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Atlante della storia umana

NeoliticoMetalli e prime città

Aratro e buoi

L'energia animale moltiplica la superficie coltivabile e cambia il rapporto tra lavoro e proprietà

circa

12.000 a.C.Neolitico3.300 a.C.

In breve

Fra il V e il IV millennio a.C., nel Vicino Oriente e poi in Europa, i coltivatori cominciano ad affiancare alla zappa e al bastone da scavo un attrezzo trainato da buoi: l’aratro (in questa fase, un aratro semplice detto ard, che incide un solco senza rivoltare la zolla). Un paio di buoi ara in un giorno quanto una famiglia zappava in molti: cambia quanta terra si può lavorare, chi la controlla, e chi la lavora.

Contesto

Per i primi millenni dell’agricoltura, dissodare un campo significava impugnare un bastone da scavo o una zappa e romperne la superficie a forza di braccia. È un lavoro capace di nutrire un orto o un piccolo campo, non i grandi appezzamenti cerealicoli aperti: la superficie che una famiglia poteva coltivare era vincolata a quanta terra riusciva a smuovere a mano, e nelle prime comunità neolitiche europee — quelle della ceramica lineare, ad esempio — gli appezzamenti restano piccoli e vicini alle case.

Buoi, pecore e capre erano già animali domestici da secoli, sfruttati soprattutto per carne e pelle. Ciò che cambia fra il V e il IV millennio è l’uso più intenso dei loro prodotti secondari — latte, lana, e soprattutto la forza per trainare pesi — un passaggio che l’archeologo Andrew Sherratt ha chiamato «rivoluzione dei prodotti secondari». Perché un bue tiri un aratro serve castrarlo, addestrarlo, aggiogarlo: non è un salto ovvio, ed è per questo che avviene secoli dopo la domesticazione stessa del bovino.

Svolgimento

Le prove più antiche di solchi tracciati da un aratro trainato in Europa vengono dal sito di Sion, nel Vallese svizzero, dove scavi pubblicati nel 2024 hanno datato tracce di aratura all’inizio del V millennio a.C. — circa un millennio prima di quanto si pensasse. Fino ad allora l’evidenza più solida veniva dalla Scandinavia meridionale: solchi paralleli, spesso riempiti di carbone, conservati sotto tumuli e lunghe barrow della cultura del Bicchiere Imbutiforme (TRB), databili in massima parte fra il 3500 e il 3100 a.C., con un caso a Højensvej, sull’isola danese di Fionia, che potrebbe risalire già a prima del 3640 a.C. Se ne contano oltre cinquanta in tutta la Scandinavia meridionale: i solchi si conservano perché il tumulo, costruito subito dopo l’ultima aratura, li ha sigillati sotto il proprio peso.

Non tutte le tracce più antiche convincono: quelle sotto il lungo tumulo di Sarnowo, in Polonia, attribuite a un aratro di metà V millennio, sono state rilette da alcuni studiosi come resti carbonizzati di una struttura lignea, non solchi. È un promemoria che «segno nel terreno» non equivale automaticamente ad «aratura», e che ogni sito va giudicato caso per caso.

In Mesopotamia la prima attestazione non è archeologica ma scrittoria: fra le tavolette pittografiche di Uruk, alla fine del IV millennio a.C., compare il segno per l’aratro — un aratro a trave semplice, trainato da buoi, che nella forma cambierà poco per tutta la storia mesopotamica successiva. Più tardi, sigilli cilindrici del periodo accadico (2350-2200 a.C. circa) raffigurano buoi che trainano un aratro-seminatrice, con un imbuto che lascia cadere il seme direttamente nel solco appena tracciato; e un testo didattico sumerico, le cosiddette Istruzioni al contadino (inizio del II millennio a.C.), descrive passo per passo l’uso dell’aratro-seminatrice, la scelta dei buoi, l’irrigazione dei campi.

Conseguenze

L’effetto più diretto è sulla produttività: un aratro trainato da una coppia di buoi dissoda in un giorno una superficie che un gruppo di persone impiegherebbe molto più tempo a smuovere a mano, e lo fa su terreni compatti che la zappa lavora a fatica. La superficie coltivabile per famiglia si moltiplica, e con essa la produzione di cereali da campo aperto, meno adatta agli orti intensivi dei primi agricoltori.

Ma non tutte le famiglie hanno accesso a un bue addestrato e a un aratro: possederli, o poterli prendere in prestito, diventa un vantaggio concreto, e un vantaggio trasmissibile — un bue si eredita, un campo dissodato si eredita, un orto zappato a mano no, nello stesso modo. Peter Bogucki ha proposto che sia proprio la trazione animale, più che la sola agricoltura, a spiegare l’accumulo di ricchezza nelle economie domestiche neolitiche d’Europa: buoi e aratri sono capitale che si tramanda. Su scala più ampia, uno studio del 2019 su un campione di oltre 150 siti dell’Eurasia occidentale (Bogaard, Fochesato e Bowles) mostra che la disuguaglianza di ricchezza — misurata dalla dimensione delle case — cresce nettamente a partire da circa il 4000 a.C., diversi millenni dopo l’inizio dell’agricoltura: non è la coltivazione in sé a produrre disuguaglianza, ma il passaggio a un’agricoltura che rende la terra il fattore scarso e il lavoro meno decisivo, con l’aratro trainato — «i robot del tardo Neolitico», lo definiscono gli autori — che scioglie il legame fra ricchezza prodotta e ore di lavoro versate.

Un terzo filone di conseguenze riguarda la divisione del lavoro fra i sessi. Già nel 1970 l’economista Ester Boserup osservava che nelle società che coltivano con l’aratro il lavoro nei campi è tipicamente maschile, mentre nelle società che zappano a mano è spesso condiviso o prevalentemente femminile: l’aratro richiede forza nella parte superiore del corpo per controllare l’animale e lunghe assenze da casa, incompatibili con l’accudimento dei bambini piccoli, mentre la zappatura si presta a essere interrotta e ripresa. Alberto Alesina, Paola Giuliano e Nathan Nunn hanno messo alla prova questa «ipotesi dell’aratro» confrontando l’idoneità storica di colture diverse alla lavorazione con l’aratro: le società i cui antenati coltivavano colture adatte all’aratro mostrano oggi, a distanza di millenni, tassi più bassi di partecipazione femminile al lavoro salariato e alla politica, e atteggiamenti più tradizionali sui ruoli di genere — un’eredità culturale che è sopravvissuta alla tecnologia che l’ha originata.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

L’evidenza diretta dell’aratura preistorica sono i solchi fossili: quando un tumulo o una barrow viene costruito subito dopo l’ultima aratura di un campo, il peso della struttura sigilla e conserva i segni lasciati dal vomere, che altrimenti l’erosione e le arature successive cancellerebbero. È una conservazione fortuita e rara, concentrata dove si costruivano tumuli su campi appena lavorati — da qui la disparità fra le decine di casi scandinavi e la scarsità altrove.

Per la Mesopotamia le fonti sono scrittorie e iconografiche: segni pittografici sulle tavolette di Uruk, sigilli cilindrici accadici, testi didattici sumerici. Raccontano la tecnica con un dettaglio che l’archeologia dei solchi non può dare, ma sono anche testi normativi o celebrativi, scritti per insegnare o per rappresentare un ideale, non registrazioni neutre di pratiche medie.

Restano incertezze reali. La datazione dei singoli ritrovamenti europei è spesso dibattuta caso per caso — il caso di Sarnowo, riletto da alcuni come struttura lignea bruciata e non come solchi, è l’esempio più citato — e ogni nuova scoperta, come quella di Sion nel 2024, può retrodatare l’inizio dell’aratura di secoli. E il legame causale fra aratro e divisione del lavoro per genere proposto da Alesina, Giuliano e Nunn resta un’inferenza storica su correlazioni fra pratiche agricole ereditate e atteggiamenti attuali, non un esperimento: gli stessi autori e i critici successivi sottolineano che l’aratro non ha «inventato» la disuguaglianza di genere, ma può averne rinforzata una già preesistente in modi che sono sopravvissuti molto oltre l’uso agricolo dell’attrezzo.

Approfondimenti

  • Andrew Sherratt, Plough and Pastoralism: Aspects of the Secondary Products Revolution (1981) — il testo che ha dato un nome e un quadro d’insieme al passaggio dall’allevamento per carne e pelle allo sfruttamento di latte, lana e trazione.
  • Peter Bogucki, Animal Traction and Household Economies in Neolithic Europe, «Antiquity» 67 (1993) — l’argomento per cui è la trazione animale, più della sola agricoltura, a spiegare l’accumulo di ricchezza domestica.
  • Samuel van Willigen et al., New evidence for prehistoric ploughing in Europe, «Humanities and Social Sciences Communications» 11 (2024) — la scoperta di Sion, che retrodata l’aratura europea più antica nota.
  • Alberto Alesina, Paola Giuliano, Nathan Nunn, On the Origins of Gender Roles: Women and the Plough, «Quarterly Journal of Economics» 128 (2013) — la formulazione economica dell’ipotesi dell’aratro e dei suoi effetti di lunghissimo periodo.
  • Amy Bogaard, Mattia Fochesato, Samuel Bowles, The Farming-Inequality Nexus, «Antiquity» 93 (2019) — i dati archeologici su larga scala che collegano aratro trainato e crescita della disuguaglianza.

Riferimenti

  • Andrew Sherratt, Plough and Pastoralism: Aspects of the Secondary Products Revolution, 1981, in I. Hodder, G. Isaac, N. Hammond (a cura di), Pattern of the Past, Cambridge University Press, pp. 261-305
  • Henrik Thrane, Danish Plough-Marks from the Neolithic and Bronze Age, 1989, Journal of Danish Archaeology, vol. 8, pp. 111-125
  • Peter Bogucki, Animal Traction and Household Economies in Neolithic Europe, 1993, Antiquity, vol. 67, n. 256, pp. 492-503
  • Samuel van Willigen, Sylvain Ozainne, Michel Guélat et al., New evidence for prehistoric ploughing in Europe, 2024, Humanities and Social Sciences Communications, vol. 11, art. 372 doi:10.1057/s41599-024-02837-5
  • Alberto Alesina, Paola Giuliano, Nathan Nunn, On the Origins of Gender Roles: Women and the Plough, 2013, The Quarterly Journal of Economics, vol. 128, n. 2, pp. 469-530 doi:10.1093/qje/qjt005
  • Amy Bogaard, Mattia Fochesato, Samuel Bowles, The Farming-Inequality Nexus: New Insights from Ancient Western Eurasia, 2019, Antiquity, vol. 93, n. 371, pp. 1129-1143 doi:10.15184/aqy.2019.105

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