In breve
Nell’altopiano di Konya, in Anatolia centrale, migliaia di persone vissero per oltre un millennio in un agglomerato di case in mattoni di fango costruite l’una contro l’altra, senza strade né vicoli: si camminava sui tetti e si entrava in casa da un’apertura dall’alto. Sotto il pavimento delle stesse stanze in cui si viveva, si seppellivano i morti; sulle pareti si dipingevano scene di caccia, tori e leopardi, e talvolta si intonacavano crani e corna d’animale nei muri. Scavato per la prima volta negli anni Sessanta da James Mellaart e poi, dal 1993, da un progetto internazionale diretto da Ian Hodder, Çatalhöyük resta il caso di scuola per discutere se un insediamento così grande, privo di edifici pubblici riconoscibili, fosse organizzato per case egualitarie o attorno a gerarchie di fatto.
Contesto
Verso l’ottavo millennio a.C. l’agricoltura di cereali e la pastorizia di ovicaprini erano già radicate nella Mezzaluna Fertile, alcune centinaia di chilometri a est e a sud, in siti come Gerico e nell’area dove grano e orzo erano stati addomesticati nei secoli precedenti. L’altopiano di Konya, un bacino semiarido ma allora percorso da paludi e canali del fiume Çarşamba, offriva terreno fertile per cereali e legumi e pascoli per pecore e capre, oltre a materiali per l’edilizia — argilla, canna, legno — e per gli utensili, come l’ossidiana proveniente dai vulcani della Cappadocia. Non fu il primo villaggio neolitico della regione: prima di Çatalhöyük altri insediamenti più piccoli avevano già sperimentato l’agricoltura e la vita stanziale. Ciò che rese il sito eccezionale fu la scala a cui questo modello di vita venne portato: un tell — una collina artificiale formata dall’accumulo di livelli edilizi successivi — che oggi misura circa tredici ettari nel solo mound orientale, il più antico e il più esteso.
Il sito fu individuato nell’autunno del 1958 da James Mellaart, David French e Alan Hall durante una prospezione dell’altopiano di Konya condotta sotto l’egida del British Institute at Ankara, e riconosciuto subito come anomalo per dimensioni rispetto a qualunque altro insediamento neolitico allora noto in Anatolia.
Svolgimento
Mellaart diresse quattro campagne di scavo fra il 1961 e il 1965, aprendo circa centosessanta edifici nel mound orientale e stabilendo la sequenza cronologica di base, poi confermata e raffinata dagli scavi successivi: il mound orientale fu occupato per circa milleduecento-milletrecento anni, dal 7400 al 6000 a.C. circa, in diciotto livelli sovrapposti di ricostruzione. Le sue scoperte — pitture murali con scene di caccia e tori, rilievi di leopardi affrontati, corna bovine incastonate nelle pareti, sepolture sotto i pavimenti e figurine femminili, fra cui la celebre “Donna seduta” fiancheggiata da felini — resero il sito una sensazione internazionale e alimentarono, soprattutto nella divulgazione, l’idea di un culto diffuso della “dea madre” legato alla nuova economia agricola.
L’architettura era il tratto più insolito: le case, di mattoni crudi e travi di legno, erano costruite a ridosso l’una dell’altra senza spazi liberi fra loro, tanto che il piano di calpestio del villaggio erano i tetti stessi, percorsi da scale e passerelle; l’accesso alle stanze avveniva tramite un’apertura nel soffitto, la stessa da cui usciva il fumo del focolare, anche se in alcune fasi e in alcuni edifici si trovano anche ingressi a livello del suolo. Molte case venivano demolite e ricostruite più volte esattamente sullo stesso sedime, accumulando nel tempo gli strati che oggi formano il tell: alcuni di questi edifici, ricostruiti ripetutamente e più riccamente decorati, contenevano un numero di sepolture superiore alla media, un fenomeno che Hodder ha proposto di leggere come “case della storia” — luoghi in cui un gruppo di discendenza custodiva la memoria collettiva attraverso generazioni di ricostruzioni e di defunti.
Fra le pitture più discusse vi è un grande murale, scavato da Mellaart nei primi anni Sessanta, che raffigura in primo piano un reticolo di celle rettangolari sormontato da una forma a doppia cima punteggiata di macchie. Mellaart lo interpretò come la più antica mappa nota al mondo: la pianta del villaggio stesso vista dall’alto, con sullo sfondo l’eruzione del vulcano Hasan Dağı, circa centotrenta chilometri a nord-est. L’interpretazione è rimasta a lungo controversa, perché per decenni mancava una prova geologica indipendente di un’eruzione esplosiva di quel vulcano in epoca compatibile; altri studiosi hanno proposto letture alternative, dalla pelle di leopardo a un motivo puramente geometrico. Nel 2014 un gruppo guidato dal vulcanologo Axel Schmitt, usando la datazione uranio-torio-elio su cristalli di zircone nei depositi vulcanici, ha datato una piccola eruzione di Hasan Dağı a circa novemila anni fa, un intervallo compatibile con l’epoca del murale: un risultato che sostiene, senza chiuderla definitivamente, l’ipotesi originaria di Mellaart.
A partire dal 1993 Ian Hodder riprese gli scavi con un progetto internazionale pluridecennale, proseguito fino al 2018, che applicò tecniche di documentazione molto più sistematiche di quelle disponibili a Mellaart negli anni Sessanta: microstratigrafia, analisi dei residui vegetali e faunistici, e più tardi l’analisi del DNA antico sui resti umani sepolti sotto i pavimenti. Questi studi hanno ridimensionato molte delle letture di Mellaart: le abitazioni risultarono sorprendentemente uniformi per dimensioni e dotazioni, senza edifici che si distinguano come palazzi, templi o sedi amministrative, e le analisi sulle sepolture non hanno mostrato differenze sistematiche di trattamento fra uomini e donne. Hodder ha parlato per questo di un “fiero egualitarismo”: nessun segno di un’élite politica stabile né di un culto centralizzato, ma piuttosto un’organizzazione sociale distribuita fra le singole case, ciascuna delle quali fungeva da unità economica, rituale e di sepoltura. Studi più recenti sul DNA antico condotti sul progetto hanno inoltre suggerito legami di parentela concentrati per linea femminile fra gli individui sepolti in una stessa casa nelle fasi più antiche del sito, un dato che ha riacceso il dibattito — pur diverso da quello, più aneddotico, sulla “dea madre” di Mellaart — sul ruolo delle donne nella trasmissione dell’appartenenza domestica.
Conseguenze
Il declino dell’insediamento, che portò all’abbandono progressivo del mound orientale entro il 6000 a.C. circa e allo spostamento dell’occupazione su un mound occidentale più tardo e meno esteso, non ebbe una causa unica accertata: mutamenti climatici e ambientali sull’altopiano di Konya, l’esaurimento di risorse locali dopo secoli di occupazione intensiva e forse un progressivo passaggio a una pastorizia più mobile hanno tutti un ruolo nelle ricostruzioni proposte, senza che nessuna prevalga in modo definitivo. Al di là della sua storia locale, il sito ha lasciato un’eredità soprattutto storiografica: ha costretto ad ampliare l’idea stessa di cosa fosse un “villaggio” neolitico, mostrando che aggregazioni di migliaia di persone erano possibili già nell’ottavo millennio a.C. senza le istituzioni politiche centralizzate che si tende ad associare alle prime città mesopotamiche di duemila anni più tardi. Ha anche fornito un caso di riferimento per il dibattito, tuttora aperto in archeologia, sul rapporto fra densità abitativa, disuguaglianza economica e complessità politica: a Çatalhöyük la prima non sembra avere prodotto in modo automatico le altre due.
Nel frattempo altrove
- 8.500 a.C.Riso nello Yangtze — Asia orientale
- 7.000 a.C.Kuk Swamp e il taro — Oceania
- 7.000 a.C.Mehrgarh — Asia meridionale
- 7.000 a.C.Nasce il mais — Americhe
- 6.600 a.C.Budj Bim — Oceania
- 6.500 a.C.Il Sahara verde — Africa
- 6.000 a.C.L'agricoltura arriva in Europa — Europa
Come lo sappiamo
La ricostruzione poggia su due fasi di scavo profondamente diverse per metodo. Quella di James Mellaart, fra il 1961 e il 1965, aprì gran parte delle aree oggi note ma con una documentazione poco sistematica per gli standard attuali, pubblicata soprattutto nel volume “Çatal Hüyük: A Neolithic Town in Anatolia” (1967) e in una serie di rapporti preliminari; l’archeologo lasciò il progetto nel 1965 e la sua carriera fu in seguito segnata da controversie di autenticità estranee al sito, che hanno reso più cauta la comunità scientifica nell’accettare le sue letture senza verifica indipendente. Il progetto diretto da Ian Hodder, attivo dal 1993 al 2018 con equipe internazionali di specialisti, ha riesaminato gran parte delle aree già scavate e ne ha aperte di nuove con tecniche di scavo in micro-contesto, analisi archeobotaniche e archeozoologiche sistematiche e, più di recente, il sequenziamento del DNA antico dei resti umani: è questo lavoro che ha permesso di verificare, e in parte ridimensionare, molte delle interpretazioni degli anni Sessanta, dal presunto culto della dea madre alla lettura dell’organizzazione sociale.
Restano dibattuti diversi punti. L’identificazione del celebre murale come “mappa” del villaggio con sullo sfondo l’eruzione di Hasan Dağı è sostenuta da datazioni vulcanologiche del 2014 compatibili nel tempo, ma non dimostra in modo definitivo l’intenzione degli autori del dipinto, e resta un’ipotesi fra altre. È inoltre discusso quanto l’egualitarismo descritto da Hodder — fondato sull’uniformità delle case e delle sepolture — escluda forme più sottili di differenziazione sociale legate al lignaggio o alla memoria custodita dalle “case della storia”, piuttosto che alla ricchezza materiale. Il sito è iscritto dal 2012 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, ed è oggi gestito come parco archeologico con un museo sul posto, mentre gli scavi, dopo la conclusione del progetto Hodder nel 2018, sono proseguiti sotto la direzione di ricercatori turchi.
Approfondimenti
- James Mellaart, “Çatal Hüyük: A Neolithic Town in Anatolia”, Thames and Hudson, 1967.
- Ian Hodder, “Çatalhöyük: the Leopard’s Tale — Revealing the Mysteries of Turkey’s Ancient Town”, Thames and Hudson, 2006.
- Ian Hodder (a cura di), “Religion in the Emergence of Civilization: Çatalhöyük as a Case Study”, Cambridge University Press, 2010.
- Axel K. Schmitt et al., “Identifying the Volcanic Eruption Depicted in a Neolithic Painting at Çatalhöyük, Central Anatolia, Turkey”, PLOS ONE, 2014.
- UNESCO World Heritage Centre, “Neolithic Site of Çatalhöyük”.