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Atlante della storia umana

NeoliticoMetalli e prime città

Prime fasi dell'Indo

Lungo l'Indo compaiono villaggi fortificati e ceramica standardizzata: le premesse della civiltà urbana matura

circa

12.000 a.C.Neolitico3.300 a.C.

In breve

Fra circa il 3300 e il 2600 a.C., nella pianura dell’Indo e nelle regioni collinari che la circondano, i villaggi agricoli ereditati dalla lunga tradizione di Mehrgarh si trasformano in qualcosa di diverso: insediamenti cinti da mura, come Kot Diji nel Sindh, Rehman Dheri più a nord e Kalibangan sul fiume oggi scomparso Ghaggar-Hakra, condividono per la prima volta uno stile ceramico dipinto riconoscibile su un’area vastissima. Compaiono i primi sigilli semplici e, in alcuni siti, pesi in pietra che sembrano seguire una logica di serie: non ancora il sistema amministrativo elaborato della civiltà matura, ma un suo antecedente. Gli archeologi chiamano questa fase “Regionalizzazione” o “pre-Harappana” (Early Harappan): un periodo di sperimentazione e di crescente complessità sociale che prepara, senza ancora realizzarla, l’esplosione urbana di Harappa e Mohenjo-daro dopo il 2600 a.C.

Contesto

Da Mehrgarh e dagli altri villaggi del Belucistan, agricoltura e allevamento si erano già diffusi da tempo verso est, fino alla pianura alluvionale dell’Indo e ai suoi affluenti. Nel corso del IV millennio a.C. la popolazione di questa regione cresce, i villaggi si moltiplicano e occupano una fascia di territorio molto più ampia di prima, dalle colline del Belucistan al bacino del Ghaggar-Hakra, un sistema fluviale oggi in gran parte prosciugato che allora scorreva parallelo all’Indo più a est. È un territorio segnato da forti escursioni stagionali — piene fluviali, monsoni irregolari — che rende la vita agricola produttiva ma non priva di rischi, e che nel corso dei millenni successivi finirà per condizionare pesantemente le sorti degli insediamenti della regione. In questo contesto, mentre le tecniche di coltivazione di orzo e grano e l’allevamento di capre, pecore e zebù si consolidano come base economica comune, singoli villaggi cominciano a distinguersi per dimensioni, per la presenza di strutture difensive e per l’intensità degli scambi con le regioni vicine, dal Belucistan al Gujarat.

Svolgimento

Il nome dato a questa fase viene dal sito di Kot Diji, sulla riva destra dell’Indo nel Sindh, scavato a partire dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento. Qui, come in numerosi altri centri sparsi su un’area di centinaia di chilometri — Rehman Dheri più a nord, verso l’attuale confine afghano, Amri più a sud lungo l’Indo, Kalibangan nella sua fase più antica sul Ghaggar-Hakra — compaiono per la prima volta cinte murarie in mattoni crudi o pietra, spesso rinforzate da bastioni, che racchiudono nuclei abitativi organizzati con una certa regolarità. Non è chiaro se queste mura servissero soprattutto a difendersi da altri gruppi, a proteggersi dalle piene, o a segnalare lo status del villaggio: probabilmente le tre funzioni si sovrapponevano. A Kot Diji uno strato di distruzione, forse dovuto a un incendio, separa una fase più antica da una fase successiva in cui le difese vengono ricostruite più solide di prima: un indizio, non una prova, di tensioni fra comunità vicine.

Il tratto più diffuso e più utile per gli archeologi è però la ceramica: una produzione dipinta in bruno o nero su fondo rosso, con motivi geometrici ricorrenti e una qualità di lavorazione via via più uniforme, nota come ceramica di tipo Kot Diji. La sua diffusione su un’area così vasta, con variazioni locali ma una grammatica decorativa condivisa, indica una rete di contatti fitta fra villaggi che restavano politicamente separati ma condividevano gusti, tecniche e forse artigiani itineranti. Accanto alla ceramica compaiono i primi sigilli, ancora semplici — dischi o bottoni incisi con motivi geometrici, non ancora le tavolette con animali e segni di scrittura della fase matura — e, in alcuni contesti, pesi in pietra dalla forma e dal peso ricorrenti, che lasciano intuire un tentativo di uniformare le misure negli scambi. È prudente non esagerare la portata di questi indizi: il sistema di pesi rigorosamente standardizzato che caratterizzerà Harappa e Mohenjo-daro è un fenomeno della fase urbana successiva, e in questa fase se ne intravedono al più i precedenti, non un sistema già compiuto. Parallelamente cresce l’artigianato specializzato — lavorazione di conchiglie, perline in corniola, i primi oggetti in rame — segno di comunità che non producevano più solo per il proprio consumo.

Conseguenze

Nessuno di questi elementi, preso da solo, equivale alla civiltà urbana matura. Ma insieme, mura, ceramica condivisa, sigilli e pesi embrionali, crescita demografica e artigianato specializzato disegnano una società in cui la complessità sociale ed economica sta aumentando su una scala regionale, non più solo locale. È su queste basi, nel giro di qualche secolo dopo il 2600 a.C., che alcuni di questi stessi centri — o altri sorti nelle vicinanze, come Harappa, che ha proprio in questa fase i suoi livelli più antichi — si trasformano nelle città pianificate della civiltà matura dell’Indo, con la loro scrittura ancora indecifrata, il sistema di pesi rigorosamente binario e l’urbanistica a scacchiera. Gli storici discutono ancora quanto questa transizione sia stata gradualmente continua o segnata da rotture; ma la fase di Regionalizzazione resta il terreno su cui quella trasformazione ha attecchito, non un episodio a sé.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Anche questa fase, come Mehrgarh, non ha lasciato testi scritti: la scrittura dell’Indo, quando comparirà, resterà comunque indecifrata. Tutto quello che si sa viene dagli scavi stratigrafici condotti a partire dagli anni Venti e Cinquanta del Novecento in decine di siti sparsi fra Pakistan e India nord-occidentale, e dal confronto sistematico fra le loro sequenze ceramiche, che permette di riconoscere uno stesso orizzonte culturale — quello “di tipo Kot Diji” — a distanza di centinaia di chilometri. Restano aperte più domande di quante risposte: se le cinte murarie fossero difensive, idrauliche o simboliche; se i pesi di pietra ritrovati in alcuni siti costituissero già un sistema condiviso o solo tentativi isolati; se la nascita della civiltà urbana matura sia stata una trasformazione rapida o il risultato di una lunga maturazione già in corso in questa fase. Un avvertimento specifico per questa voce: il budget di ricerca web di questa sessione era esaurito, quindi la stesura si è basata solo sulla conoscenza generale consolidata di chi scrive, senza poter controllare online le fonti citate. I riferimenti in bibliografia sono opere di sintesi ampiamente note nel settore, ma vanno comunque verificate — titoli, anni, editori e in particolare ogni dettaglio più specifico su singoli siti — prima di portare questa voce allo stato “completa”.

Approfondimenti

  • Gregory L. Possehl, The Indus Civilization: A Contemporary Perspective (2002) — introduce la periodizzazione in “Ere” (Regionalizzazione, Integrazione, Localizzazione) oggi diffusa negli studi sulla civiltà dell’Indo.
  • Jonathan Mark Kenoyer, Ancient Cities of the Indus Valley Civilization (1998) — quadro d’insieme sull’urbanistica indo-harappana, con i suoi antecedenti nella fase pre-urbana.
  • Robin Coningham, The Archaeology of South Asia (2015) — sintesi aggiornata sull’archeologia del subcontinente, utile a collocare Kot Diji nel quadro più ampio della regione.

Riferimenti

  • Gregory L. Possehl, The Indus Civilization: A Contemporary Perspective, 2002, AltaMira Press
  • Jonathan Mark Kenoyer, Ancient Cities of the Indus Valley Civilization, 1998, Oxford University Press
  • Robin Coningham, The Archaeology of South Asia, 2015, Cambridge University Press

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