In breve
A partire da circa tredicimila anni fa, gruppi umani in gran parte del Nord America produssero un tipo di punta di pietra lavorata su entrambe le facce e scanalata alla base, tecnica nota come fluting. Prende il nome dal sito dove fu identificata per la prima volta, presso la città di Clovis, nel Nuovo Messico, dove negli anni trenta le punte comparvero insieme a ossa di mammut. La tecnologia si diffuse con rapidità sorprendente su un’area vastissima, spesso associata a resti di grandi erbivori del Pleistocene oggi scomparsi dal continente. Clovis è al centro di due dibattiti: quanto la caccia umana abbia contribuito all’estinzione della megafauna, e se rappresenti davvero la prima presenza umana nelle Americhe o una fioritura tecnologica successiva a un popolamento già avviato da millenni.
Contesto
Alla fine dell’ultimo massimo glaciale il Nord America era ancora in gran parte coperto da lastre di ghiaccio continentali, ma un mosaico di praterie fredde e boschi radi a sud di esse ospitava una fauna oggi scomparsa dal continente: mammut e mastodonti, cavalli e cammelli nordamericani, bisonti di taglia maggiore degli attuali, bradipi giganti. Erano ecosistemi produttivi per chi cacciava in gruppo, ma anche instabili: il ritiro dei ghiacci stava già alterando vegetazione e distribuzione delle prede.
Quando comparve la tecnologia Clovis, gruppi umani erano presenti nelle Americhe da tempo, come raccontano la voce sul popolamento del continente e quella sulle impronte di White Sands. Le punte Clovis non segnano dunque l’arrivo dei primi abitanti, ma un momento successivo: la messa a punto di una tecnica efficiente da parte di popolazioni già insediate. Le tradizioni litiche precedenti restano note peggio, perché meno diagnostiche: bifacciali poco standardizzati, senza la scanalatura che rende una punta Clovis riconoscibile anche da un frammento.
Svolgimento
Le prime punte furono raccolte negli anni trenta presso Blackwater Draw, un antico bacino lacustre vicino alla città di Clovis, in strati che contenevano anche ossa di mammut lavorate. Lo scavo, condotto da Edgar B. Howard e proseguito da altri negli anni successivi, stabilì per la prima volta un’associazione diretta fra un manufatto e la megafauna pleistocenica in Nord America, e diede il nome a un intero complesso archeologico.
La punta era lavorata a percussione su entrambe le facce, a foglia allungata, con una o due scanalature alla base che risalivano verso il centro del pezzo. Ottenerle significava staccare, da un manufatto già sottile e quasi finito, una scheggia lunga e stretta senza spezzarlo: un’operazione rischiosa, e i siti di lavorazione hanno restituito molti scarti di punte rotte proprio in questo passaggio. Il risultato, quando riusciva, era una base assottigliata che si incastrava saldamente in un’asta di legno o osso, innestata su un fusto da lancio: una punta che non si sfilava all’impatto era un vantaggio concreto contro un animale di alcune tonnellate.
In poche centinaia di anni la tecnica si diffuse dalla costa atlantica a quella pacifica e dal Canada meridionale al Messico, un’estensione che, vista la brevità del tempo implicato, resta uno degli aspetti più discussi del fenomeno. Le datazioni al radiocarbonio rivedute nel 2007 da Michael R. Waters e Thomas W. Stafford restringono la finestra Clovis a un intervallo calibrato fra i tredicimilacinquanta e i dodicimilasettecentocinquanta anni fa: poco più di trecento anni per una diffusione continentale.
In siti come Murray Springs e Lehner, in Arizona, punte Clovis furono trovate frammiste a ossa di mammut con tagli di macellazione, insieme a resti di bisonte e cavallo. La caccia grossa non era l’unica fonte di sussistenza — la dieta comprendeva anche prede minori, pesca e raccolta vegetale — ma l’investimento nella punta scanalata, pensata per grandi erbivori, indica quanto la megafauna pesasse nell’economia e nella mobilità di gruppi che seguivano mandrie disperse su territori vastissimi.
Conseguenze
Nel giro di pochi secoli dalla diffusione di Clovis, la maggior parte della megafauna nordamericana del Pleistocene si estinse: mammut, mastodonti, cavalli e cammelli scomparvero dal continente, insieme a bradipi giganti e altre specie di grande taglia. Fu una delle estinzioni di massa più rapide della documentazione fossile, e le sue cause restano dibattute (si veda «Come lo sappiamo»).
A breve termine, la scomparsa delle grandi prede costrinse i gruppi umani a riorganizzare l’economia di caccia: le culture che seguirono, come quella di Folsom nelle grandi pianure, si specializzarono su una sola preda di taglia minore ma ancora sociale e migratoria, il bisonte, con punte più piccole. La scanalatura sopravvisse, adattata, ma l’uniformità continentale di Clovis lasciò il posto a tradizioni regionali distinte, segno di adattamento ad ambienti locali sempre più differenziati man mano che il clima glaciale cedeva il passo a condizioni simili alle attuali.
A lungo termine, Clovis ha pesato anche sulla storia della disciplina che lo studia. Per gran parte del Novecento fu considerato la prova che nessuna presenza umana in America precedesse i tredicimilacinquecento anni fa, un modello noto come «Clovis first» che scoraggiò per decenni la ricerca di siti più antichi, liquidati come mal datati. Il modello è caduto, ma Clovis resta un fenomeno tecnologico reale nella sua finestra cronologica, non più come atto fondativo del continente.
Nel frattempo altrove
- 17.000 a.C.Lascaux e Altamira — Europa
- 16.000 a.C.Il cane — Asia orientale
- 14.000 a.C.I Natufiani — Medio Oriente
- 10.000 a.C.Grano e orzo domestici — Medio Oriente
- 7.000 a.C.Kuk Swamp e il taro — Oceania
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
- 6.500 a.C.Il Sahara verde — Africa
Come lo sappiamo
Le fonti principali sono materiali: i manufatti litici, la loro distribuzione stratigrafica, e i siti dove punte e resti faunistici compaiono insieme in condizioni che distinguono una macellazione da un’associazione casuale. Le datazioni radiocarboniche, ricalcolate più volte con calibrazioni migliorate, restano la base della cronologia: il -13000 qui usato è la convenzione più diffusa, ma yearPrecision è segnato «contestato» perché l’intervallo esatto del fenomeno è stato ridiscusso più volte, da ultimo nel 2007. Su questa base si intrecciano due dibattiti distinti, da non confondere.
Il primo riguarda l’estinzione della megafauna. Paul S. Martin propose, in un capitolo del 1984 diventato il riferimento dell’ipotesi, che l’arrivo di cacciatori capaci in un continente privo di prede abituate alla presenza umana avesse causato un’estinzione rapida per eccesso di caccia, un modello detto «overkill», talvolta descritto come un fronte venatorio in avanzata («blitzkrieg»). La correlazione temporale fra Clovis e la scomparsa della megafauna è il suo argomento principale. Donald K. Grayson e colleghi hanno contestato la lettura in un articolo del 2003 molto citato: i siti che documentano davvero una macellazione di megafauna estinta sono pochi, quasi tutti relativi al mammut, mancano prove di caccia sistematica a cavalli, cammelli o bradipi giganti, e l’estinzione fu selettiva in modi che la sola pressione venatoria spiega male — il bisonte, cacciato quanto o più della fauna estinta, sopravvisse. Questi autori attribuiscono più peso al cambiamento climatico di fine glaciazione. Gary Haynes, in una sintesi del 2002, propone una posizione intermedia: popolazioni già indebolite da stress climatico potevano essere spinte oltre la soglia da una pressione venatoria aggiuntiva, senza che nessuna delle due cause da sola bastasse. Questa scheda non sceglie fra le tre letture: le riporta come lette dai rispettivi autori, perché nessuna è oggi un consenso condiviso.
Il secondo dibattito riguarda se Clovis sia stata la prima cultura nordamericana. Per gran parte del Novecento il modello «Clovis first» sosteneva che i portatori di questa tecnologia fossero stati i primi a raggiungere le Americhe, attraverso un corridoio libero dai ghiacci circa tredicimilacinquecento anni fa. Il sito di Monte Verde, in Cile, scavato da Tom D. Dillehay e datato a circa quattordicimilacinquecento anni fa, mise in crisi il modello: un sito così a sud e più antico di Clovis richiede un popolamento già in corso da secoli. Le impronte di White Sands, con date proposte fino a oltre ventimila anni fa, hanno rafforzato questa lettura, oggi maggioritaria: Clovis non fu l’inizio, ma una fioritura tecnologica dentro un popolamento già lungo, confermata dalla cronologia rivista da Waters e Stafford nel 2007, che accorcia la durata di Clovis e ne conferma l’inizio relativamente tardo. Resta comunque vero, a prescindere dal dibattito sulla priorità, che la tecnologia fu reale, riconoscibile e diffusa con una rapidità che nessuno dei due modelli spiega del tutto.
Approfondimenti
- Paul S. Martin, capitolo in Quaternary Extinctions: A Prehistoric Revolution (1984) — l’argomento originale dell’overkill, nella formulazione che ha dato il nome al dibattito.
- Donald K. Grayson e colleghi, A requiem for North American overkill (2003) — la critica più organica all’ipotesi di Martin, utile per capire su cosa verte davvero il disaccordo.
- Michael R. Waters e Thomas W. Stafford, Redefining the Age of Clovis (2007) — la cronologia rivista che ha ristretto la finestra Clovis e complicato il modello «Clovis first».
- Gary Haynes, The Early Settlement of North America: The Clovis Era (2002) — una sintesi che tiene insieme tecnologia, economia di caccia e dibattito sull’estinzione senza appiattirli l’uno sull’altro.