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Atlante della storia umana

Età del bronzoNascita degli stati

Le città-stato sumere

Ur, Lagash, Kish:

circa

3.300 a.C.Età del bronzo1.200 a.C.

In breve

Fra il 2900 e il 2350 a.C. circa, nel periodo che gli assiriologi chiamano Dinastico Antico, la bassa Mesopotamia non era un regno ma un mosaico di città-stato rivali: Uruk, Ur, Lagash, Umma, Kish, con Nippur come centro religioso comune. Ogni città aveva il suo dio, il suo tempio e i suoi campi irrigui, e il potere oscillava fra il tempio e un capo militare. La ricchezza poggiava sull’acqua e sull’orzo, e per l’acqua e la terra si combattevano le prime guerre di cui resti un documento scritto. Il conflitto di confine fra Lagash e Umma, celebrato intorno al 2450 a.C. sulla Stele degli avvoltoi, è il più antico episodio bellico che possiamo leggere nelle parole di chi lo condusse.

Contesto

La pianura alluvionale fra il Tigri e l’Eufrate era un ambiente estremo. Pioveva pochissimo, meno di duecento millimetri l’anno nel sud, troppo poco per coltivare senza irrigare; ma i due fiumi, scendendo dalle montagne, depositavano un limo fertile e portavano acqua in abbondanza nella stagione sbagliata, la tarda primavera, quando l’orzo era già maturo e le piene rischiavano di allagare i campi invece di nutrirli. Vivere lì significava governare quell’acqua: scavare canali per portarla lontano dal fiume, costruire argini per trattenerla, drenare per non far salire il sale che sterilizzava il suolo. Nessuna di queste opere si faceva da soli. Servivano molte braccia coordinate, e servivano magazzini per conservare il raccolto di un anno e ridistribuirlo. Su questa base materiale, nel corso del IV millennio, erano cresciuti a Uruk i primi grandi centri urbani del mondo e la prima scrittura, nata per tenere i conti dei magazzini. Il Dinastico Antico ereditava quel mondo già urbanizzato. La pianura contava ormai decine di insediamenti murati, alcuni con decine di migliaia di abitanti stipati dentro le mura, circondati dai campi e dai palmeti da dattero che l’irrigazione rendeva possibili. La terra buona era finita e contesa, e ogni città confinava con la successiva lungo gli stessi canali.

Svolgimento

Nel Dinastico Antico ciascuna città era un piccolo stato indipendente. Al centro stava il tempio del dio cittadino, che a Ur era il dio-luna Nanna, a Lagash il dio-guerriero Ningirsu, a Uruk la dea Inanna insieme al cielo An. Il tempio possedeva terre, greggi e magazzini, e organizzava il lavoro distribuendo razioni d’orzo, olio e lana a chi lavorava i suoi campi. Il potere politico non aveva un nome solo. Le fonti usano tre titoli: en, che univa funzione sacerdotale e signoria; ensi, una sorta di governatore-principe legato al dio della città; e lugal, alla lettera «uomo grande», parola che indicava più spesso un capo militare la cui autorità cresceva in tempo di guerra. Quale titolo prevalesse variava da città a città e da generazione a generazione.

La lista reale sumerica, compilata più tardi, racconta una storia diversa e più ordinata: sostiene che la regalità fosse «scesa dal cielo» e passasse da una sola città all’altra, come se in Mesopotamia avesse regnato sempre un unico sovrano legittimo. Era una costruzione ideologica. La realtà del Dinastico Antico era la frammentazione: molte città, nessuna egemone stabile a lungo, e guerre ricorrenti fra vicini.

Di una di queste guerre resta il resoconto più antico. Lagash e la confinante Umma si contendevano da generazioni una fascia di campi irrigui chiamata Gu’edena, «il bordo della pianura». Verso il 2450 a.C. il re Eannatum di Lagash sconfisse Umma e fece incidere la vittoria su un monumento di calcare, la cosiddetta Stele degli avvoltoi, oggi al Louvre: vi si vede il dio Ningirsu che cattura i nemici in una rete e la falange di Lagash che avanza sopra i caduti, mentre gli avvoltoi ne portano via le teste. Il testo registrava il confine, il canale conteso e il giuramento imposto a Umma. La contesa non finì lì: riesplose più volte nei decenni seguenti, segno che il problema non erano i re ma la terra e l’acqua che si spartivano. Intorno al 2350 a.C. Lugalzagesi di Umma riuscì per un momento a dominare buona parte del sud, ma poco dopo l’intera regione cadde sotto Sargon di Akkad, che pose fine all’indipendenza delle città-stato.

Conseguenze

Nel breve periodo, le guerre di confine come quella di Gu’edena logorarono le città senza dare a nessuna un dominio duraturo, e prepararono il terreno alle conquiste di Lugalzagesi prima e di Sargon poi. L’unificazione akkadica del 2350 a.C. circa chiuse l’età delle città-stato pienamente sovrane, anche se le città sopravvissero come corpi cittadini con i loro dèi e i loro templi per altri due millenni.

Nel lungo periodo l’eredità fu di forma più che di eventi. In quei secoli si fissarono strumenti che la Mesopotamia avrebbe usato a lungo: l’amministrazione per iscritto, la contabilità delle razioni, il catasto dei campi e dei canali, il tempio come impresa economica oltre che luogo di culto. Nacque anche un’idea di legittimità del potere che i sovrani successivi avrebbero continuato a rivendicare, quella del re come pastore che manteneva la giustizia e faceva scavare i canali. Va evitata però la scorciatoia che fa discendere da Sumer, in linea retta, «la civiltà»: le città-stato sumere furono un modo specifico di organizzare acqua, orzo e persone in un ambiente preciso, non il primo gradino di una scala che porta a noi.

Nel frattempo altrove

Come lo sappiamo

Sappiamo di questo mondo grazie a tre generi di fonti che si controllano a vicenda. Il primo sono le decine di migliaia di tavolette d’argilla in scrittura cuneiforme: in gran parte documenti amministrativi, liste di razioni, conti di magazzino, registri di campi e di greggi, che restituiscono l’economia quotidiana meglio di qualsiasi cronaca. Il secondo sono le iscrizioni monumentali dei re, come quella della Stele degli avvoltoi: testi di parte, da leggere per quello che sono, atti di autocelebrazione e di rivendicazione territoriale, non resoconti neutrali. Il terzo è l’archeologia, gli scavi di Ur, Uruk, Lagash e Nippur, che datano gli strati, i templi e i sistemi di canali.

Due punti restano discussi. Il primo riguarda la lista reale sumerica: oggi la si legge come documento ideologico, costruito per giustificare l’idea di una regalità unica trasmessa fra le città, non come cronaca affidabile del Dinastico Antico. Il secondo riguarda il modello della «città-tempio». All’inizio del Novecento gli assiriologi Anton Deimel e, dopo di lui, Adam Falkenstein sostennero, leggendo gli archivi di Lagash, che a Sumer il tempio possedesse in pratica tutta la terra e l’intera popolazione lavorasse per esso: la Tempelstadt, la città-tempio totale. La documentazione riletta dopo di loro ha ridimensionato quel quadro: accanto alle terre del tempio esistevano terra del palazzo e proprietà private, compravendute fra privati. La voce segue questa correzione: il tempio era un attore economico centrale, ma non l’unico proprietario.

Approfondimenti

  • Gwendolyn Leick, Mesopotamia: The Invention of the City (2001) — racconta la civiltà mesopotamica città per città, ed è utile proprio per cogliere la logica della frammentazione urbana.
  • Marc Van De Mieroop, A History of the Ancient Near East (2016) — manuale aggiornato e cauto sulle fonti, spiega bene perché la lista reale non va letta come cronaca.
  • Samuel Noah Kramer, The Sumerians (1963) — classico ormai datato, ma insostituibile per la voce diretta dei testi sumeri tradotti da chi li leggeva in originale.

Riferimenti

  • Gwendolyn Leick, Mesopotamia: The Invention of the City, 2001, Penguin
  • Marc Van De Mieroop, A History of the Ancient Near East, 2016, Wiley-Blackwell
  • Samuel Noah Kramer, The Sumerians, 1963, University of Chicago Press

Alcuni di questi riferimenti non sono ancora stati controllati sull'originale: sono elencati in TODO-fonti.md in attesa di verifica. Preferiamo dirlo che lasciarlo intendere.