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Atlante della storia umana

NeoliticoMetalli e prime città

L'oro di Varna

La necropoli bulgara restituisce l'oro lavorato più antico del mondo, concentrato in poche tombe straordinarie

circa

12.000 a.C.Neolitico3.300 a.C.

In breve

Nell’ottobre del 1972, durante lavori con un escavatore sulla costa bulgara del Mar Nero, riaffiorò una necropoli di seimilaseicento anni. Conteneva l’oro lavorato più antico oggi conosciuto al mondo: oltre tremila oggetti, quasi sei chili di metallo, distribuiti in modo estremamente diseguale fra circa trecento tombe. La maggior parte non aveva nulla; una manciata concentrava quasi tutto, e una sola — la tomba 43 — da sola più oro di quanto se ne conoscesse in tutto il resto del pianeta per quell’epoca. Varna non è solo la prima oreficeria della storia: è una delle prime prove materiali che la disuguaglianza sociale marcata esisteva già, millenni prima delle piramidi egiziane o delle città sumere.

Contesto

Alla metà del V millennio a.C. la costa occidentale del Mar Nero era abitata da comunità agricole del tardo Neolitico e del Calcolitico, l’età del rame, che gli archeologi bulgari chiamano cultura di Varna, imparentata con la vicina cultura di Hamangia della Dobrugia. Erano villaggi di agricoltori e allevatori, non troppo diversi in apparenza da altri insediamenti balcanici dell’epoca: case di legno e argilla, ceramica dipinta, figurine antropomorfe.

Sotto la superficie, però, queste comunità avevano già imboccato una strada insolita. Nei Balcani orientali la metallurgia del rame era comparsa presto: miniere come quella di Ai Bunar, nella Bulgaria centrale, rifornivano artigiani capaci di fondere il minerale e colare asce e strumenti, con più di un millennio di anticipo sulle prime fusioni sistematiche del Vicino Oriente. Poco lontano da Varna, a Provadia-Solnitsata, un insediamento fortificato sfruttava una sorgente salina per produrre sale su scala industriale — fino a diverse tonnellate l’anno — merce preziosa e trasportabile lungo reti di scambio che arrivavano ai Carpazi e all’Egeo, insieme a conchiglie di Spondylus, selce e, appunto, oro nativo raccolto nei greti dei fiumi locali. È in questo intreccio di risorse — rame, sale, oro — e di reti commerciali di lunga distanza che va cercata la ricchezza che poi si concentrò nelle tombe.

Svolgimento

La scoperta fu casuale: l’operatore Raycho Marinov s’imbatté nelle prime sepolture scavando una trincea per cavi elettrici. Gli scavi, diretti dapprima da Michail Lazarov e poi, dal 1972 al 1991, da Ivan Ivanov, misero in luce alla fine 294 tombe su un’area di circa 7.500 metri quadrati. Datazioni al radiocarbonio con il metodo AMS, pubblicate nel 2007, hanno ristretto l’uso della necropoli a una finestra sorprendentemente breve, all’incirca 4600-4450 a.C.

La distribuzione dell’oro fra le tombe è il dato che ha cambiato la lettura del sito. Molte sepolture non contenevano metallo prezioso; altre ne avevano poche perline. Un piccolo gruppo di tombe, invece, era ricchissimo, e la tomba 43 — quella di un uomo adulto, sui quarant’anni — da sola restituì quasi 990 oggetti d’oro: bracciali pesanti, un pettorale, perline a decine infilate al collo, applicazioni cucite su un sudario ormai scomparso, e un’ascia-scettro di pietra il cui manico era interamente rivestito da tubi d’oro cilindrici. Ad essa si affiancano alcune tombe simboliche, prive di scheletro ma con maschere d’argilla decorate d’oro al posto del volto — sepolture rituali il cui significato resta discusso.

Le analisi metallurgiche più recenti, condotte su una parte consistente degli oggetti, indicano che l’oro proveniva quasi sempre da pepite native, selezionate per la loro purezza (attorno ai 23-23,5 carati) e lavorate a freddo: martellatura, ricottura, ritorcitura di fili, sbalzo su matrici, più che fusione in stampi. È una tecnica diversa da quella già padroneggiata dagli stessi artigiani per il rame, che veniva invece fuso: segno che l’oro a Varna non nasceva come sviluppo della metallurgia utilitaria del rame, ma come applicazione delle stesse abilità manuali a un materiale scelto apposta per la sua capacità di segnalare status, non per la sua utilità pratica.

Conseguenze

L’effetto immediato della scoperta, negli anni Settanta e Ottanta, fu di far saltare un’immagine consolidata del Calcolitico balcanico come mondo di piccole comunità relativamente egualitarie, senza gerarchie stabili. Varna dimostrava il contrario: una società capace di concentrare una ricchezza enorme nelle mani di pochissimi individui, e di trasformarla — attraverso il rituale funebre — in un segno pubblico e permanente di distinzione. Da qui il dibattito, mai del tutto chiuso, sul ruolo dell’uomo della tomba 43: capo ereditario, “big man” che aveva accumulato prestigio in vita, o forse un metallurgo-sacerdote la cui autorità derivava dal controllo di un sapere tecnico raro e prezioso come l’oreficeria.

Sul piano più ampio, Varna ha spostato indietro nel tempo l’origine documentata della disuguaglianza sociale marcata. Le piramidi egiziane sono di quasi duemila anni più tarde, le prime città stratificate della Mesopotamia di oltre mille; la tomba 43 mostra che una concentrazione estrema di ricchezza in un singolo individuo non richiede necessariamente stati, scrittura o città — può nascere in una società di villaggio, se questa controlla risorse rare come metalli e sale e reti di scambio a lunga distanza.

Non fu, però, un punto di partenza senza fine: attorno al 4200 a.C. la fioritura calcolitica dei Balcani orientali, di cui Varna era l’espressione più vistosa, si interruppe, forse per un concorso di cause — mutamenti climatici, esaurimento di alcuni filoni minerari, pressioni di popolazioni provenienti dalle steppe pontiche. La necropoli fu abbandonata e per secoli nessun sito d’Europa restituì di nuovo un accumulo di ricchezza paragonabile.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Il quadro cronologico si fonda su quasi trecento tombe scavate fra il 1972 e il 1991 e su serie di datazioni al radiocarbonio con tecnica AMS, che hanno permesso di restringere l’uso del cimitero a un arco di poche generazioni. Le analisi composizionali sugli oggetti d’oro — spettrometria e microscopia elettronica — hanno chiarito provenienza (oro nativo alluvionale) e tecniche di lavorazione, mostrando quanto fosse già sofisticata l’oreficeria a freddo di questi artigiani.

Restano aperte più questioni. L’identità sociale dell’uomo della tomba 43 — capo, sciamano, fabbro d’eccezione — è ricostruita per analogia e resta un’inferenza, non un fatto documentato: nessun testo accompagna questi resti, e l’intera interpretazione poggia sulla cultura materiale. Il significato delle tombe “simboliche” senza scheletro, con maschere d’oro al posto del volto, è discusso: cenotafi per persone morte altrove, sepolture rituali, o qualcos’altro che le categorie funerarie moderne rendono difficile da nominare. Infine resta dibattuto quanto la gerarchia visibile nelle tombe rispecchiasse un potere politico stabile e duraturo, oppure prestigio individuale non trasmissibile: la breve durata della necropoli lascia entrambe le letture plausibili.

Approfondimenti

  • Colin Renfrew, Varna and the Emergence of Wealth in Prehistoric Europe (1986) — il saggio che per primo ha collocato Varna al centro del dibattito sull’origine della disuguaglianza.
  • Tom Higham, John Chapman, Vladimir Slavchev e altri, New Perspectives on the Varna Cemetery (Bulgaria) — AMS Dates and Social Implications, Antiquity 81 (2007) — la cronologia radiocarbonica di riferimento.
  • Verena Leusch, Barbara Armbruster, Ernst Pernicka, Vladimir Slavchev, On the Invention of Gold Metallurgy, Cambridge Archaeological Journal 25 (2015) — le analisi tecniche sull’oreficeria.
  • John Chapman, The Creation of Social Arenas in the Neolithic and Copper Age of South-East Europe: The Case of Varna (1991) — l’interpretazione sociale del sito.

Riferimenti

  • Colin Renfrew, Varna and the Emergence of Wealth in Prehistoric Europe, 1986, Cambridge University Press (in A. Appadurai, a cura di, The Social Life of Things)
  • Tom Higham, John Chapman, Vladimir Slavchev e altri, New Perspectives on the Varna Cemetery (Bulgaria) — AMS Dates and Social Implications, 2007, Antiquity 81(313), pp. 640-654
  • Verena Leusch, Barbara Armbruster, Ernst Pernicka, Vladimir Slavchev, On the Invention of Gold Metallurgy: The Gold Objects from the Varna I Cemetery (Bulgaria)—Technological Consequence and Inventive Creativity, 2015, Cambridge Archaeological Journal 25(1), pp. 353-376 doi:10.1017/S0959774314001140
  • John Chapman, The Creation of Social Arenas in the Neolithic and Copper Age of South-East Europe: The Case of Varna, 1991, in P. Garwood e altri, a cura di, Sacred and Profane, Oxford University Committee for Archaeology, pp. 152-171

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