In breve
Nel sud-est della Turchia, sulle colline sopra l’odierna Şanlıurfa, cacciatori-raccoglitori del Neolitico preceramico eressero fra circa il 9600 e l’8000 a.C. una serie di recinti circolari monumentali, sorretti da pilastri di calcare a forma di T alti fino a 5,5 metri e scolpiti con scorpioni, serpenti, volpi, cinghiali, gru e avvoltoi. A Göbekli Tepe non è mai emersa traccia di case permanenti né di piante o animali addomesticati: tutto indica un luogo di incontro periodico, forse di pellegrinaggio, costruito e più volte rimodellato da comunità che restavano mobili per gran parte dell’anno. È un ordine rovesciato rispetto al modello tradizionale, secondo cui prima viene l’agricoltura e la vita in villaggio, poi il surplus che permette templi e sacerdoti: qui il monumento religioso precede di secoli sia l’uno sia l’altro. Klaus Schmidt, che diresse gli scavi dal 1995 alla morte nel 2014, la riassunse in una formula divenuta celebre — «prima il tempio, poi la città» — nota anche come ipotesi del culto prima del grano.
Contesto
Il sito sorge nell’Alta Mesopotamia, ai margini settentrionali della Mezzaluna Fertile, in un paesaggio di colline calcaree alla fine dell’ultima era glaciale. Poco più a sud, nel Levante, i Natufiani avevano già mostrato che la vita sedentaria poteva precedere l’agricoltura, raccogliendo cereali selvatici senza coltivarli; ma a Göbekli Tepe il fenomeno si spinge oltre, perché a restare stabile prima del grano non è un villaggio, bensì un cantiere religioso condiviso da gruppi diversi.
La regione offriva le condizioni ecologiche perché ciò accadesse: sui fianchi dei vicini monti Karacadağ cresceva — e cresce ancora — l’einkorn selvatico che analisi genetiche del 1997 hanno indicato come il parente più stretto conosciuto del grano domestico, segno che proprio quest’area fu, entro pochi secoli, teatro dei primi esperimenti di coltivazione intenzionale. Branchi di gazzelle, asini selvatici e uri pascolavano nella steppa, e la selvaggina abbondante rendeva possibile radunare per periodi limitati più persone di quante un singolo gruppo di cacciatori-raccoglitori potesse normalmente sostenere.
Il sito non era inoltre un caso isolato: pilastri a T simili erano già stati scavati negli anni Ottanta a Nevalı Çori, poco a nord, prima che la diga di Atatürk ne sommergesse il sito sotto un bacino artificiale. Una ricognizione dell’Università di Chicago e di Istanbul, già nel 1963, aveva notato le lastre di pietra emergenti a Göbekli Tepe, scambiandole per lapidi di un cimitero islamico o bizantino: il riconoscimento della loro vera natura attese oltre trent’anni.
Svolgimento
Klaus Schmidt, archeologo dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI), visitò la collina nel 1994 e riconobbe nelle lastre segnalate nel 1963 la sommità di pilastri preistorici, non lapidi bizantine. Gli scavi, con il Museo di Şanlıurfa, iniziarono l’anno seguente e proseguirono sotto la sua direzione fino alla morte improvvisa di Schmidt nel 2014; da allora il progetto è coordinato dal DAI insieme all’Università di Istanbul, sotto la direzione di Necmi Karul.
Il sito comprende diversi recinti circolari od ovali, indicati con le lettere A-D e altri ancora in scavo, ciascuno delimitato da una fila di pilastri a T di dimensioni decrescenti verso l’esterno e da un muretto a secco. Al centro di ogni recinto si ergono due pilastri più grandi, alti fino a 5,5 metri e del peso stimato di alcune tonnellate, orientati l’uno verso l’altro; alcuni portano incise, sui fianchi, braccia stilizzate piegate verso una cintura scolpita sul “corpo” della pietra, indizio che l’intera forma a T rappresenti una figura antropomorfa — forse un antenato o un essere sovrannaturale — più che un semplice sostegno architettonico. Sui pilastri minori compaiono in rilievo scorpioni, serpenti, volpi, cinghiali, gru, avvoltoi, ragni e uri: un repertorio ricorrente la cui lettura simbolica resta ipotetica.
Ciò che manca, sistematicamente, sono i segni di un abitato: nessun focolare domestico diffuso, nessuna concentrazione di rifiuti quotidiani paragonabile a quella di un villaggio, nessun cereale o osso animale che mostri tratti di domesticazione. Le grandi quantità di ossa di gazzella e di uro trovate nei riempimenti, insieme a macine e recipienti di pietra di capienza inusuale, hanno fatto pensare a banchetti collettivi periodici, forse legati alla costruzione o alla chiusura di un recinto, più che a un consumo quotidiano.
Ogni recinto, terminato il suo ciclo d’uso, venne riempito deliberatamente con macerie calcaree, ossa animali e scarti di selce: la sedimentazione non è naturale, perché i crinali sono zone di erosione, non di deposito. La sequenza distingue uno strato III, il più antico (circa 9600-8800 a.C.), con i grandi recinti circolari, da uno strato II più tardo (circa 8800-8000 a.C.), con strutture rettangolari più piccole — un rimpicciolimento che accompagna, nello stesso arco di tempo, l’affermarsi delle prime pratiche di coltivazione nella regione. Dal 2021 il progetto turco “Taş Tepeler” ha esteso le ricognizioni ai dintorni, portando alla luce oltre una decina di siti imparentati — fra cui Karahan Tepe e Sayburç, quest’ultimo con una scena narrativa scolpita — che mostrano come il fenomeno fosse condiviso da una rete di comunità della regione, non un’invenzione isolata.
Conseguenze
La scoperta ha costretto a rivedere il modello formulato da Vere Gordon Childe a metà Novecento, secondo cui la “rivoluzione neolitica” procede in un ordine fisso: prima l’agricoltura, poi il surplus, poi la sedentarietà, infine la complessità sociale e religiosa dei templi. A Göbekli Tepe l’ordine è invertito: gruppi ancora di cacciatori-raccoglitori mobilitarono, per generazioni, lavoro coordinato su scala che presuppone organizzazione sociale, trasporto di blocchi di alcune tonnellate e capacità di programmare raduni di persone di più bande — tutto questo prima di coltivare un solo campo.
Il nesso con l’origine dell’agricoltura resta materia di ipotesi più che di prova diretta. Che il grano einkorn domestico discenda da popolazioni selvatiche dei vicini monti Karacadağ è un dato consolidato; che i costruttori di Göbekli Tepe l’abbiano coltivato, o che i banchetti collettivi abbiano spinto a intensificare la raccolta fino alla coltivazione, è un’inferenza plausibile ma indimostrata: nessun seme domesticato è stato trovato nei livelli più antichi del sito. Resta il fatto che il primo santuario monumentale conosciuto e il luogo di origine genetica del primo cereale addomesticato si trovano a poche decine di chilometri l’uno dall’altro, nello stesso arco di secoli.
Sul piano storiografico, Göbekli Tepe ha dato peso empirico all’idea che l’ideologia condivisa e il lavoro comune organizzato attorno a un culto possano avere anticipato, e forse favorito, la transizione all’agricoltura invece di seguirla come suo prodotto. Il sito è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2018, durante la 42ª sessione del Comitato a Manama, in Bahrein, in base ai criteri (i), (ii) e (iv).
Nel frattempo altrove
- 13.000 a.C.Punte Clovis — Americhe
- 8.500 a.C.Riso nello Yangtze — Asia orientale
- 7.000 a.C.Kuk Swamp e il taro — Oceania
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
- 7.000 a.C.Nasce il mais — Americhe
- 6.500 a.C.Il Sahara verde — Africa
- 6.000 a.C.L'agricoltura arriva in Europa — Europa
Come lo sappiamo
Il frontmatter di questa voce riporta yearBp: 11600, anni prima del 1950 nella convenzione radiocarbonica, da cui deriva un anno astronomico di circa -9650 (9650 a.C.). Il prototipo da cui proviene registrava invece lo stesso numero, 11.600, direttamente come anno a.C. — un errore facile da commettere, perché la cifra circola nella divulgazione come “vecchio di 11.600 anni”, un modo di dire che conta gli anni trascorsi da oggi, non un anno di calendario. Trascritta senza correggere l’offset, colloca il sito duemila anni prima di quanto indichi la letteratura specialistica, che data la fase monumentale (strato III) al 9600-8800 a.C. circa. Il valore qui riportato resta un’approssimazione della data più citata: da qui yearPrecision: contestato, non per incertezza sulla stratigrafia in sé, ma per la facilità con cui “anni fa” e “anni a.C.” si confondono in questo periodo.
Anche la cronologia interna resta indiretta più che diretta. I recinti furono riempiti deliberatamente prima dell’abbandono, quindi macerie e ossa nel riempimento possono essere più tarde della struttura che le contiene: datare quei materiali rischia di datare la sepoltura, non l’erezione dei pilastri. Per questo Dietrich, Köksal-Schmidt, Notroff e Schmidt, nel 2013, hanno affinato la sequenza incrociando datazioni su intonaco delle pareti, resti vegetali a vita breve e ossa in posizione stratigrafica sicura, distinguendo lo strato III dallo strato II.
Un secondo punto resta aperto, ed è interpretativo più che cronologico: quanto sia corretto chiamare “tempio” ciò che Schmidt ha sempre descritto come un santuario, escludendo quasi ogni funzione domestica. Nel 2011 E. B. Banning ha proposto una lettura alternativa, sostenendo che le prove non escludono che alcuni pilastri si trovassero in abitazioni ricche di contenuto simbolico, più che in edifici esclusivamente cultuali — una distinzione che nel Neolitico preceramico potrebbe essere meno netta di quanto presuma la nostra categoria moderna. Le ricerche successive alla morte di Schmidt, condotte da Lee Clare e dal DAI, hanno inoltre rivalutato il peso dei banchetti rispetto al culto in senso stretto, senza risolvere la domanda con cui Schmidt stesso l’aveva posta: se il tempio, e non il villaggio, sia venuto davvero per primo.
Approfondimenti
- Klaus Schmidt, Göbekli Tepe: A Stone Age Sanctuary in South-Eastern Anatolia (2012) — il resoconto dello scavatore principale, fonte della formula “prima il tempio, poi la città”.
- E. B. Banning, So Fair a House: Göbekli Tepe and the Identification of Temples in the Pre-Pottery Neolithic of the Near East (2011) — la lettura critica che mette in dubbio l’esclusiva funzione cultuale dei recinti.
- Oliver Dietrich, Manfred Heun, Jens Notroff, Klaus Schmidt, Martin Zarnkow, The Role of Cult and Feasting in the Emergence of Neolithic Communities (2012) — le prove dei banchetti collettivi, inclusa l’ipotesi della birra.
- Oliver Dietrich, Çiğdem Köksal-Schmidt, Jens Notroff, Klaus Schmidt, Establishing a Radiocarbon Sequence for Göbekli Tepe (2013) — la cronologia radiocarbonica di riferimento, con la distinzione fra strato III e strato II.
- Manfred Heun et al., Site of Einkorn Wheat Domestication Identified by DNA Fingerprinting (1997) — lo studio genetico che lega i monti Karacadağ all’origine del grano domestico.