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Atlante della storia umana

NeoliticoPrime domesticazioni

Gerico

Mura e una torre di pietra attorno a un abitato: il più antico insediamento permanente conosciuto

circa

12.000 a.C.Neolitico3.300 a.C.

In breve

A Tell es-Sultan, l’oasi di Gerico nella valle del Giordano, un abitato di poche migliaia di persone al massimo era racchiuso da un muro di pietra e da un fossato scavato nella roccia. All’interno, addossata al muro, si ergeva una torre alta circa 8,5 metri con una scala interna di ventidue gradini. Le fasi più antiche risalgono a circa il 9500 a.C., quando in quella regione la ceramica non era ancora stata inventata: è uno dei più antichi insediamenti permanenti conosciuti, reso possibile da una sorgente perenne in un territorio altrimenti arido. Le mura sono spesso citate come “le più antiche del mondo”, ma cosa dovessero davvero respingere — nemici, acqua o nessuna minaccia concreta — resta un problema discusso, perché nella regione non ci sono tracce di conflitto per quel periodo.

Contesto

La sorgente di Ain es-Sultan, che ancora oggi sgorga ai piedi del tell, era il fatto geografico che rendeva possibile tutto il resto. Nella valle del Giordano, calda e arida, un’acqua perenne creava un’oasi capace di sostenere una popolazione stabile tutto l’anno, cosa che altrove nel Levante restava impensabile finché non arrivava l’irrigazione o la piena domesticazione delle piante.

Gruppi natufiani frequentavano il sito già a partire da circa il 10.500 a.C., come campo stagionale legato alla raccolta di cereali selvatici: le tracce sono microliti e falcetti in pietra. Con il riscaldamento climatico di inizio Olocene, la frequentazione stagionale si allungò fino a diventare residenza permanente in piccole case rotonde di mattoni crudi. Il punto importante, e per certi versi contro-intuitivo, è l’ordine degli eventi: a Gerico la sedentarietà precede una piena economia agricola, non la segue. Le persone si fermarono perché la sorgente lo permetteva, e solo dopo essersi fermate intensificarono la selezione delle piante che sarebbe diventata l’agricoltura vera e propria (si veda grano-e-orzo-domestici). Questo è anche il periodo, il Neolitico Preceramico A (PPNA), in cui manca ancora la ceramica: la conservazione e la cottura del cibo passavano da contenitori di pietra, di gesso o di materiali deperibili.

Svolgimento

L’abitato del PPNA copriva circa 4 ettari e ospitava case rotonde in mattoni crudi, senza un piano stradale riconoscibile: la popolazione stimata va, a seconda degli autori, da poche centinaia a due o tremila persone, un intervallo che dice soprattutto quanto sia difficile stimare la demografia di un sito di diecimila anni fa da poche trincee di scavo.

Attorno all’abitato correva un muro di pietra spesso 1,5-2 metri e alto fra 3,7 e 5,2 metri, con all’esterno un fossato tagliato nella roccia viva, largo circa 8 metri e profondo quasi 3, per uno sviluppo complessivo di circa 600 metri. Addossata all’interno del muro sorgeva la torre: circa 8,5 metri di altezza, costruita con pietre non lavorate legate da malta di fango e rivestita di intonaco, con una scala interna di ventidue gradini che saliva per tre quarti dell’altezza della struttura attraverso un vano stretto, largo appena 80 centimetri per lato — troppo stretto perché più persone lo percorressero comodamente in contemporanea.

Fu Kathleen Kenyon, archeologa britannica alla guida della British School of Archaeology in Jerusalem, a riportare tutto questo alla luce fra il 1952 e il 1958, con una trincea profonda che tagliava il tell verso il basso. Applicò un metodo stratigrafico rigoroso — noto poi come metodo Wheeler-Kenyon — che ricollocò correttamente torre e mura nell’orizzonte neolitico e non, come si era ipotizzato in precedenza, in quello del Bronzo. Pubblicò i risultati preliminari in Digging Up Jericho (1957) e la documentazione completa negli anni successivi nella serie in più volumi Excavations at Jericho, curata insieme a Thomas A. Holland.

La datazione radiocarbonica colloca la costruzione delle mura e della torre entro il PPNA, in un arco che le fonti pongono intorno al 9500-8500 a.C. calibrato: la data esatta della torre resta comunque oggetto di discussione, poiché l’occupazione del sito attraversò più fasi successive nello stesso periodo.

Conseguenze

La scoperta costrinse a rivedere l’idea che l’architettura monumentale e il lavoro comunitario organizzato fossero un prodotto tardo dell’agricoltura pienamente sviluppata. A Gerico — come poco dopo si sarebbe visto anche a Göbekli Tepe, benché in un contesto sociale diverso — comunità che non erano ancora agricoltori a tempo pieno si mostrarono capaci di mobilitare lavoro collettivo su una scala enorme per l’epoca: scavare un fossato nella roccia con utensili di pietra, trasportare ed erigere una torre di otto metri, è un’impresa che richiede organizzazione, non solo braccia.

Il dibattito sulla funzione delle mura è diventato un caso di scuola sulla cautela interpretativa in archeologia. La lettura più immediata — una fortificazione contro attacchi — fu la prima proposta da Kenyon stessa, ma a partire dagli anni ’80 alcuni studiosi, in primo luogo Ofer Bar-Yosef, l’hanno messa in discussione: non ci sono prove di conflitto armato fra insediamenti in quella fase del Levante, la torre si trova all’interno del muro anziché sporgere verso l’esterno come ci si aspetterebbe da un’opera difensiva, e un fossato scavato nella roccia avrebbe potuto servire altrettanto bene a deviare le acque di piena stagionali che scendono dai wadi vicini. Altri ancora hanno proposto una funzione rituale o simbolica: un segno visibile di coesione comunitaria, o — nell’ipotesi più recente di Ran Barkai — una struttura orientata rispetto al tramonto del solstizio d’estate osservato da una collina vicina. Nessuna di queste letture ha prevalso in modo definitivo.

Sul lungo periodo, Gerico è diventata uno dei riferimenti canonici per raccontare l’inizio della vita sedentaria, ed è stata iscritta nel 2023 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come Tell es-Sultan/Antica Gerico, riconosciuta come una delle testimonianze più complete della transizione neolitica nel Vicino Oriente.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La base di tutto resta lo scavo di Kenyon fra il 1952 e il 1958: una trincea stretta e profonda, lo strumento giusto per stabilire una sequenza stratigrafica affidabile ma inadatto a restituire la pianta complessiva dell’abitato, che infatti è ancora oggi conosciuta solo in parte. I suoi rapporti — Digging Up Jericho per il pubblico colto, i volumi di Excavations at Jericho per gli specialisti — restano il punto di partenza obbligato, e vanno letti sapendo che l’interpretazione difensiva delle mura, così influente per decenni, era la sua.

Scavi più recenti, condotti dal 1997 dalla missione italo-palestinese (Sapienza Università di Roma insieme alle autorità palestinesi), hanno riesaminato la stratigrafia con metodi aggiornati, senza però ribaltare la cronologia di base fissata da Kenyon.

Un contributo più recente viene dalla bioarcheologia: uno studio del 2023 su denti umani del periodo preceramico, basato su analisi isotopiche del rapporto stronzio/ossigeno e su proteomica, ha trovato solo due individui su quarantaquattro campionati con segnali di provenienza non locale — un dato coerente con una comunità in gran parte stanziale e poco mobile, che rafforza la lettura di Gerico come insediamento stabile piuttosto che luogo di passaggio.

Restano incerti, e probabilmente lo resteranno: la funzione esatta di mura e torre, discussa da quarant’anni senza una soluzione condivisa; le dimensioni reali della popolazione, stimate con un margine di quasi un ordine di grandezza; e la datazione fine delle singole fasi costruttive all’interno del PPNA, che i margini della calibrazione radiocarbonica non permettono di fissare con la precisione che vorremmo.

Approfondimenti

  • Kathleen M. Kenyon, Digging Up Jericho (1957) — il racconto di prima mano dello scavo che ha ricollocato torre e mura nel Neolitico.
  • Kathleen M. Kenyon e Thomas A. Holland (a cura di), Excavations at Jericho, vol. III (1981) — la documentazione stratigrafica completa, per chi vuole i dati grezzi.
  • Ofer Bar-Yosef, “The Walls of Jericho: An Alternative Interpretation”, Current Anthropology 27/2 (1986) — l’articolo che ha aperto la discussione sulla funzione non militare delle mura.
  • Xiaotong Wang et al., “Isotopic and proteomic evidence for communal stability at Pre-Pottery Neolithic Jericho in the Southern Levant”, Scientific Reports 13 (2023) — l’evidenza bioarcheologica più recente sulla stabilità della comunità.

Riferimenti

  • Kathleen M. Kenyon, Digging Up Jericho: The Results of the Jericho Excavations, 1952-1956, 1957, Ernest Benn
  • Kathleen M. Kenyon, Thomas A. Holland (ed.), Excavations at Jericho, Vol. III: The Architecture and Stratigraphy of the Tell, 1981, British School of Archaeology in Jerusalem
  • Ofer Bar-Yosef, The Walls of Jericho: An Alternative Interpretation, 1986, Current Anthropology doi:10.1086/203413
  • Xiaotong Wang et al., Isotopic and proteomic evidence for communal stability at Pre-Pottery Neolithic Jericho in the Southern Levant, 2023, Scientific Reports doi:10.1038/s41598-023-43549-1

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