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Atlante della storia umana

OriginiIl mondo glaciale

Ultimo massimo glaciale

I ghiacci coprono il nord Europa, il livello del mare scende di oltre cento metri e le popolazioni si rifugiano a sud

contestato

7 MaOrigini · scala logaritmica12.000 a.C.

In breve

Fra circa 26.500 e 19.000-20.000 anni fa, il pianeta attraversò la fase più fredda dell’ultima era glaciale: l’Ultimo Massimo Glaciale, o LGM (dall’inglese Last Glacial Maximum). Due enormi calotte, la Laurentide sul Nord America e la Fennoscandica sul nord Europa, raggiunsero spessori di oltre tre chilometri e seppellirono gran parte del Canada, degli Stati Uniti settentrionali, delle isole britanniche e della Scandinavia. L’acqua immagazzinata nei ghiacci abbassò il livello del mare di 120-130 metri, unendo terre oggi separate da mari e stretti. In Europa le popolazioni umane si concentrarono in rifugi meridionali più temperati - la penisola iberica, l’Italia, i Balcani - da cui poi ripopolarono il continente al ritiro dei ghiacci, lasciando tracce genetiche ancora rintracciabili oggi. Fu un fenomeno globale, non solo europeo: qui se ne racconta in dettaglio la parte europea, per ragioni di spazio.

Contesto

Da oltre 100.000 anni l’emisfero settentrionale viveva l’ultima delle glaciazioni quaternarie, un’alternanza di fasi fredde e più temperate guidata soprattutto dai cicli di Milanković, variazioni orbitali che modulavano la radiazione solare ricevuta alle alte latitudini in estate. Quando l’insolazione estiva scendeva sotto una certa soglia, la neve invernale non si scioglieva del tutto e si accumulava in calotte sempre più spesse, in un processo che si autoalimenta: il ghiaccio riflette la luce più della terra nuda o del mare aperto, e raffredda ulteriormente l’aria.

Fra circa 33.000 e 26.500 anni fa questo processo si avvicinò al suo apice. La Fennoscandica copriva la Scandinavia, gran parte delle isole britanniche e il nord di Germania e Polonia; oltre l’Atlantico la Laurentide copriva quasi tutto il Canada fino agli odierni stati di New York e Ohio. Fra le due masse correva la cosiddetta steppa a mammut, fredda e arida, povera di alberi ma ricca di grandi erbivori. Le popolazioni di Homo sapiens che occupavano l’Europa da alcune decine di migliaia di anni avevano già attraversato oscillazioni fredde precedenti, ma nessuna così estrema: gran parte della pianura nordeuropea smise di essere abitabile.

Svolgimento

La datazione convenzionale colloca l’Ultimo Massimo Glaciale fra 26.500 e 19.000 anni fa, con il punto di massima estensione dei ghiacci intorno a 21.000-20.000 anni fa (la ragione di questa forbice è discussa in “Come lo sappiamo”). In questa finestra le calotte raggiunsero spessori fino a oltre tre chilometri nei punti centrali, sulla Scandinavia meridionale e sulla baia di Hudson.

Il livello del mare globale si abbassò di circa 120-130 metri rispetto a quello attuale, perché una quantità d’acqua enorme - stimata attorno ai 50 milioni di km³ - restava bloccata come ghiaccio sui continenti invece di tornare all’oceano. L’abbassamento espose piattaforme continentali intere: la Manica si prosciugò e la Gran Bretagna divenne una penisola raggiungibile a piedi; in Asia un ponte largo centinaia di chilometri, la Beringia, univa la Siberia nordorientale all’Alaska; nel Sud-Est asiatico il mare più basso univa la penisola malese, Sumatra, Giava e Borneo in un’unica massa che i geologi chiamano Sunda.

In Europa, le popolazioni che occupavano la pianura nordeuropea si ritirarono verso sud, in aree che la ricerca genetica e archeologica identifica come rifugi: la penisola iberica, l’Italia peninsulare, i Balcani e il bacino del Mar Nero. Nel rifugio franco-cantabrico, a cavallo fra il sud-ovest dell’attuale Francia e il nord della Spagna, la cultura solutreana (circa 22.000-17.000 anni fa) produsse punte di pietra a foglia di lauro lavorate su entrambe le facce fino a pochi millimetri di spessore, fra le più elaborate del Paleolitico superiore. La caccia si specializzò su poche specie gregarie - renna, cavallo, stambecco - seguite negli spostamenti stagionali; nelle zone costiere, dove il mare più basso aveva spostato la linea di costa di decine di chilometri, lo sfruttamento di risorse marine si intensificò, come mostrano gli accumuli di conchiglie in siti del Mediterraneo occidentale.

Il fenomeno non riguardò solo l’Europa: la calotta antartica aumentò ulteriormente di volume, i ghiacciai delle Ande e dell’Himalaya scesero a quote molto più basse di oggi, e la Beringia fu per millenni una regione abitabile a sé - una steppa arida ma priva di copertura glaciale - dove si mossero i gruppi umani che in seguito avrebbero raggiunto le Americhe. Il ritiro dei ghiacci, dopo il picco, fu lento e non lineare: interruzioni fredde come il Dryas recente (circa 12.900-11.700 anni fa) lo rallentarono più volte, e si concluse solo verso 11.700 anni fa, la data convenzionale della fine del Pleistocene.

Conseguenze

A breve termine, l’LGM ridusse drasticamente lo spazio abitabile dell’Europa settentrionale e centrale, e concentrò le popolazioni umane a densità più alte nei rifugi meridionali: una compressione demografica di cui resta traccia nella maggiore ricchezza di siti archeologici del Paleolitico superiore in Francia, Spagna e Italia, rispetto alle regioni più settentrionali, in questo stesso intervallo.

A lungo termine, il ritiro dei ghiacci dopo circa 19.000 anni fa riaprì il continente, e il ripopolamento avvenne a partire da quegli stessi rifugi. Gli studi sul DNA mitocondriale, e più di recente sul genoma antico, mostrano che gran parte della diversità genetica degli europei attuali discende da linee che attraversarono la strozzatura demografica dell’LGM nei territori meridionali, prima di riespandersi verso nord con il miglioramento del clima: è uno dei pochi casi in cui un evento climatico di ventimila anni fa lascia un’impronta ancora leggibile nel genoma delle popolazioni viventi. Oltre l’Europa, l’abbassamento del mare rese percorribili, o quasi, i collegamenti fra Siberia e Americhe e fra il Sud-Est asiatico continentale e le isole della Sonda: non determinò da solo i grandi movimenti umani che seguirono, ma rimosse un ostacolo altrimenti marittimo. Quando poi il ghiaccio si sciolse, il mare risalì e sommerse quelle stesse piattaforme: i siti costieri della fase glaciale restano in gran parte sommersi, invisibili all’archeologia terrestre.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

La cronologia dell’LGM non è un singolo numero, ed è per questo che questa scheda dichiara yearPrecision: contestato. Le ricostruzioni si basano su tre indicatori (proxy) che non misurano la stessa cosa. Le carote di ghiaccio di Groenlandia e Antartide datano bene le temperature locali, ma non coincidono necessariamente con la massima estensione dei ghiacci continentali, che rispondono con inerzia al clima. I sedimenti oceanici, analizzati per composizione isotopica e organismi fossilizzati, stimano temperatura del mare e volume globale del ghiaccio, ma con risoluzione temporale più bassa. Gli speleotemi - stalattiti e stalagmiti - offrono datazioni uranio-torio precise, ma locali per definizione: raccontano il clima di una grotta, non del pianeta.

Il primo grande sforzo di sintesi, il progetto CLIMAP degli anni settanta, ricostruì temperature oceaniche e limiti dei ghiacci a scala globale da sedimenti marini, e collocò il massimo intorno a 18.000 anni radiocarbonio non calibrati, corrispondenti a circa 21.000-21.500 anni solari. Le sintesi più recenti, che integrano più siti, la calibrazione radiocarbonio e i dati delle carote di ghiaccio, distinguono invece un intervallo più ampio - circa 26.500-19.000 anni fa - con un picco più stretto attorno a 21.000-20.000 anni fa individuato da iniziative come EPILOG. La differenza non è un errore da correggere, ma la conseguenza di misurare cose diverse con strumenti diversi: il “massimo dei ghiacci” non è un istante puntuale come un’eclissi, ma il culmine di una curva ampia e non del tutto sincrona da un continente all’altro.

Resta discusso anche il valore esatto dell’abbassamento del mare - le stime vanno da circa 120 a 134 metri, a seconda che si usino coralli fossili, sedimenti costieri o modelli glacio-isostatici - e, per l’Europa, quanto i “rifugi” meridionali fossero continui, densamente occupati, o isolati fra loro: materia di dibattito aperto, non un fatto acquisito.

Approfondimenti

  • Peter U. Clark e altri, “The Last Glacial Maximum” (Science, 2009) - la sintesi più citata sulla cronologia globale, punto di partenza per capire perché la data “giusta” dipende da cosa si misura.
  • Alan C. Mix e altri, “Environmental Processes of the Ice Age: Land, Oceans, Glaciers (EPILOG)” (Quaternary Science Reviews, 2001) - il progetto che ha proposto l’intervallo più stretto per il picco glaciale, e perché.
  • W. Richard Peltier e altri, “Global Glacial Ice Volume and Last Glacial Maximum Duration from an Extended Barbados Sea Level Record” (Quaternary Science Reviews, 2006) - la base per le stime sull’abbassamento del livello del mare, e sulle incertezze che le circondano.
  • Cosimo Posth e altri, “Pleistocene Mitochondrial Genomes Suggest a Single Major Dispersal of Non-Africans and a Late Glacial Population Turnover in Europe” (Current Biology, 2016) - la base genetica per l’affermazione che i rifugi meridionali hanno lasciato tracce negli europei di oggi.

Riferimenti

  • Peter U. Clark e altri, The Last Glacial Maximum, 2009
  • Alan C. Mix e altri, Environmental Processes of the Ice Age: Land, Oceans, Glaciers (EPILOG), 2001
  • W. Richard Peltier e altri, Global Glacial Ice Volume and Last Glacial Maximum Duration from an Extended Barbados Sea Level Record, 2006
  • Cosimo Posth e altri, Pleistocene Mitochondrial Genomes Suggest a Single Major Dispersal of Non-Africans and a Late Glacial Population Turnover in Europe, 2016

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