In breve
Fra il 3600 e il 2500 a.C. circa, su due piccole isole calcaree a sud della Sicilia, le comunità agricole di Malta e Gozo eressero una trentina di complessi in pietra a blocchi enormi: Ġgantija, Ħaġar Qim, Mnajdra, Tarxien, e sottoterra l’ipogeo di Ħal Saflieni. Sono fra le più antiche strutture monumentali autoportanti che si conoscano, più vecchie delle piramidi egizie e di Stonehenge. Le costruì una popolazione priva di metalli, di città e di scrittura, su un territorio di poco più di trecento chilometri quadrati. Poi, intorno al 2500 a.C., la costruzione e l’uso dei templi cessarono, e la cultura che li aveva prodotti scomparve.
Contesto
L’arcipelago maltese è un affioramento di calcare a un’ottantina di chilometri dalla Sicilia e a duecentocinquanta dall’Africa. Era, ed è, povero di quasi tutto: niente giacimenti di metallo, pochissimo legname, suoli sottili, nessun fiume perenne, acqua dolce scarsa. Chi lo abitava nel Neolitico dipendeva da ciò che il mare portava e da ciò che i campi rendevano.
I primi agricoltori arrivarono in barca dalla Sicilia intorno al 5900 a.C. Non trovarono nulla di utile da addomesticare sul posto: dovettero importare tutto il pacchetto neolitico — frumento, orzo, lenticchie, pecore, capre, buoi, maiali — trasportando animali vivi e sementi attraverso un braccio di mare aperto. Per circa millecinquecento anni quelle comunità coltivarono e allevarono senza lasciare monumenti.
Un vincolo materiale spiega buona parte di ciò che venne dopo. Malta offre due calcari molto diversi: quello corallino, duro e resistente, adatto alle murature esterne; e la globigerina, tenera, che si taglia e si incide con strumenti di pietra, osso e legno. Fu la pietra tenera a rendere possibile la scultura monumentale a un popolo senza metalli. Perché proprio lì e allora resta in parte una domanda aperta: nessun’altra isola del Mediterraneo produsse, nello stesso millennio, un’architettura di questa scala.
Svolgimento
L’attività megalitica cominciò nella prima metà del IV millennio. La fase più antica, detta di Ġgantija, prende il nome dal complesso sull’altura di Gozo: due templi affiancati entro un unico muro perimetrale, con blocchi di corallina che superano le cinquanta tonnellate e pareti alte fino a sei metri, eretti intorno al 3600 a.C. La pianta si ripete altrove: una facciata concava con piazzale antistante, un ingresso a trilite — due piedritti e un architrave — e all’interno camere absidate disposte a lobi, quasi a foglia di trifoglio.
Nei secoli successivi il modello si moltiplicò. Sulla costa meridionale di Malta sorsero Ħaġar Qim e, poco più in basso, Mnajdra, fra il 3200 e il 2500 a.C.; il tempio inferiore di Mnajdra è orientato in modo che all’equinozio e ai solstizi la luce del sole al sorgere colpisca punti precisi delle pareti interne. A Tarxien, fra il 3150 e il 2500 a.C., la lavorazione della pietra raggiunse il massimo: lastre incise a spirali e a rilievi di animali, e la parte inferiore di una statua colossale di una figura in gonna, alta in origine forse due metri e mezzo.
Non tutto era fuori terra. A Ħal Saflieni, sempre a Malta, generazioni di scavatori ricavarono dalla roccia un ipogeo su tre livelli, camere e corridoi che imitano l’architettura dei templi in negativo. Vi furono deposti i resti di migliaia di individui, insieme a ocra rossa dipinta sulle volte e a piccole figure d’argilla, fra cui la cosiddetta Dama addormentata, oggi al museo archeologico della Valletta.
Intorno al 2500 a.C. tutto questo finì. La costruzione si arrestò, i templi smisero di essere frequentati, e la popolazione sembra essersi ridotta o dispersa. Più tardi, nell’età del bronzo, gruppi con una cultura materiale diversa riutilizzarono Tarxien come cimitero a cremazione, senza alcun riguardo per il significato originario del luogo.
Conseguenze
Nell’immediato ci fu una rottura netta. La tradizione dei templi non lasciò eredi diretti: i costruttori del bronzo che occuparono le stesse isole non ne continuarono le forme né, per quanto si vede, le credenze. Fu una fine, non una trasformazione.
Sul lungo periodo l’eredità è soprattutto per chi studia il passato. Quando la datazione al radiocarbonio, ricalibrata, mostrò che Ġgantija precedeva le piramidi e Stonehenge, cadde l’idea che la monumentalità in pietra si fosse diffusa da un unico focolaio vicino-orientale verso una periferia arretrata. Un’isola piccola, isolata e senza metalli aveva inventato per conto proprio l’architettura colossale. Malta divenne così un argomento contro il diffusionismo e a favore dell’idea che soluzioni simili possano nascere in più luoghi in modo indipendente. I complessi maltesi sono oggi patrimonio dell’umanità UNESCO, e restano la prova che per erigere monumenti non servono né città, né scrittura, né grandi numeri di persone.
Nel frattempo altrove
- 6.600 a.C.Budj Bim — Oceania
- 4.000 a.C.Patata e quinoa — Americhe
- 3.800 a.C.Uruk — Medio Oriente
- 3.500 a.C.Il bronzo — Medio Oriente
- 3.500 a.C.Nubia, gruppo A — Africa
- 3.400 a.C.Prime fasi dell'Indo — Asia meridionale
- 2.200 a.C.Erlitou — Asia orientale
Come lo sappiamo
Le fonti sono interamente materiali: nel Neolitico maltese non esistono testi. Contano gli edifici stessi e la loro stratigrafia, la seriazione della ceramica — l’ossatura cronologica messa a punto nel Novecento da Themistocles Zammit e poi da David Trump — le datazioni al radiocarbonio con modellazione bayesiana ottenute dai progetti recenti, i resti umani del cerchio di Xagħra e di Ħal Saflieni, e le carote di sedimento che registrano l’ambiente antico.
Due questioni restano genuinamente aperte. La prima è la funzione. “Templi” è un’etichetta moderna: alcune di queste strutture furono con certezza luoghi di sepoltura, come l’ipogeo e il cerchio di Xagħra, e non sappiamo quanto la vita rituale e quella funeraria fossero separate. Molto contestata è la lettura delle figure femminili corpulente come immagini di una “dea madre” universale: l’interpretazione, resa popolare da Marija Gimbutas, è stata criticata perché diverse statuette sono in realtà prive di caratteri sessuali marcati o ambigue, e proiettarvi una singola divinità della fertilità dice più delle attese di chi guarda che dei significati neolitici. La ricostruzione qui non attribuisce ai monumenti una teologia precisa.
La seconda è il collasso intorno al 2500 a.C., ed è la più discussa. Le spiegazioni proposte vanno dal sovrasfruttamento ambientale — disboscamento, erosione dei suoli sottili, esaurimento delle risorse su un’isola senza margini — a un episodio climatico più arido, l’evento noto come 4.2 ka, documentato dalle carote studiate dal progetto FRAGSUS; fino all’ipotesi di un cedimento sociale della macchina rituale o all’arrivo di gruppi nuovi. Nessuna di queste è dimostrata, e probabilmente più fattori agirono insieme. Ciò che l’insularità rende plausibile è la fragilità: un territorio così piccolo, con un’ecologia importata via mare e nessuna riserva a cui attingere, aveva poco spazio per assorbire uno shock, ambientale o umano che fosse. Anche la dimensione della popolazione dei templi resta una stima, non un dato.
Approfondimenti
- David H. Trump, Malta: Prehistory and Temples (2002) — la guida di riferimento sito per sito, di chi ha scavato e definito le fasi ceramiche che ancora si usano.
- Colin Renfrew, Before Civilization (1973) — spiega perché la ricalibrazione al radiocarbonio, e proprio il caso maltese, demolì l’idea di una diffusione dei megaliti dall’Oriente.
- Caroline Malone e altri, Island questions (2019) — mostra come la datazione bayesiana dei resti di Xagħra fissi la sequenza, utile per capire su quali prove poggiano le date di questa scheda.
- Huw S. Groucutt e altri, The 4.2 ka Event and the End of the Maltese Temple Period (2022) — mette alla prova, senza forzarla, l’ipotesi climatica sulla fine dei templi.