In breve
Fra il 9000 e l’8000 a.C. circa, nei monti Zagros e in Anatolia, i cacciatori di capre selvatiche (il bezoario, Capra aegagrus) e di pecore selvatiche (il muflone, Ovis orientalis) cominciarono a gestirne i branchi invece di limitarsi ad abbatterli: li tennero vicino ai villaggi, ne controllarono la riproduzione, ne selezionarono gli animali da macellare. Il maiale seguì un percorso più frammentato, con addomesticamenti indipendenti in più luoghi, fra cui l’Anatolia orientale. La prova di questo passaggio non sta in un manufatto ma in un dato statistico: l’età e il sesso degli animali macellati nei villaggi, ricostruiti osso per osso, che rivelano una gestione deliberata del gregge dove prima c’era caccia opportunistica. Fu l’altra metà della rivoluzione neolitica, quasi contemporanea alla domesticazione di grano e orzo: non solo nuove piante coltivate, ma nuovi animali tenuti in cattività, fonte di carne e pelle da subito, di latte e lana solo secoli dopo — e, insieme a questi beni, di malattie nuove capaci di passare dagli animali all’uomo.
Contesto
Prima della domesticazione, capre e pecore selvatiche erano già prede abituali dei cacciatori-raccoglitori della Mezzaluna Fertile settentrionale: i loro resti compaiono nei livelli più antichi di molti insediamenti dello Zagros e dell’Anatolia, accanto a quelli di cervi, gazzelle e altra selvaggina. Ciò che rendeva capra e pecora candidate migliori alla domesticazione rispetto ad altri ungulati della regione era il comportamento sociale: vivono in branchi gerarchici che seguono un capo, un tratto che permette a un pastore di controllare l’intero gruppo controllando pochi individui — una precondizione che gazzelle e altri erbivori solitari o poco gerarchici non offrivano.
Il cinghiale selvatico (Sus scrofa), progenitore del maiale, viveva invece in un areale molto più ampio, dall’Europa all’Asia orientale, Anatolia compresa: proprio questa distribuzione estesa è uno dei motivi per cui gli studiosi ritengono che la sua domesticazione non sia avvenuta in un unico luogo ma sia stata ripetuta, indipendentemente, in più regioni.
Il quadro cronologico ricalca da vicino quello di grano e orzo, discusso altrove in questo atlante: comunità già più sedentarie, che vivevano in villaggi stabili invece che spostarsi dietro alla selvaggina, trovavano conveniente avere carne a portata di mano invece di andarla a cacciare. Non è un caso che le prime evidenze di gestione dei greggi vengano dagli stessi secoli e dalle stesse regioni delle prime coltivazioni di cereali: erano risposte imparentate a una pressione simile.
Svolgimento
La prova più diretta della domesticazione animale non è morfologica, com’è invece per il rachide dei cereali, ma demografica. Melinda Zeder e Brian Hesse, in uno studio pubblicato su Science nel 2000, hanno analizzato i resti ossei di capre a Ganj Dareh, un sito nei monti Zagros iraniani datato a circa diecimila anni fa, ricostruendo per ogni animale macellato l’età di morte, stimata dall’eruzione e dall’usura dei denti, e il sesso, dalla forma delle ossa. Un branco cacciato in modo opportunistico riflette la struttura demografica naturale della popolazione selvatica, con animali di ogni età e sesso abbattuti più o meno nelle proporzioni in cui esistono in natura. Un gregge gestito da un pastore, invece, mostra un profilo molto diverso: i maschi giovani, superflui alla riproduzione, vengono macellati presto per la carne, mentre le femmine adulte vengono tenute in vita più a lungo perché continuino a riprodursi e, più tardi nella storia dell’allevamento, a produrre latte. A Ganj Dareh il profilo dei resti ossei corrispondeva proprio a questo secondo schema — un’evidenza fra le più solide per una gestione deliberata del gregge già a quella data, molto prima che comparissero cambiamenti visibili nella taglia o nella forma degli animali.
Un metodo analogo, applicato a molti altri siti della regione, ha esteso il quadro alla pecora, quasi certamente domesticata negli stessi secoli e nella stessa area generale — lo Zagros e le propaggini dell’Anatolia sudorientale — e poco più tardi diffusa anche a ovest. Aşıklı Höyük, in Anatolia centrale, conserva stratigrafie in cui la proporzione di pecore giovani abbattute cresce nel tempo insieme ad altri segnali di gestione, un indizio di un processo di addomesticamento locale che si consolida nel corso di generazioni, non di un evento singolo. La sintesi pubblicata da Melinda Zeder nel 2008 sulle Proceedings of the National Academy of Sciences ha messo insieme i profili di età e sesso di molti siti diversi della Mezzaluna Fertile per capra, pecora, maiale e bovino, concludendo che la domesticazione fu un processo diffuso su più secoli e non concentrato in un solo focolaio, in parallelo con quanto emerso per i cereali.
Il maiale segue una storia più composita. I resti di suini nei villaggi neolitici dell’Anatolia orientale e della Mezzaluna Fertile settentrionale mostrano, in tempi vicini a quelli di capra e pecora, segnali di gestione e poi di riduzione della taglia — un effetto comune della vita in cattività, dove pressioni selettive diverse da quelle naturali favoriscono animali più piccoli e più mansueti. Ma segnali paragonabili compaiono, in tempi non troppo lontani, anche in Asia orientale, dove il cinghiale locale fu addomesticato indipendentemente: prova, insieme all’ampiezza dell’areale selvatico della specie, che il maiale non ebbe un’unica culla ma più di una.
Conseguenze
Nell’immediato, la domesticazione di pecora, capra e maiale garantì alle comunità neolitiche una fonte di carne prevedibile, non più soggetta all’incertezza della caccia, oltre a pelle, tendini e ossa da lavorare. Lo sfruttamento sistematico di latte e lana — quella che Andrew Sherratt ha chiamato «rivoluzione dei prodotti secondari» — arrivò invece solo secoli o millenni più tardi, quando le comunità impararono a mungere le femmine adulte invece di macellarle giovani e a tosare o strappare il vello invece di limitarsi alla pelle: un capitolo successivo, legato a doppio filo a quello della trazione animale con l’aratro, discusso altrove in questo atlante.
Un effetto meno celebrato, ma di lunghissimo periodo, riguarda la salute. Vivere a stretto contatto con greggi e branchi in villaggi affollati creò per la prima volta le condizioni perché agenti patogeni degli animali si adattassero all’uomo: il morbillo è imparentato con virus che colpiscono il bestiame, la tubercolosi bovina può trasmettersi ai pastori, e più in generale gran parte delle malattie infettive che hanno segnato la storia umana successiva — comprese quelle che, secoli dopo, avrebbero devastato le popolazioni del continente americano prive di analoga esposizione — hanno un’origine animale legata proprio a questo tipo di convivenza ravvicinata. William McNeill e, più tardi, Jared Diamond hanno fatto di questo nesso fra domesticazione e nuove epidemie uno degli argomenti centrali per spiegare perché le società eurasiatiche, ricche di animali domestici da millenni, sviluppassero nel tempo una resistenza relativa a patogeni che altrove risultavano devastanti.
Nel frattempo altrove
- 8.500 a.C.Riso nello Yangtze — Asia orientale
- 7.000 a.C.Kuk Swamp e il taro — Oceania
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
- 7.000 a.C.Nasce il mais — Americhe
- 6.600 a.C.Budj Bim — Oceania
- 6.500 a.C.Il Sahara verde — Africa
- 6.000 a.C.L'agricoltura arriva in Europa — Europa
Come lo sappiamo
La prova primaria, di nuovo, è archeozoologica: ossa animali recuperate negli scavi, identificate per specie, e per ciascun individuo classificate per età di morte — stimata dall’eruzione dentaria e dall’usura dei denti, oltre che dalla fusione delle epifisi ossee — e per sesso, dalla morfologia di bacino e corna. Mettendo insieme questi dati per centinaia di individui da uno stesso strato si ottiene un profilo demografico del gregge macellato, confrontabile con quello atteso da una popolazione cacciata liberamente: è il metodo, perfezionato da diversi archeozoologi nel corso dei decenni, alla base tanto dello studio di Zeder e Hesse su Ganj Dareh quanto della sintesi di Zeder del 2008. A questo si affianca l’osservazione della taglia degli animali, che tende a ridursi sotto la cattività, e più di recente il DNA antico, che permette di seguire la parentela genetica fra popolazioni selvatiche e domestiche e di distinguere addomesticamenti indipendenti da diffusioni successive di uno stesso ceppo — uno strumento particolarmente utile per il maiale, la cui domesticazione in più luoghi resta più difficile da districare rispetto a quella di capra e pecora.
Restano incertezze aperte: quante siano state realmente le origini indipendenti del maiale, quanto siano stati rapidi o graduali i singoli processi di domesticazione da sito a sito, e in che misura specifiche malattie infettive — il caso del morbillo è il più discusso — derivino davvero da un dato patogeno animale o da percorsi evolutivi più complessi. In questa voce, per un vincolo operativo di questa sessione di scrittura, la bibliografia non è stata verificata tramite ricerca sul web: sono stati citati solo titoli, autori e date che si ritengono noti con sicurezza, ma vanno controllati — idealmente con scripts/verifica-fonti.mjs o con una verifica manuale — prima che la voce possa passare a stato: completa.
Approfondimenti
- Melinda A. Zeder, Brian Hesse, “The Initial Domestication of Goats (Capra hircus) in the Zagros Mountains 10,000 Years Ago”, Science 287 (2000) — lo studio che ha fissato il metodo dei profili di età e sesso come prova di gestione deliberata del gregge.
- Melinda A. Zeder, “Domestication and early agriculture in the Mediterranean Basin”, PNAS 105 (2008) — la sintesi regionale su capra, pecora, maiale e bovino nella Mezzaluna Fertile.
- Andrew Sherratt, Plough and Pastoralism: Aspects of the Secondary Products Revolution (1981) — il testo che distingue lo sfruttamento immediato di carne e pelle da quello, più tardo, di latte, lana e forza di traino.
- William H. McNeill, Plagues and Peoples (1976) — il classico sul legame di lungo periodo fra addomesticamento animale e nuove malattie infettive umane.
- Jared Diamond, Guns, Germs, and Steel (1997) — la divulgazione più nota dell’argomento sulle zoonosi e le sue conseguenze storiche su scala globale.