fece più marcata: accanto alle sepolture comuni e a un ceto intermedio (“patrizio”, nella terminologia convenzionale della disciplina), comparve un piccolo numero di tombe straordinariamente ricche. Le più note sono quelle del cimitero L a Qustul, scavato dalla missione dell’Oriental Institute dell’Università di Chicago guidata da Keith Seele nel 1962-64, nell’ambito della campagna di salvataggio archeologico promossa dall’UNESCO prima dell’allagamento della regione con la diga di Assuan. Fra gli oggetti recuperati, in parte danneggiati da incendi e saccheggi antichi, spicca un bruciaincenso in pietra con incisa una scena in cui un sovrano con la corona bianca dell’Alto Egitto naviga verso un serekh, la facciata di palazzo sormontata dal falco Horus — la stessa iconografia che pochi secoli dopo avrebbe accompagnato i primi re egiziani. Bruce Williams, che pubblicò lo scavo nel 1986, ne trasse l’ipotesi di una vera “monarchia” nubiana a Qustul, capace di aver preceduto e influenzato la regalità egiziana: una tesi che ha suscitato ampio dibattito e non ha convinto la maggioranza degli egittologi, ma che ha comunque imposto il riconoscimento di un’élite nubiana capace di appropriarsi dei simboli del potere che circolavano lungo tutta la valle del Nilo. Poco più a nord, a Sayala, un’altra tomba di rango (cimitero 137, scavata da Cecil Firth nel 1910) restituì uno scettro con l’impugnatura rivestita d’oro e decorata con file di animali, ulteriore segno di ricchezza concentrata in poche mani.
Il rapporto con l’Egitto non fu solo commerciale. Presso la seconda cateratta, il rilievo roccioso di Gebel Sheikh Suleiman, datato al regno di Djer, terzo sovrano della I dinastia egiziana (fine del XXXI secolo a.C. circa), raffigura una scena di vittoria militare letta dagli studiosi come la commemorazione di una spedizione contro la popolazione locale. È il documento più antico di un pattern che l’Egitto avrebbe ripetuto per secoli: molto più tardi, nel III millennio, la Pietra di Palermo avrebbe registrato per il regno di Snefru, quarta dinastia, una razzia in Nubia con settemila prigionieri e duecentomila capi di bestiame, segno di quanto a lungo l’Egitto avrebbe considerato la regione a sud della prima cateratta un bacino da colpire con la forza, oltre che da commerciare.
Conseguenze
Proprio nel giro di pochi decenni attorno al 3100 a.C. — l’epoca dell’unificazione egiziana sotto Narmer e i primi re della I dinastia (si veda l’Egitto unificato) — la documentazione archeologica del Gruppo A si interrompe quasi bruscamente. Per i due o tre secoli successivi la Bassa Nubia appare, agli occhi degli archeologi, quasi vuota: pochissime tombe databili a quel periodo sono state trovate, un intervallo che la letteratura chiama informalmente il “vuoto” post-Gruppo A.
Le spiegazioni restano discusse. Un’ipotesi vede una repressione militare ed economica egiziana, coerente con Gebel Sheikh Suleiman e con razzie più tarde come quella di Snefru: l’Egitto appena unificato avrebbe voluto eliminare un concorrente commerciale mentre organizzava il proprio controllo sulle vie dell’oro africano. Un’altra punta su fattori ambientali, con un’ulteriore fase di inaridimento che avrebbe reso la Bassa Nubia meno vivibile, spingendo le popolazioni a sud o verso forme di vita meno visibili archeologicamente. Una terza lettura, sempre più diffusa, insiste sulla continuità: la popolazione non sarebbe scomparsa, ma avrebbe per un periodo smesso di produrre i marcatori materiali — ceramiche decorate, corredi ricchi — che rendono una cultura riconoscibile agli archeologi.
Qualunque sia la causa prevalente, la Nubia non restò a lungo priva di società organizzate. Attorno al 2500 a.C. la regione torna visibile con la cultura del Gruppo C, e alcuni secoli dopo, più a sud, sorge il regno di Kerma (si veda il regno di Kerma), il primo vero stato nubiano indipendente, che avrebbe dominato per un millennio il commercio fluviale fra l’Africa interna e l’Egitto e sarebbe stato l’antenato diretto del regno di Kush, con capitali a Napata e poi a Meroe. In questa prospettiva più lunga, il Gruppo A fu il primo capitolo riconoscibile di una tradizione statuale nubiana durata oltre due millenni, sviluppatasi accanto all’Egitto e non semplicemente in sua dipendenza.
Nel frattempo altrove
- 6.600 a.C.Budj Bim — Oceania
- 4.000 a.C.Patata e quinoa — Americhe
- 3.600 a.C.I templi di Malta — Europa
- 3.500 a.C.Il bronzo — Medio Oriente
- 3.400 a.C.Prime fasi dell'Indo — Asia meridionale
- 3.300 a.C.Ötzi — Europa
- 2.200 a.C.Erlitou — Asia orientale
Come lo sappiamo
Quasi tutto ciò che sappiamo sul Gruppo A viene da cimiteri, non da abitati: le case, probabilmente costruite con materiali deperibili, hanno lasciato tracce scarse. Le grandi campagne di scavo si concentrarono in due momenti. All’inizio del Novecento, la Survey of Nubia e gli scavi di Cecil Firth (fra cui quello del cimitero 137 di Sayala, 1910) documentarono per primi le sepolture del Gruppo A, allora poco comprese. Un secondo impulso arrivò negli anni ’60 con la campagna internazionale promossa dall’UNESCO per salvare i siti nubiani prima che il lago Nasser, formatosi con la diga di Assuan, li sommergesse: in quel contesto la missione dell’Oriental Institute di Chicago, guidata da Keith Seele, scavò il cimitero L di Qustul, pubblicato poi da Bruce Williams nel 1986.
La cronologia relativa si basa in gran parte sulla presenza, nelle tombe nubiane, di ceramiche e oggetti egiziani databili nella sequenza di Naqada: è così che si è potuto correlare la fase terminale del Gruppo A con Naqada III, gli ultimi decenni prima dell’unificazione egiziana.
Restano aperti diversi problemi. L’ipotesi di Williams di una vera “monarchia” nubiana a Qustul non è condivisa dalla maggioranza degli specialisti, che preferiscono parlare di un’élite locale partecipe di un repertorio simbolico condiviso lungo tutta la valle del Nilo, senza che sia possibile stabilire in quale direzione si sia mosso il prestito. Restano incerte anche le cause esatte della scomparsa del Gruppo A dopo il 3100 a.C. — conquista, migrazione, crisi ambientale o mutamento nelle pratiche funerarie — e il grado di continuità biologica con la popolazione del Gruppo C, alcuni secoli più tardi: un problema su cui contribuiscono oggi anche gli studi bioarcheologici sui resti scheletrici, senza una risposta definitiva.
Approfondimenti
- Bruce B. Williams, Excavations Between Abu Simbel and the Sudan Frontier, Part 1: The A-Group Royal Cemetery at Qustul, Cemetery L (1986) — la pubblicazione dello scavo che ha portato alla luce le tombe più ricche del Gruppo A e la discussa ipotesi di una monarchia nubiana.
- William Y. Adams, Nubia: Corridor to Africa (1977) — la sintesi di riferimento sull’intera storia nubiana, con un’ampia trattazione del Gruppo A nel quadro di lungo periodo.
- David O’Connor, Ancient Nubia: Egypt’s Rival in Africa (1993) — un’introduzione accessibile alla Nubia antica come civiltà autonoma, non semplice periferia egiziana.
- Toby Wilkinson, Early Dynastic Egypt (1999) — per il contesto egiziano della I dinastia e le spedizioni verso la Nubia, incluso il rilievo di Gebel Sheikh Suleiman.