In breve
Fra circa 40.000 e 15.000 anni fa, in un punto imprecisato dell’Eurasia settentrionale, alcune popolazioni di lupo grigio (Canis lupus) si trasformarono nel primo animale addomesticato dall’uomo: migliaia di anni prima di qualunque pianta coltivata o altro animale d’allevamento. Non fu, almeno all’inizio, una scelta deliberata: furono i lupi meno diffidenti, attratti dagli scarti di caccia intorno agli accampamenti dei cacciatori-raccoglitori, ad avere un vantaggio riproduttivo, e nel tempo divennero sempre più diversi dai lupi selvatici. La popolazione da cui discendono tutti i cani moderni non esiste più: è oggi considerata estinta come lupo selvatico puro, uno dei risultati più sorprendenti della genetica applicata alla preistoria. Dove, quando esattamente, e se una sola volta o più volte, restano domande su cui la ricerca resta tuttora divisa.
Contesto
Verso la fine del Pleistocene, nell’ampia fascia che andava dall’Europa occidentale alla Siberia, il lupo grigio era il grande predatore sociale più diffuso: cacciava in branco e seguiva le mandrie di erbivori negli stessi corridoi stagionali percorsi dai cacciatori-raccoglitori di Homo sapiens. Uomini e lupi competevano in parte per le stesse prede, e si somigliavano nell’organizzazione sociale: entrambi cacciavano in gruppi coordinati, con una gerarchia interna.
Gli accampamenti stagionali producevano un sottoprodotto costante — carcasse parzialmente consumate, ossa scartate — che restava ai margini del campo: per un lupo, una fonte di cibo prevedibile e a basso rischio rispetto alla caccia, a patto di tollerare la vicinanza umana. È qui che si colloca l’ipotesi oggi più accreditata, l’auto-addomesticamento: non l’uomo che sceglie un cucciolo e lo alleva, ma una nicchia ecologica nuova — quella degli scarti umani — che favoriva selettivamente gli individui meno diffidenti. Generazione dopo generazione, i lupi che tolleravano meglio la presenza umana ebbero più occasioni di nutrirsi e di riprodursi, e la selezione fece il resto.
Un’analogia sperimentale utile, non una prova diretta, viene dall’allevamento delle volpi argentate avviato in Unione Sovietica da Dmitrij Beljaev nel 1959: selezionando gli animali solo per la mansuetudine, in poche decine di generazioni ottenne volpi con pelo maculato, orecchie cadenti e code arricciate — tratti comparsi come effetto collaterale della selezione sul comportamento, non scelti direttamente.
Svolgimento
La datazione convenzionale adottata in questa scheda, circa 16.000 anni fa, è un punto intermedio fra ipotesi che divergono di decine di migliaia di anni (si veda “Come lo sappiamo”). Il processo fu comunque graduale: non esiste una data di “invenzione” del cane paragonabile a quella di un manufatto.
La prova materiale meglio conservata è il cosiddetto cane di Bonn-Oberkassel, in Germania: uno scheletro di circa 14.200 anni fa, sepolto insieme a due esseri umani adulti in un’unica tomba, con tracce di ocra rossa. Le analisi pubblicate nel 2018 mostrarono che l’animale era stato colpito, da cucciolo, da una grave malattia — quasi certamente il cimurro canino — che di norma uccide in poche settimane; i segni sullo scheletro indicavano invece una sopravvivenza di settimane o mesi, un tempo troppo lungo perché l’animale si fosse potuto nutrire e muovere da solo in quelle condizioni. È l’indizio più diretto di un legame di cura fra un gruppo umano e un cane, ben oltre il semplice tollerarsi a distanza.
Resti più antichi sono noti, ma sono anche i più contestati. Il caso più citato è quello di Goyet, in Belgio: uno scheletro di circa 31.700 anni fa, classificato come cane da alcuni ricercatori in base alle proporzioni di cranio e mandibola, e considerato da molti altri un lupo dalle forme insolite, dentro la normale variabilità della specie in quel periodo. Se l’identificazione fosse corretta, l’addomesticamento comincerebbe molto prima di ogni altro segno certo; se non lo fosse, si tratterebbe solo di un lupo pleistocenico anomalo.
Qualunque sia stata l’origine, entro la fine del Pleistocene i cani erano già presenti, in forme riconoscibili, in siti sparsi dalla Siberia all’Europa occidentale.
Conseguenze
Nel breve periodo, il cane si rivelò un vantaggio concreto: un olfatto e un udito più acuti di quelli umani, utili per stanare o inseguire la selvaggina, per segnalare l’avvicinarsi di predatori o estranei, e per la guardia degli accampamenti di notte. Non serviva un addestramento sofisticato, perché quei comportamenti facevano già parte del repertorio del lupo: l’addomesticamento li rese compatibili con la vita accanto agli uomini, invece di inventarli da zero. Il cane fu così la prima “tecnologia biologica” della storia umana: uno strumento vivente, capace di riprodursi da solo, ottenuto senza metallurgia né agricoltura.
Nel lungo periodo gli usi si moltiplicarono: la guardia del bestiame, quando comparve l’allevamento; il trasporto, con le slitte trainate nelle regioni artiche; la caccia specializzata su singole prede. Il cane precedette di migliaia di anni qualunque pianta coltivata o animale da allevamento, ed è oggi l’animale domestico più diffuso al mondo, presente in quasi ogni società umana.
C’è anche una conseguenza che riguarda i lupi stessi: la popolazione, o le popolazioni, da cui derivano i cani non esistono più come lupi selvatici. Nessun lupo grigio oggi vivente discende in linea diretta e pura da quella popolazione — uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalla genetica del DNA antico: il progenitore selvatico del compagno più comune dell’uomo si estinse senza lasciare eredi selvatici.
Nel frattempo altrove
- 28.000 a.C.L'arte rupestre australiana — Oceania
- 17.000 a.C.Lascaux e Altamira — Europa
- 15.000 a.C.Popolamento delle Americhe — Americhe
- 14.000 a.C.I Natufiani — Medio Oriente
- 13.000 a.C.Punte Clovis — Americhe
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
- 6.500 a.C.Il Sahara verde — Africa
Come lo sappiamo
Su questa voce la ricerca genetica è divisa su più fronti distinti.
Il primo è la cronologia. Le stime sull’epoca della separazione fra lupi e cani, ricavate da orologi molecolari applicati a genomi moderni e a DNA antico, vanno da circa 40.000 a circa 15.000 anni fa: un intervallo che dipende da quali genomi si usano, da quale tasso di mutazione si assume, e da come si trattano le popolazioni di lupi pleistocenici, oggi estinte, prese come riferimento. La data usata in questa scheda, 16.000 anni fa circa, è una convenzione per collocare la voce nella cronologia, non una certezza.
Il secondo fronte riguarda il numero delle origini. Laurent Frantz e colleghi, confrontando genomi di cani antichi e moderni dell’Eurasia orientale e occidentale (2016), proposero un’origine duplice: due popolazioni di lupi addomesticate indipendentemente, una a est e una a ovest, poi fuse da incroci legati ai movimenti umani successivi. Lavori con più genomi antichi, come quello di Anders Bergström e colleghi (2020), pendono piuttosto verso un’origine unica, collocata genericamente in Eurasia senza un punto preciso: la diversificazione fra le linee di cani è così precoce da rendere difficile distinguere un’origine singola molto ramificata da un’origine multipla. Nessuna delle due letture è oggi respinta.
Il terzo fronte è geografico, e discende in parte dal secondo: le proposte includono l’Asia orientale, l’Asia centrale, e l’area fra l’Europa e la Siberia, ciascuna sostenuta da sottoinsiemi diversi di dati, senza che nessuna abbia raccolto un consenso stabile. Le due regioni dichiarate in questa scheda, Asia orientale ed Europa, riflettono l’ampiezza del dibattito più che una scelta di campo.
Infine, Goyet mostra come l’incertezza tocchi anche l’identificazione dei singoli reperti, non solo le grandi ipotesi. Mietje Germonpré e colleghi misurarono lo scheletro e lo classificarono come cane in base alle proporzioni craniche; altri, riesaminando le stesse misure su campioni più ampi di lupi pleistocenici, sostengono che quelle proporzioni rientrino nella normale variabilità della specie. Bonn-Oberkassel è meno controverso sul piano dell’identificazione — le analisi di Luc Janssens e colleghi (2018) sul cimurro sono ampiamente accettate — ma resta un’inferenza, per quanto solida, che la sopravvivenza dell’animale implichi un legame di cura e non solo una tolleranza opportunistica.
Approfondimenti
- Laurent A. F. Frantz e altri, “Genomic and archaeological evidence suggest a dual origin of domestic dogs” (Science, 2016) — lo studio che ha messo sul tavolo l’ipotesi di un’origine duplice, est e ovest asiatica.
- Anders Bergström e altri, “Origins and genetic legacy of prehistoric dogs” (Science, 2020) — la sintesi più ampia di genomi antichi, a favore di un’origine unica ma non localizzabile con certezza.
- Luc Janssens e altri, “A new look at an old dog: Bonn-Oberkassel reconsidered” (Journal of Archaeological Science, 2018) — la rianalisi che ha scoperto il cimurro, e con esso l’indizio più diretto di un legame di cura.
- Mietje Germonpré e altri, “Fossil dogs and wolves from Palaeolithic sites in Belgium, the Ukraine and Russia” (Journal of Archaeological Science, 2009) — lo studio su Goyet, utile per capire perché la sua classificazione resta contestata.